Il carcere è ancora pensato, governato e raccontato al maschile. Le sezioni femminili restano uno spazio marginale dentro un’istituzione già marginale, dove la reclusione si somma a biografie segnate da povertà, violenze, dipendenze, rotture familiari. È in questo contesto che si colloca Donne oltre il carcere. Percorsi di self-empowerment delle donne detenute (ETS, 2025), a cura di Micaela Castiglioni, Susanna Ronconi e Grazia Zuffa: un libro che prova a spostare radicalmente lo sguardo, dall’ossessione per il controllo alla costruzione di potere e di voce delle donne recluse.
Il volume nasce da oltre dieci anni di ricerca e intervento nelle carceri femminili. Non è un semplice resoconto di esperienze, ma la sistematizzazione di un lavoro collettivo che intreccia teoria pedagogica, pratiche educative e critica delle politiche penali e trattamentali. Il cuore del testo è un modello di formazione e di «micro-pedagogia» orientato al self-empowerment: un percorso laboratoriale che accompagna le donne detenute nella valorizzazione di sé, nella scoperta della propria forza, nella messa in gioco delle risorse personali e sociali.
L’idea di fondo è semplice e al tempo stesso radicale: dietro le sbarre non vanno portati solo controlli, protocolli e dispositivi di valutazione del rischio, ma strumenti perché le donne possano ripensare se stesse e il proprio posto nel mondo. Non si tratta di un “trattamento” ulteriore, bensì di una pratica critica che prova a scalfire il paradigma penitenziario fondato su deficit, colpa e limite. Lavorare sull’autonarrazione, sulle relazioni tra pari, sulle competenze biografiche e sociali diventa così un modo per sottrarre le soggettività all’idea di essere solo oggetto della pena.
A rendere particolarmente significativo il libro è la capacità di tenere insieme dimensione metodologica e sguardo politico. La guida dettagliata ai laboratori – pensata per educatori, psicologi, volontari, operatori culturali – non è un manuale neutro: è attraversata da una riflessione sul carcere come dispositivo che seleziona, differenzia e gerarchizza, e sul modo in cui la differenza di genere incide sull’esperienza della detenzione. Le autrici ricordano come per le donne la privazione della libertà impatti sul lavoro di cura, sulle responsabilità familiari, sulla maternità, sul rapporto con i figli, amplificando la dimensione di colpa e di stigma.
In questa prospettiva, la difesa e la promozione dei diritti fondamentali delle persone recluse non sono un capitolo a parte, ma la condizione stessa perché qualsiasi percorso educativo abbia senso. Parlare di self-empowerment in carcere significa assumere che le donne detenute siano titolari di diritti, non solo beneficiarie di misure o servizi. Significa interrogare criticamente le pratiche trattamentali, le misure disciplinari, le procedure sanitarie e di sicurezza che definiscono la quotidianità delle sezioni femminili.
Il libro porta la firma di tre figure che hanno segnato il dibattito italiano su carcere, droghe e differenza di genere. Si tratta dell’ultimo volume curato da Grazia Zuffa (1945-2025), psicologa, già presidente della Società della Ragione e componente del Comitato Nazionale per la Bioetica, che ha dedicato la sua ricerca psicosociale proprio all’intreccio fra carcere, uso di sostanze e differenza femminile, contribuendo in modo decisivo alla critica della “neutralità” dei dispositivi penali. Susanna Ronconi, formatrice e attivista nel campo delle dipendenze e delle marginalità urbane, è da anni impegnata nella costruzione di metodologie di educazione degli adulti e fa parte del Comitato scientifico di Forum Droghe. Micaela Castiglioni, docente all’Università di Milano-Bicocca e direttrice del Master in Medical Humanities e Narrazione in Medicina, porta nel volume la prospettiva delle scienze dell’educazione e della narrazione come pratica trasformativa.
Donne oltre il carcere si propone così come strumento di lavoro per chi opera “dietro le sbarre”, ma anche come testo politico e culturale per chi, dentro e fuori il mondo penitenziario, vuole interrogarsi su che cosa significhi oggi pensare il carcere a partire dalle donne. È una guida a una pratica «in controtendenza», che non nega ferite, responsabilità, sofferenze, ma che rifiuta di ridurre l’identità delle persone recluse alla somma dei loro reati. In tempi in cui il discorso pubblico invoca sempre più spesso carcere e punizione come risposta immediata a ogni conflitto sociale, la proposta di lavorare su empowerment, narrazione di sé e diritti fondamentali è, già di per sé, una forma di resistenza.
Presentare questo libro, come sarà fatto domani a Firenze presso la sede de la Società della Ragione (Ore 18, complesso di San Salvi, Padiglione 35) significa allora aprire uno spazio di discussione più ampio: su come ripensare l’istituzione penitenziaria, su quali politiche sociali e di genere servano per prevenire l’ingresso in carcere, su come costruire percorsi di uscita che non siano solo “misure alternative” ma veri processi di ricostruzione di legami, opportunità, cittadinanza. Le storie, le pratiche e le riflessioni raccolte in Donne oltre il carcere mostrano che, anche nei luoghi più chiusi, è possibile aprire varchi. A patto di partire dalle donne, dalle loro parole e dalla loro capacità di trasformare – almeno un po’ – il carcere che le contiene.
