Il nuovo Rapporto 2026 sullo Stato di diritto di Liberties consegna all’Italia una definizione che pesa come una sentenza politica: il nostro paese è tra i “demolitori” dello stato di diritto. Non una formula polemica, ma la sintesi di una valutazione costruita su decine di organizzazioni per i diritti umani in tutta l’Unione europea e, per il capitolo italiano, sul lavoro coordinato da CILD insieme ad Antigone, StraLi e Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.
Il punto non è soltanto che l’Italia arretra. Il punto è come arretra. Il rapporto non parla infatti di incidenti isolati o di semplici inefficienze: parla di una “erosione sistematica e deliberata” dello stato di diritto. Nella classificazione di Liberties, l’Italia è un “dismantler”, un paese in cui i governi non si limitano a non correggere i problemi, ma contribuiscono attivamente a smontare contrappesi, garanzie e spazi di libertà.
Il quadro delineato è netto. Sul terreno della giustizia non si registrano progressi sostanziali: restano criticità strutturali, mentre alcune riforme e alcune scelte politiche rischiano di aumentare il controllo sulla magistratura e di alimentare ulteriormente lo scontro tra politica e potere giudiziario. Sul fronte anticorruzione, le raccomandazioni europee restano in larga parte inevase e i passi avanti sono minimi. Dove invece la regressione appare più evidente è nella libertà dei media e nei checks and balances democratici, cioè proprio nei luoghi dove una democrazia misura la propria salute.
Il rapporto collega questo deterioramento a una traiettoria ormai riconoscibile. L’inasprimento repressivo culminato nel decreto sicurezza, la criminalizzazione del dissenso, le pressioni contro attivisti e minoranze, gli attacchi alla magistratura sulle politiche migratorie, le interferenze sull’informazione e la compressione dello spazio civico compongono un mosaico coerente. Non siamo davanti a una somma di singoli episodi: siamo davanti a una torsione politica che mette in discussione l’equilibrio tra i poteri e normalizza l’idea che diritti e garanzie possano essere sacrificati in nome dell’ordine, della governabilità, della propaganda.
Particolarmente significativo è che questa denuncia arrivi mentre i meccanismi europei di monitoraggio mostrano tutta la loro debolezza. Liberties osserva che la maggior parte delle raccomandazioni della Commissione europea si ripete da anni quasi identica, senza che gli Stati le traducano in cambiamenti concreti. È la fotografia di un rituale che si consuma senza effetti: si richiama, si raccomanda, si ammonisce, ma intanto il degrado avanza. E l’Italia, oggi, non è più un caso marginale o ambiguo: è indicata come uno dei paesi in cui l’erosione dello stato di diritto appare più grave e intenzionale.
Per questo le parole di Laura Liberto, presidente di CILD, colpiscono nel segno: “Il Rapporto conferma un quadro estremamente preoccupante per lo Stato di diritto in Italia. Non si tratta di criticità isolate, ma di una tendenza strutturale che incide su equilibri democratici fondamentali, dall’indipendenza della magistratura alla libertà dei media, fino allo spazio civico. Ignorare reiteratamente le raccomandazioni della Commissione UE non è più accettabile. Il governo deve assumersi la responsabilità di questa deriva e invertire immediatamente la rotta, prima che il deterioramento diventi irreversibile, e comprometta la tenuta democratica del Paese”.
È questo il punto politico vero: la tenuta democratica del paese. Perché quando si indebolisce la magistratura, si intimidisce il dissenso, si piegano i media pubblici, si restringe il diritto di protesta e si trattano i richiami europei come fastidi burocratici, non si sta solo governando male. Si sta riscrivendo il perimetro della democrazia, rendendolo più stretto, più fragile, più autoritario. Il report completo è qui.
