Il 25 novembre 2025 Eurasian Harm Reduction Association (EHRA), Correlation – European Harm Reduction Network (C-EHRN) e Drug Policy Network South East Europe (DPNSEE) hanno presentato in un webinar il rapporto «Beyond Numbers: Harm Reduction across South-Eastern Europe», firmato da Irena Molnar e colleghe, realizzato nell’ambito del progetto europeo BOOST. Un titolo programmatico: andare «oltre i numeri» per capire che cosa significa davvero, nei territori, parlare di riduzione del danno in undici paesi del Sud-Est Europa, con un’attenzione particolare ai Balcani occidentali.
L’operazione è duplice. Da un lato il rapporto costruisce un quadro comparativo, incrociando dati epidemiologici, copertura di terapie sostitutive con oppioidi OAT/OST, programmi siringhe e aghi (NSP), test e trattamenti per HIV e HCV, overdose, servizi in carcere, contesti legali e sistemi di monitoraggio. Dall’altro lato restituisce la voce di operatori, attiviste, persone con esperienza d’uso e reti civiche, chiamate a raccontare cosa resta di quei servizi quando i finanziamenti si interrompono, quando il centro di scambio siringhe chiude, quando per raggiungere il metadone bisogna viaggiare per ore fino alla capitale.
Per rendere confrontabili contesti molto diversi, le autrici hanno sviluppato una «scorecard» che valuta ogni paese su quattro domini – servizi, politiche e finanziamenti, epidemiologia, dati e monitoraggio – attribuendo un punteggio da 0 a 10 per ciascuno e costruendo un indice finale in quattro fasce: sistemi «forti», «moderati», «deboli» o in condizione «critica». Ne esce una mappa della riduzione del danno che conferma quanto già sappiamo, ma con la forza di numeri e testimonianze intrecciati: in Europa sud-orientale dove vivi conta spesso più di quale sia il tuo bisogno di salute.
In cima alla classifica troviamo la Slovenia, che sfiora il 100% dell’indice grazie a una rete nazionale di OAT e NSP integrata nel servizio sanitario, a un programma strutturato di naloxone take-home, a PrEP disponibile e – novità per la regione – alla prima sala del consumo ufficialmente riconosciuta, aperta a Nova Gorica nel 2024. Seguono Grecia e Croazia, entrambe con sistemi relativamente consolidati, un certo grado di integrazione con la sanità pubblica e – nel caso greco – sale del consumo ad Atene e Salonicco. Ma anche qui le luci non cancellano le ombre: i servizi restano concentrati nelle grandi città, mentre isole e aree rurali continuano a essere quasi scoperte.
Scendendo lungo la graduatoria si entra nel territorio della fragilità strutturale. In Bosnia Erzegovina, classificata come «critica», i programmi siringhe e aghi sono semplicemente crollati: dal 2020 non viene distribuita ufficialmente nemmeno una siringa, dopo il ritiro del Global Fund e l’assenza di un subentro stabile da parte delle istituzioni. In Serbia, Kosovo e Nord Macedonia la fotografia è simile: la copertura di OAT e NSP è limitata a poche città, l’accesso è spesso condizionato dall’assicurazione sanitaria, i servizi di outreach sopravvivono a colpi di progetti a breve termine, mentre in intere regioni l’unico «programma» disponibile resta il mercato illegale, con il metadone comprato in strada.
Il rapporto insiste su un punto cruciale: la dipendenza dai donatori internazionali ha lasciato un’eredità difficile da colmare. Dove il Global Fund e altri finanziatori hanno sostenuto per anni la riduzione del danno senza costruire meccanismi di transizione, l’uscita ha significato chiusura di drop-in, licenziamento di equipe, fine di servizi che avevano radici nelle comunità. La storia del centro di Kisela Voda, in un quartiere popolare di Skopje, costretto a chiudere dopo i tagli, o quella della rete NSP in Bosnia, azzerata in pochi anni, mostrano come la mancanza di finanziamenti domestici pluriennali trasformi ogni progetto in un castello di carte.
Anche dove le politiche nazionali sembrano allineate al lessico internazionale, il divario tra strategia e implementazione resta enorme. Molti paesi citano la riduzione del danno nei Piani nazionali su droghe, HIV o HCV, ma senza budget dedicati e senza strumenti di «social contracting» che permettano alle ONG di lavorare in maniera stabile. La criminalizzazione del possesso per uso personale è ancora la norma in buona parte della regione, con leggi che non distinguono quantità, non fissano soglie, non prevedono reali alternative alla pena. La conseguenza è che chi usa droghe continua a evitare i servizi per paura di essere identificato, denunciato, incarcerato.
Le testimonianze raccolte nel rapporto mostrano bene come la riduzione del danno venga spesso piegata a una logica di «trattamento verso l’astinenza». In Nord Macedonia, per accedere alla terapia per l’epatite C in alcune strutture viene richiesta una prova di sei mesi di astinenza dall’uso di droghe iniettabili. In Serbia e Montenegro la continuità dell’OAT è messa in discussione da liste d’attesa, cambi arbitrari delle dosi, richiesta di documenti e residenza stabile. In Romania, dove la prevalenza di HIV tra le persone che iniettano è tra le più alte della regione, il sistema vive su una contraddizione: la strategia nazionale prevede la riduzione del danno, ma gli NSP sopravvivono quasi esclusivamente grazie a pochi progetti di ONG concentrate a Bucarest.
Particolarmente drammatico è il quadro delle carceri. Nessuno dei paesi analizzati offre programmi siringhe e aghi negli istituti di pena, nonostante raccomandazioni chiare da parte di OMS e UNODC. In molti contesti l’OAT in carcere è limitato alla sola continuazione per chi era già in trattamento all’esterno, senza possibilità di iniziare durante la detenzione. L’accesso ai farmaci per l’HIV è spesso ostacolato da ritardi burocratici e assenza di collegamento tra sistema penitenziario e servizi sanitari esterni. Solo in pochi casi – come Slovenia e Grecia – esistono percorsi più fluidi che permettono di iniziare e proseguire il trattamento dentro e fuori dal carcere.
Nonostante questo scenario, il rapporto non è solo un elenco di fallimenti. A emergere è anche la capacità di resilienza delle comunità. In Bulgaria, dopo anni di desertificazione, le ONG hanno ricostruito, insieme a alcuni comuni, una rete di servizi con finanziamento pubblico e contratti sociali. In Montenegro, la riattivazione del sostegno del Global Fund ha permesso la riapertura di drop-in e l’avvio di una nuova strategia droghe 2024-2027 con un approccio più esplicitamente di salute pubblica. In Slovenia, Grecia e – in misura diversa – Croazia, la normalizzazione della riduzione del danno dentro i sistemi sanitari dimostra che è possibile garantire continuità, innovazione (drug checking, sale del consumo, naloxone diffuso) e partecipazione delle comunità.
Durante il webinar le rappresentanti dell’Agenzia europea sulle droghe (EUDA) hanno riconosciuto le forti disparità di copertura della riduzione del danno in Europa e annunciato l’intenzione di mappare più sistematicamente i servizi nei Balcani occidentali, per colmare buchi informativi e orientare programmi futuri. EHRA ha richiamato il processo di allargamento dell’Unione come possibile leva per pretendere dai paesi candidati non solo strategie ben scritte, ma «attuazione reale, finanziamenti stabili e coinvolgimento delle persone che usano droghe nelle scelte che le riguardano».
Il messaggio conclusivo del rapporto e del webinar è chiaro: in Europa sud-orientale la riduzione del danno sopravvive grazie alla tenacia della società civile e alla leadership delle comunità, ma questo non basta più. Per evitare nuove ondate di infezioni, overdose e esclusione sociale servono impegni politici vincolanti, meccanismi di finanziamento pluriennali e l’integrazione definitiva dei servizi di riduzione del danno nei sistemi sanitari pubblici. Solo così, davvero, si potrà andare «oltre i numeri».
