A Napoli è stata lanciata una petizione che tocca un nodo decisivo delle politiche sulle droghe e sulla marginalità: se la cura debba essere costruita nella prossimità, nell’integrazione tra servizi pubblici e terzo settore, oppure sacrificata a scelte amministrative che rischiano di spezzare legami, competenze e continuità. La petizione, pubblicata su Change.org il 4 marzo 2026, si intitola “Proteggere il modello integrato tra istituzione pubblica e terzo settore a Napoli” e nasce dall’allarme lanciato dal collettivo delle dipendenze del consorzio Gesco.
Il punto politico è chiarissimo: in gioco non c’è soltanto la sorte di alcuni servizi, ma un’idea di intervento pubblico sulle dipendenze fondata sulla riduzione del danno, sull’aggancio precoce, sulla mediazione sociale e sanitaria, sulla capacità di raggiungere le persone prima che l’emergenza esploda. La petizione rivendica che questo modello, costruito in trent’anni di collaborazione tra pubblico e terzo settore, non sia un’appendice esterna del servizio sanitario, ma parte integrante della risposta pubblica ai bisogni complessi delle persone.
Nel testo si ricorda infatti che il sistema napoletano non serve solo a “curare chi usa sostanze”, ma a salvare vite, prevenire recidive, ridurre il sovraffollamento carcerario, sostenere famiglie, proteggere la salute collettiva e tenere insieme pezzi di città che altrimenti verrebbero lasciati ai margini. È una definizione preziosa, perché rompe la rappresentazione tossica delle dipendenze come questione separata dal resto del welfare: qui si parla invece di povertà, esclusione, salute mentale, strada, casa, relazioni, accesso ai servizi.
L’allarme nasce da una decisione dell’ASL Napoli 1: secondo la petizione, è stata deliberata l’interruzione della nuova gara d’appalto, con una proroga dell’affidamento solo fino ad agosto. La gara per l’area dipendenze, pubblicata da ASL Napoli 1 Centro, risulta effettivamente sospesa sul portale di riferimento. Nel frattempo è comparso anche un nuovo avviso pubblico rivolto agli enti del terzo settore, con scadenza indicata al 25 marzo 2026. Il quadro, insomma, appare tutt’altro che stabilizzato, ed è proprio questa incertezza a rendere concreto il rischio di smantellamento o di svuotamento dei servizi di prossimità.
La petizione mette in fila con nettezza le conseguenze possibili: persone più fragili lasciate senza supporto, aumento delle tensioni sociali nei quartieri, ulteriore sovraccarico dei servizi pubblici, dispersione di competenze costruite nel tempo, trasformazione della prevenzione in gestione permanente dell’emergenza. È un passaggio che dovrebbe essere letto con attenzione anche fuori Napoli, perché descrive perfettamente ciò che accade quando si taglia la continuità territoriale e si riduce il lavoro sociale a funzione residuale o ancillare.
C’è poi un elemento che rende questa vicenda ancora più paradossale. Proprio mentre in Campania la giunta regionale ha approvato un piano triennale di contrasto alle dipendenze patologiche da 5,5 milioni di euro, finalizzato a prevenzione, cura, riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo, a Napoli si apre una faglia che rischia di colpire uno dei dispositivi territoriali più avanzati di intervento. Sarebbe assurdo proclamare investimenti sulle dipendenze e, allo stesso tempo, indebolire quelle pratiche di riduzione del danno e di prossimità che consentono davvero ai servizi di intercettare i bisogni reali.
Per questo la petizione non si limita alla denuncia, ma chiede la convocazione di un’assemblea pubblica di tutta la rete per costruire una piattaforma condivisa di tutela e sviluppo del modello territoriale. L’appuntamento indicato è per il 1° aprile 2026. È una richiesta giusta, che merita attenzione ben oltre il perimetro cittadino: difendere questo modello significa difendere una concezione non repressiva, non moralistica e non burocratica della cura. Significa affermare che la vera pratica pubblica, sulle droghe e sulle marginalità, non è l’abbandono mascherato da razionalizzazione, ma la prossimità.
In tempi in cui si parla molto di sicurezza e troppo poco di diritti, la petizione napoletana ricorda una verità semplice: senza riduzione del danno, senza lavoro territoriale, senza integrazione tra istituzioni e terzo settore, non si ottiene più ordine, ma più sofferenza. E a pagare il prezzo, come sempre, sono le persone che stanno peggio.
Firma la petizione qui: https://www.change.org/p/proteggere-il-modello-integrato-tra-istituzione-pubblica-e-terzo-settore-a-napoli
