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Robinson, il supplemento letterario del quotidiano la Repubblica, ha pubblicato una lunga intervista a Irving Welsh per annunciare la prossima uscita del sequel di Trainspotting, a distanza di un trentennio. Francamente, non aspetto con impazienza di leggerlo tenuto conto che la prima puntata non mi è piaciuta molto. Ovviamente, non avendo nessuna competenza in materia, non parlo delle qualità letterarie di Trainspotting ma del suo contenuto e cioè di quanto ha determinato l’immediato successo del romanzo e del film che ne è derivato. In un articolo che accompagna l’intervista, Nicola Lagioia definisce il romanzo (e ancor più il film) una buona sintesi di un “tempo di mezzo” in cui “tutto ciò che fino al giorno prima era sembrato anomalo, controcorrente, eccessivo […] riceve la sua consacrazione.” L’eroina e l’alcol non potevano non essere parte di tutto ciò, fin dalla prima pagina, dove uno dei personaggi è in crisi d’astinenza, all’ultima, dove il personaggio principale scappa con i soldi ricavati dalla vendita di un carico di eroina, beffando i suoi compagni. A ben guardare più che una consacrazione, Trainspotting rappresenta il modo in cui l’opinione pubblica percepisce l’assunzione di sostanze psicotrope, come violazione cioè dell’imperativo morale secondo il quale, scriveva Howard Becker in Outsiders, l’individuo è responsabile del proprio benessere e capace di controllare razionalmente il proprio comportamento: “The stereotype of the dope fiend portrays a person who violates these imperatives.” Il romanzo è effettivamente la rappresentazione sistematica degli stereotipi su cui è stato costruito lo stigma che segna l’esistenza dei tossicodipendenti; si pensi alla reazione dei personaggi alla morte in culla della piccola Dawn abbandonata a sé stessa: cucinarsi un’altra dose di eroina e stare alla larga dalla polizia.

Dubito che dalla lettura di Trainspotting si possa trarre altro che un rafforzamento di quel concetto di estraneità del tossicodipendente alla società su cui si fonda il regime legale del proibizionismo più intransigente. Sicuramente, con quel romanzo non si entra nella testa di chi è assillato dalla continua necessità di farsi, come invece accade con romanzi, frequentemente autobiografici, verso i cui personaggi scatta inevitabile un sentimento di umana comprensione, se non proprio di partecipazione. Si pensi a Speed di William Burroughs Jr, scritto una ventina d’anni prima di Trainspotting: “Avevamo cercato un lavoro, ragazze e soldi. Avremmo voluto visitare i musei e i luoghi d’arte, e avremmo voluto salire a piedi fino in cima all’Empire State Building. Ma nulla di ciò era avvenuto. Fu senza dubbio una libera scelta e in poche settimane avevamo toccato il fondo”, ma d’altra parte, “non ero che un ragazzino scappato di casa che si drogava il cervello e che si metteva nei guai per pura stupidità.” Si pensi a romanzi di autori afroamericani come Clarence Cooper Jr. (The scene e The farm) e Lee Stringer (Grand Central Winter. Stories from the Street), o della danese Tove Ditlevsen, o, non certo ultimo, il bellissimo racconto Postoristoro di Pier Vittorio Tondelli. A fronte di Trainspotting che, consapevolmente o meno, afferma l’esclusione della persona che usa sostanze dall’ordinato vivere della società, si pone dunque un filone letterario che ci rammenta l’umanità e il diritto all’inclusione di quella figura. In fondo, anche nella letteratura la riduzione del danno fronteggia il proibizionismo.