Solo pochi giorni fa, alla Commissione Droghe dell’Onu di Vienna, Gustavo Petro aveva pronunciato uno degli interventi più limpidi e politici ascoltati in plenaria. Aveva detto, in sostanza, che il consumo di sostanze non può essere letto soltanto come questione farmacologica o criminale, ma come fenomeno storico e sociale. E aveva aggiunto il punto più scomodo per i custodi dell’ortodossia proibizionista: vietare le droghe non elimina il mercato, ma rafforza mafie, violenza e circuiti di morte.
Ora, mentre quelle parole continuano a pesare nel dibattito internazionale, il presidente colombiano si ritrova nel mirino della Drug Enforcement Administration statunitense. Secondo quanto riferisce l’Associated Press, la DEA avrebbe classificato Petro come priority target, etichetta riservata ai soggetti ritenuti in grado di avere un “impatto significativo” sul traffico di droga. La notizia emerge nel quadro di indagini federali avviate a New York su presunti legami tra il presidente colombiano, o persone a lui vicine, e reti del narcotraffico.
L’inchiesta, almeno per ora, si muove però in un terreno ancora incerto. La stessa AP scrive che le verifiche sono in fase iniziale, basate in parte su dichiarazioni di informatori confidenziali, e che non è chiaro se i procuratori federali abbiano attribuito a Petro una responsabilità penale diretta. Tra le ipotesi al vaglio ci sarebbero presunti rapporti con il cartello di Sinaloa, l’uso distorto del piano di “pace totale” a vantaggio di narcotrafficanti che avrebbero contribuito alla sua campagna elettorale, e perfino un sistema di tangenti per bloccare estradizioni negli Stati Uniti.
Petro respinge tutto. Ha negato ogni rapporto con trafficanti e ogni utilizzo di fondi illeciti nella campagna presidenziale, sostenendo che le accuse finiranno per ritorcersi contro la destra colombiana, che a suo dire sarebbe la vera parte compromessa con questi ambienti. Anche l’ambasciata colombiana a Washington ha definito “non verificate” e prive di base fattuale le indiscrezioni circolate.
Il punto, però, non è soltanto giudiziario. È politico, e perfino ideologico. Perché il caso arriva dentro una relazione già fortemente conflittuale tra Petro e l’amministrazione Trump. Negli ultimi mesi il presidente colombiano ha attaccato Washington per il sostegno a Israele, per la gestione repressiva delle migrazioni e per le operazioni militari contro le imbarcazioni sospettate di traffico di droga nei Caraibi, denunciate da più parti come esecuzioni extragiudiziali. Trump, dal canto suo, aveva già definito Petro un illegal drug leader, revocandogli il visto e colpendo la Colombia con ritorsioni economiche e diplomatiche.
Dentro questo scontro, la nuova offensiva giudiziario-mediatica americana ha un significato che va oltre la sorte personale del presidente colombiano. Colpisce infatti il principale leader latinoamericano che oggi mette in discussione, con parole nette, il paradigma della war on drugs. Non un riformista timido, ma un capo di Stato che all’Onu ha osato dire ciò che molti sanno e pochi dichiarano apertamente: che il proibizionismo non ha sconfitto le droghe, ha militarizzato territori, alimentato corruzione, prodotto massacri e consolidato i poteri criminali. La Colombia è stata poi centrale nel processo che ha aperto, proprio in questi mesi, la revisione del sistema globale di controllo delle droghe.
Quando un presidente latinoamericano denuncia davanti all’Onu che la proibizione genera mafia e morte, e pochi giorni dopo viene additato dalla DEA come bersaglio prioritario, non siamo davanti a una semplice coincidenza mediatica. Siamo dentro uno scontro aperto sul governo globale delle droghe, sul ruolo degli Stati Uniti nel continente e sulla possibilità stessa di uscire dal fallimento sanguinoso della guerra alla droga.
[Foto: Andrea Puentes – Presidencia Colombia]
