Damon Barrett, direttore dell’International Centre on Human Rights and Drug Policy, in un articolo sull’Huffington Post, mette il dito in una piaga che da anni attraversa il sistema internazionale di controllo delle droghe: il conflitto sempre meno occultabile tra proibizionismo e diritti umani. E lo fa partendo da una domanda tanto semplice quanto decisiva: che cosa accade “quando l’organo di controllo Onu sulle droghe si rifiuta di condannare la tortura compiuta in nome dell’enforcement antidroga”? La risposta, scrive, è che “si capisce subito che c’è qualcosa di profondamente sbagliato”.
Il bersaglio del suo intervento è l’International Narcotics Control Board, l’INCB, organismo quasi giurisdizionale delle Nazioni Unite incaricato di vigilare sull’attuazione delle tre convenzioni internazionali sulle droghe, cioè “l’ossatura giuridica del sistema globale di controllo”. Proprio per questo, osserva Barrett, ci si aspetterebbe da quell’organismo una posizione inequivocabile davanti alle violazioni più gravi. E invece, di fronte a casi documentati di tortura usata “per estorcere informazioni ai sospetti” o “per punire consumatori di droghe e persone condannate per reati di droga”, l’INCB ha opposto “un rifiuto netto” a condannare questi abusi.
Il punto, nel ragionamento di Barrett, è devastante nella sua chiarezza. La tortura non è una violazione come le altre: è vietata in modo assoluto, senza eccezioni. “No torture, no torture, no exceptions”, scrive, ricordando che esiste un’intera convenzione internazionale dedicata al suo divieto e che si tratta di un crimine ovunque, “chiunque tu sia e ovunque tu viva”. Per questo il silenzio dell’INCB non è una semplice prudenza istituzionale: è il segnale di una crisi politica e morale. “Il rifiuto di condannare una delle più gravi violazioni dei diritti umani”, nota Barrett, “è motivo di seria preoccupazione” e rende visibili “chiare tensioni tra il regime Onu dei diritti umani e quello del controllo delle droghe”.
L’episodio da cui prende le mosse l’articolo riguarda la Thailandia. Durante la presentazione del rapporto annuale dell’INCB, un membro del Board era stato interrogato sul progetto del vice primo ministro thailandese di ridurre le possibilità di appello per accelerare l’esecuzione di circa 245 persone nel braccio della morte per reati di droga. Anche in quel caso, la risposta era stata il rinvio alla sovranità nazionale. Una posizione che Barrett definisce implicitamente assurda: da un organismo quasi giudiziario dell’Onu ci si attenderebbe almeno la consapevolezza che “la pena di morte per reati di droga non è consentita dal diritto internazionale”, e che il Comitato per i diritti umani dell’Onu aveva già chiesto la sua abolizione in Thailandia.
Ma il passaggio più grave arriva poco dopo, a margine della Commission on Narcotic Drugs di Vienna. Sollecitato ancora sul tema delle sanzioni, il presidente dell’INCB Hamid Ghodse ribadisce che questioni del genere non rientrano nel mandato del Board, perché le convenzioni sulle droghe non specificano quali sanzioni siano ammissibili e quali no. A quel punto viene posta la domanda decisiva: se in diversi Paesi le sanzioni comprendono “uccisioni extragiudiziali, tortura”, davvero non esiste un’atrocità tanto grande da giustificare una presa di parola? La risposta di Ghodse, riportata da Barrett, è agghiacciante proprio per la sua nettezza: “No. Al cento per cento no. Perché, fondamentalmente, noi non siamo lì per esprimere la nostra opinione”. Certo, il presidente dell’INCB si affretta a precisare che l’organismo “non approva” queste pratiche. Ma, osserva Barrett, “questo è ben lontano dal condannarle”. E nel campo dei diritti umani, aggiunge, la storia dell’INCB è già “povera” e compromessa.
L’autore ricorda alcuni precedenti eloquenti. Le fumigazioni aeree delle coltivazioni illecite in Colombia con erbicidi, in uno dei Paesi più biodiversi del mondo, sono state elogiate dall’INCB nonostante le critiche di numerosi organismi Onu per gli effetti su salute, ambiente e sfollamenti forzati. Le incursioni militarizzate nelle favelas brasiliane e la guerra alla droga in Messico sono state applaudite dal Board mentre “il conteggio dei morti finiva sui giornali”. I centri di detenzione per persone che usano droghe in diversi Paesi dell’Asia orientale e sud-orientale — luoghi dove decine di migliaia di persone sono rinchiuse senza giusto processo, picchiate, costrette al lavoro e sottoposte ad abusi — non hanno mai ricevuto una condanna dall’INCB, benché dodici agenzie Onu ne abbiano chiesto la chiusura. Persino la Russia, nel pieno del suo rifiuto aggressivo di adottare misure di riduzione del danno contro l’Hiv tra le persone che si iniettano sostanze, è stata lodata per le sue politiche antidroga.
Per Barrett tutto questo non è casuale. Il rifiuto di condannare la tortura appare “più come una postura difensiva” di fronte alle critiche crescenti verso il regime internazionale di controllo delle droghe che non come una sincera convinzione sui limiti del proprio mandato. In altre parole, l’INCB preferisce proteggere l’architettura proibizionista di cui è parte invece che misurarla sul terreno concreto delle vite spezzate, delle torture, delle esecuzioni e della violenza sistemica prodotta dall’enforcement. Se i diritti umani rappresentano per l’INCB un terreno di tale “disagio”, perfino nel caso limpido e non negoziabile della tortura, allora il problema non riguarda solo la competenza del Board, che Barrett dice ormai “da mettere in discussione”. Riguarda il cuore stesso del sistema Onu sulle droghe, incapace di fare i conti con “le inevitabili conseguenze sui diritti umani dell’enforcement antidroga”. È una contraddizione che non può più essere rimossa: non si può essere, allo stesso tempo, custodi dei diritti e garanti di un impianto repressivo che quegli stessi diritti continua a violare.
