C’è una parte del lavoro sociale che non si rassegna a fare da braccio operativo del controllo, della selezione dei “meritevoli”, della medicalizzazione della devianza. Da questa consapevolezza nasce il Manifesto del lavoro sociale anti-oppressivo, promosso da un gruppo di assistenti sociali, educatrici ed educatori, formatrici, ricercatrici e ricercatori, psichiatri e sociologi, che hanno deciso di mettere nero su bianco un’altra idea di professione sociale.
Il Manifesto parte da un assunto semplice e radicale: le disuguaglianze non sono incidenti di percorso, ma sono “radicate nella storia e nella struttura della nostra società” e ogni pratica professionale, nel welfare come nei servizi per le dipendenze, può contribuire a riprodurle oppure a contrastarle. Da qui la scelta di un approccio anti-oppressivo che sposta il baricentro dalle procedure al punto di vista delle persone direttamente coinvolte, riconoscendole come soggetti di diritti e non come oggetti di intervento.
Le autrici e gli autori del Manifesto denunciano come le istituzioni chiedano spesso agli operatori di agire “con un’ottica di controllo e di redistribuzione delle risorse del welfare”, lasciando senza risposta i bisogni che non rientrano nelle categorie riconosciute. L’alternativa proposta è un lavoro sociale fondato sull’empowerment, che “si concentri non sulla punizione, ma sulla possibilità di un cambiamento”, aiutando le persone a leggere criticamente le strutture economiche, sociali e politiche che contribuiscono alla loro oppressione e favorendo azione collettiva e partecipazione.
Nel Manifesto trovano spazio alcuni nodi centrali per chi si occupa anche di droghe: l’analisi del potere esercitato dai professionisti nei confronti degli utenti, la critica alla individualizzazione dei problemi sociali (come la povertà o l’uso di sostanze) ridotti a colpe del singolo, l’adozione di una prospettiva intersezionale che riconosce l’intreccio di classismo, razzismo e sessismo. Particolarmente rilevante è la messa in discussione della “medicalizzazione della devianza” che negli ultimi vent’anni ha colonizzato molta parte delle pratiche professionali, spostando sul piano clinico ciò che nasce da ingiustizie strutturali.
Non si tratta solo di un documento teorico: il Manifesto indica la necessità di costruire una comunità professionale che sperimenti quotidianamente strumenti, metodologie e saperi anti-oppressivi, condividendo casi, riflessioni e percorsi di formazione. L’obiettivo è un lavoro sociale capace non solo di rispondere ai bisogni immediati, ma anche di “sfidare e trasformare le strutture oppressive della nostra società”. Per contatti e adesioni è attiva la mail lavorosocialeantioppressivo@gmail.com.
