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Per anni il dibattito sulla regolamentazione della cannabis si è concentrato su una domanda: quanto tassare il nuovo mercato legale? Da un lato la tentazione di utilizzare la cannabis come una nuova fonte di entrate fiscali; dall’altro l’idea, mutuata dalle politiche sul tabacco, che prezzi elevati possano scoraggiare il consumo. Oggi però la ricerca economica statunitense inizia a fornire una risposta molto più complessa. Se l’obiettivo di una regolamentazione è sottrarre quote al mercato criminale, tassare troppo la cannabis può rivelarsi un clamoroso autogol. E questa è una lezione che l’Europa farebbe bene a imparare prima di costruire i propri sistemi di legalizzazione.

Uno studio pubblicato sull’International Journal of Drug Policy ha analizzato i dati di vendita della cannabis ricreativa in tutti gli Stati americani che hanno legalizzato il mercato tra il 2014 e il 2023, stimando per la prima volta l’effetto delle imposte sui prezzi e sulle vendite legali. I risultati sono sorprendenti.

Ogni dollaro aggiuntivo di tassazione viene trasferito ai consumatori con un aumento del prezzo finale compreso fra quattro e sei dollari. Ancora più importante, un incremento del 10% delle accise provoca una riduzione del 12,6% delle vendite nel mercato legale, mentre un aumento del 10% dei prezzi riduce le vendite del 17,8%. Il dato, da solo, potrebbe sembrare una vittoria per chi punta a usare il fisco per ridurre i consumi. Ma non è così semplice. Lo studio misura infatti le vendite legali, non il consumo complessivo. Quando il prodotto regolamentato diventa troppo costoso, molti consumatori non smettono di acquistarlo: semplicemente tornano dal mercato illegale.

Il mercato nero e il punto di equilibrio

Un secondo lavoro, pubblicato sul Journal of Cannabis Research, affronta proprio questo punto confrontando, Stato per Stato, i prezzi della cannabis legale e di quella acquistata sul mercato clandestino. La conclusione è chiara. Negli Stati con mercati maturi e ampia concorrenza tra operatori — come Colorado, California e Michigan — la cannabis venduta nei dispensari è ormai diventata addirittura meno costosa di quella illegale.

Negli Stati dove invece il sistema resta più rigido, con poche licenze, tasse elevate e maggiore concentrazione del mercato — come Illinois, Massachusetts, Maine e Connecticut — continua a essere il mercato clandestino a offrire i prezzi più bassi. In altre parole, non basta legalizzare. Occorre costruire un mercato capace di competere realmente con quello criminale.

Già nel 2024 un gruppo di economisti aveva simulato gli effetti delle cosiddette “sin taxes” sulla cannabis. La conclusione era quasi controintuitiva: la tassazione è certamente uno strumento utile di salute pubblica, ma oltre una certa soglia produce un effetto opposto a quello desiderato. L’aumento del prezzo rende infatti più conveniente l’offerta illegale, che continua a non pagare imposte, IVA, contributi o costi regolatori. Gli autori parlano apertamente di un trade-off fra quattro obiettivi diversi: ridurre il mercato illegale; garantire entrate fiscali; mantenere prezzi competitivi; limitare il consumo. Massimizzarne uno significa inevitabilmente sacrificare almeno in parte gli altri.

La cannabis presenta infatti una caratteristica che la distingue da molti altri beni soggetti ad accise. Per il tabacco o gli alcolici esiste un mercato legale praticamente monopolistico. L’alternativa illegale è marginale. Per la cannabis, invece, il mercato clandestino esiste già, è efficiente, organizzato e perfettamente in grado di soddisfare la domanda.

Ogni euro di tassazione in più non viene confrontato con il “non acquistare”, ma con un’offerta illegale spesso facilmente accessibile e meno costosa. Per questo motivo il livello ottimale di tassazione non coincide necessariamente con quello che massimizza il gettito o aumenta maggiormente il prezzo. Coincide piuttosto con il punto in cui il mercato regolamentato riesce progressivamente a rendere economicamente irrilevante quello criminale.

Il dibattito, anche europeo, continua spesso a chiedersi quante tasse dovrebbe pagare la cannabis. La domanda giusta, suggeriscono ormai diversi studi, è un’altra. Quanta quota di mercato vogliamo togliere alle organizzazioni criminali? Se questo è l’obiettivo principale della regolamentazione, allora la politica fiscale deve essere progettata non per spremere il nuovo settore legale, ma per permettergli di vincere la competizione con il mercato illegale.

Perché ogni grammo acquistato in un punto vendita autorizzato significa un prodotto controllato, imposte effettivamente riscosse, minori profitti per la criminalità organizzata e maggiori garanzie per i consumatori. La ricerca statunitense non suggerisce di rinunciare alle tasse. Suggerisce qualcosa di più difficile: progettarle con equilibrio. Perché, in materia di cannabis, il rischio è che un fisco troppo vorace finisca per diventare il miglior alleato dello spacciatore.