Se il dibattito pubblico sugli psichedelici continua a oscillare tra promessa terapeutica e panico morale, un dato resta spesso fuori fuoco: quante persone li usano davvero, e come li usano. È qui che entra in gioco il nuovo report di RAND, basato sulla 2025 RAND Psychedelics Survey, somministrata a settembre 2025 a 10.122 adulti negli Stati Uniti.
Il primo messaggio è netto: nel 2025 la psilocibina è la sostanza psichedelica più usata. La prevalenza d’uso nell’ultimo anno viene stimata al 4,26%, pari a circa 11,06 milioni di adulti. Subito dopo arrivano MDMA/MDA (1,81%: ~4,70 milioni), Amanita muscaria (1,34%: ~3,47 milioni), ketamina (1,26%: ~3,27 milioni) e LSD (1,15%: ~2,98 milioni). In un colpo solo, il report fotografa un mercato e un insieme di pratiche che non sono più “di nicchia”, e che coinvolgono sostanze molto diverse per profilo farmacologico, contesti d’uso e rischi.
Ma la novità più dirompente riguarda il microdosing: l’assunzione di “una piccola frazione” della dose, in modo spesso ripetuto e programmato. Tra chi ha usato nell’ultimo anno, il report stima che abbia microdosato almeno una volta il 69% dei consumatori di psilocibina, il 65% di MDMA e il 59% di LSD. Tradotto in popolazione, significa circa 9,55 milioni di adulti (il 3,7%) che nel 2025 hanno “microdosato” almeno una tra psilocibina, MDMA e LSD, con una stima “depurata” dalle sovrapposizioni tra sostanze.
Qui il report aggiunge un altro livello: non conta solo quante persone, ma quanti giorni. Per la psilocibina si stimano circa 216 milioni di “giorni d’uso” aggregati in un anno, e quasi la metà — circa 102 milioni — sarebbero giorni in cui è stato riferito microdosing (47%). Per MDMA si stimano 62,5 milioni di giorni d’uso, di cui 26,5 milioni (42%) in microdosing; per LSD 21 milioni di giorni d’uso, di cui 8,6 milioni (41%) in microdosing. È un cambio di prospettiva cruciale: quando l’uso si distribuisce su molti giorni, cambiano anche le priorità di sanità pubblica, dalla prevenzione dei danni acuti alla gestione dei rischi cumulativi, delle interazioni, delle vulnerabilità individuali e delle incertezze sui dosaggi reali.
Il report è trasparente sui propri limiti: parliamo di dati auto-riferiti, con una definizione di microdosing inevitabilmente “elastica” (dipende da come la persona interpreta la domanda), e con una copertura campionaria legata alla popolazione residente: restano fuori gruppi come persone senza dimora e detenute, che possono avere pattern diversi. Inoltre, le domande sul microdosing riguardano solo tre sostanze (psilocibina, MDMA, LSD), quindi la stima è verosimilmente conservativa, perché pratiche analoghe sono riportate anche per altre sostanze (come ketamina o Amanita).
Perché tutto questo interessa l’Italia (e l’Europa), dove la discussione sugli psichedelici tende a concentrarsi sulla “frontiera” clinica e sulla possibile regolazione terapeutica? Perché questi numeri ricordano una regola che conosciamo bene in tema di politiche sulle droghe: le pratiche sociali arrivano prima delle leggi. E quando arrivano prima, la scelta non è tra permissivismo e proibizione “dura”, ma tra cecità e governo del fenomeno. Nel report, NORC at the University of Chicago e RAND mettono sul tavolo dati che altri strumenti nazionali spesso non riescono ancora a dettagliare (soprattutto sul microdosing), mentre le indagini pubbliche come quelle di SAMHSA continuano a essere essenziali per monitorare trend e comparabilità nel tempo.
Se davvero si vuole “fare politica pubblica” e non solo propaganda, la lezione è semplice: misurare meglio, discutere meno per slogan, e spostare il baricentro su riduzione del danno, informazione non terrorizzante, qualità e composizione delle sostanze, sorveglianza dei rischi e accesso a cure quando le cose vanno male. Perché, piaccia o no, i dati RAND raccontano che gli psichedelici — e soprattutto le microdosi — sono già entrati nella normalità di milioni di persone negli Stati Uniti. E la normalità, se la ignori, non scompare: diventa solo più opaca e più pericolosa.
