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Alla sessione tematica della Commissione ONU sugli Stupefacenti (CND) del 1° ottobre, dedicata ai “tassi elevati di trasmissione di HIV ed epatite C associati all’uso di droghe”, la voce più nitida è arrivata da chi vive in prima persona le conseguenze delle politiche punitive.

A intervenire durante la riunione intersessionale della CND è stata Rebeca Marques Rocha a nome di Youth RISE, rete internazionale di giovani che usano droghe e di attivisti impegnati per politiche più giuste e basate sui diritti umani.

 

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L’intervento ha messo al centro una realtà spesso ignorata: i giovani che usano droghe rappresentano un quarto delle persone che si iniettano sostanze nel mondo, ma hanno un rischio di contrarre HIV o epatite C una volta e mezzo superiore a quello degli adulti. Una disuguaglianza che non nasce da comportamenti individuali, ma da barriere strutturali: servizi inaccessibili, modelli “adultocentrici”, norme che criminalizzano invece di proteggere.

Youth RISE ha ricordato che, secondo UNAIDS, i nuovi casi di HIV tra i 15 e i 24 anni sono in aumento in molti paesi. Una tendenza che può essere invertita solo garantendo servizi adeguati e accessibili: programmi di riduzione del danno, spazi sicuri, trattamenti sostitutivi, informazione e sostegno tra pari.

Eppure, hanno sottolineato, solo il 9% delle persone che usano oppiacei nel mondo ha accesso a trattamenti con agonisti, e solo 2 paesi su 25 raggiungono i livelli raccomandati dalle Nazioni Unite.

I dati raccolti dall’organizzazione nei propri studi lo dimostrano con chiarezza. In Nigeria, nel programma pilota di scambio siringhe, il 72% dei partecipanti aveva meno di 30 anni, ma quasi nessuno disponeva di servizi pensati per giovani. In Kirghizistan, solo il 10% delle persone che usano droghe accede a servizi di riduzione del danno, e la percentuale scende ulteriormente per i più giovani. In Tanzania, infine, chi ha meno di 18 anni deve presentare il consenso dei genitori per accedere ai trattamenti: un ostacolo insormontabile quando l’uso di droghe è criminalizzato e stigmatizzato.

I giovani stanno venendo traditi dai sistemi che dovrebbero proteggerci”, ha detto la rappresentante di Youth RISE, ricordando che gli Stati membri, con il Patto per il Futuro, si sono impegnati a includere le nuove generazioni nei processi decisionali. Eppure, le politiche sulle droghe continuano a essere disegnate senza la loro partecipazione, riproducendo stigmi e fallimenti.

Il messaggio è stato chiaro e diretto: non servono nuove guerre alla droga, ma servizi accessibili, peer-led e privi di stigma. Servizi che riconoscano i giovani non come “problemi da risolvere”, ma come “esperti delle proprie vite, pronti a collaborare per costruire politiche basate su evidenze, uguaglianza e autonomia”.

Il lavoro di Youth RISE prosegue con un nuovo appuntamento internazionale. Martedì 21 ottobre alle 13.00 (CET) si terrà il webinar “Youth Voices, Impactful Choices: Leading the Future of the AIDS Response”, organizzato insieme a UNAIDS e alle principali reti giovanili mondiali.

L’incontro sarà l’occasione per condividere le priorità dei giovani nella definizione della prossima Strategia Globale sull’AIDS, imparare come partecipare ai processi decisionali internazionali e mobilitare l’azione giovanile in vista del Vertice di Alto Livello del 2026. Qui il link per partecipare.

Youth RISE ribadisce così un messaggio semplice ma cruciale: le persone giovani che usano droghe, quelle che vivono con HIV e tutte le popolazioni chiave devono essere parte delle decisioni che plasmano il futuro delle politiche sulle droghe e della risposta globale all’AIDS. Non bisogna decidere sulla loro testa, ma diventare protagoniste delle scelte che determinano il loro futuro.