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La cannabis terapeutica è legale in Italia da quasi vent’anni. Eppure centinaia di persone che la utilizzano sulla base di una regolare prescrizione medica sono state convocate nelle caserme, raggiunte a casa o sul luogo di lavoro e interrogate come persone informate sui fatti. È il paradosso denunciato nella conferenza stampa Cannabis terapeutica: i pazienti non sono criminali, promossa da Meglio Legale e ospitata il 12 giugno nella sala stampa della Camera dei deputati.

Al centro dell’incontro un’indagine giudiziaria dai contorni ancora poco chiari, che avrebbe coinvolto circa seicento pazienti in tutta Italia. Le domande rivolte loro non avrebbero riguardato soltanto l’acquisto e la consegna dei preparati, ma anche le condizioni di salute, le modalità della visita, il rapporto con il medico prescrittore e perfino l’effettiva necessità della terapia.

Antonella Soldo, presidente di Meglio Legale, ha raccontato le testimonianze raccolte nelle settimane precedenti: un uomo con un tumore al terzo stadio invitato a presentarsi in caserma nonostante fosse impossibilitato a lasciare il letto; una donna con endometriosi interrogata sull’utilizzo di ovuli vaginali; pazienti raggiunti sul posto di lavoro o accompagnati immediatamente davanti agli investigatori. Persone formalmente non indagate, ma esposte a modalità capaci di produrre paura, vergogna e una concreta percezione di criminalizzazione.

Il danno non si limita alla violazione della riservatezza. Medici e farmacisti, intimoriti dall’inchiesta, hanno cominciato in alcuni casi a interrompere le prescrizioni, le preparazioni o le spedizioni dei medicinali. A pagare il prezzo dell’incertezza sono così ancora una volta i pazienti, costretti a sospendere cure efficaci o a intraprendere veri e propri viaggi della speranza per raggiungere una delle poche farmacie galeniche disponibili.

Il farmacista Matteo Ternelli ha ricordato come la disciplina delle spedizioni sia tutt’altro che lineare. Una circolare del Ministero della Salute del 2020, confermata dal Consiglio di Stato, ha consolidato un orientamento contrario alla consegna diretta della cannabis terapeutica, pur in assenza di un divieto legislativo altrettanto netto per i preparati galenici. Il risultato è un sistema in cui un paziente può essere costretto a percorrere centinaia di chilometri oppure a delegare una terza persona al ritiro di un farmaco preparato appositamente per lui.

A rendere ancora più surreale la vicenda è il coinvolgimento delle terapie veterinarie. Le veterinarie Elena Battaglia e Chiara Boncompagni hanno riferito di proprietari invitati a portare in caserma cani e gatti, insieme a referti, ricette e comunicazioni con il medico. In alcuni casi gli investigatori avrebbero espresso valutazioni sulla necessità dei trattamenti o sulla professionalità dei veterinari, nonostante le prescrizioni siano effettuate attraverso il sistema elettronico e siano quindi pienamente tracciabili. Laura invece ha raccontato la visita ricevuta da due carabinieri forestali per verificare la terapia a base di cannabinoidi prescritta al proprio cane, anziano e affetto da dolore cronico. Più di due ore di domande sulle diagnosi, sulla telemedicina, sulla farmacia scelta e sulle modalità di consegna del medicinale. Una cura che aveva restituito all’animale movimento e qualità della vita è diventata così l’oggetto di un accertamento vissuto come sproporzionato e invasivo.

Tutte le prescrizioni di cannabis terapeutica, per uso umano e veterinario, sono sottoposte a procedure di controllo e tracciabilità. Proprio per questo appare difficile comprendere la necessità di una vasta operazione rivolta direttamente ai pazienti, fondata sul sospetto che il circuito medico possa nascondere un mercato parallelo. Il rischio è che la ricerca di eventuali irregolarità finisca per demolire il rapporto di fiducia fra medico e paziente e per scoraggiare l’accesso a una terapia riconosciuta dalla legge.

La vicenda si inserisce in un sistema già fragile. La produzione nazionale affidata allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze continua a essere largamente insufficiente rispetto al fabbisogno. Secondo i dati presentati da Meglio Legale, nel 2026 la domanda potrebbe raggiungere circa 2,5 tonnellate, mentre la produzione italiana resterebbe sotto i 400 chilogrammi. L’Italia dipende quindi dalle importazioni, con carenze periodiche, tempi incerti e difficoltà nel reperire le varietà necessarie.

A questo si aggiungono le disuguaglianze regionali. Le condizioni di prescrizione, la rimborsabilità e i percorsi di accesso cambiano da un territorio all’altro. Due persone con la stessa patologia possono ricevere trattamenti e coperture economiche radicalmente differenti soltanto perché risiedono in regioni diverse.

Per orientarsi in questo labirinto, Meglio Legale ha presentato la guida gratuita Tutto quello che c’è da sapere sulla cannabis terapeutica, dedicata a pazienti, familiari, operatori sanitari e decisori pubblici. Il documento ricostruisce il quadro normativo, le modalità di prescrizione, il ruolo delle farmacie galeniche, le indicazioni terapeutiche e i diritti dei pazienti.

La richiesta rivolta al Governo e ai ministeri competenti è ora quella di fare chiarezza sull’inchiesta e sulle modalità con cui sono stati condotti gli interrogatori, ma anche di intervenire sulle cause strutturali del problema: produzione insufficiente, norme contraddittorie, ostacoli alla distribuzione e persistente confusione fra uso medico e uso ricreativo.

Quando un medicinale è legalmente prescritto, sostenuto dalle evidenze e inserito in un percorso sanitario, lo Stato dovrebbe garantirne l’accesso, non trasformare chi lo utilizza in un sospetto. La salute non può dipendere dal luogo di residenza, dalla disponibilità di una farmacia o dalla paura di ricevere una visita delle forze dell’ordine. I pazienti non sono criminali. E curarsi non può diventare un interrogatorio.

Ascolta il podcast con la conferenza stampa: