Il Portogallo, dove negli anni ’80 e ’90 c’è stato un consumo massiccio di droghe illecite, con pragmatismo ne ha depenalizzato l’uso e il possesso, per privilegiare un approccio sanitario e la prevenzione. Con risultati ampiamente positivi.
Lisbona, mercoledì 15 giugno 2011, ore 10 del mattino. Il gruppo mobile di distribuzione di metadone e di scambio di siringhe dell’associazione Ares do Pinhal, formato da un medico, da educatori e da vari infermieri, ha appena posteggiato i suoi due pullman ai bordi della strada di traffico veloce che attraversa i quartieri poveri dell’est della capitale portoghese. Attorno ci sono case popolari che si ergono in mezzo a terreni in abbandono. Alcuni eroinomani accorrono a piedi verso i due pullman, e visibilmente hanno fretta di bere lo sciroppo di metadone che viene loro proposto. Una dopo l’altra, alcune automobili si fermano nelle vicinanze: una donna di una sessantina d’anni, un uomo che sembra essere un alto dirigente… Ciascuno dà il proprio numero di identificazione, che garantisce l’anonimato. L’infermiere consulta allora la scheda individuale e, come prima cosa, consegna le medicine. Poi distribuisce la dose di metadone. Un modo per essere sicuri che la persona segua la cura prescritta, il più sovente contro l’Aids o la tubercolosi. D’un tratto, un’auto della polizia parcheggia a fianco del pullman. Gli agenti fanno scendere un uomo sulla trentina, gli tolgono le manette e lo accompagnano dall’infermiere che, grazie al numero di identificazione, gli consegna i farmaci di sostituzione. L’uomo, arrestato per un reato minore che non ha nulla a che fare con la droga, sta per essere posto in condizione di fermo. Ma i poliziotti preferiscono che non si trovi in stato di astinenza, quando sarà trasferito in commissariato. Una situazione assolutamente impensabile in Francia, dove la polizia a volte aspetta le persone all’uscita di questo tipo di strutture destinate alla “riduzione del danno”.
Questa scena illustra bene i rapporti tra le forze dell’ordine, gli utilizzatori di droghe e i gruppi che operano nella riduzione dei rischi in Portogallo in seguito alla legge 30 del novembre 2000, che ha depenalizzato l’uso di tutte le droghe illecite e il loro possesso fino a quantità pari ai bisogni di dieci giorni di consumo.
Il Portogallo, con questa legislazione, ha optato a favore di una politica volontaristica in materia di salute pubblica. Una scelta dettata, a quei tempi, sia dall’emergenza che da motivi razionali. Infatti, negli anni ’90 la situazione per quanto riguarda le droghe era disastrosa. Si stimava che, in questo piccolo paese d’appena 10 milioni di abitanti, più dell’1% della popolazione fosse dipendente dall’eroina, cioè almeno 100mila persone. Il virus dell’Aids e le epatiti si stavano diffondendo a una velocità terribile, e i casi di overdose erano numerosi. Il dottor João Goulão, medico comunista che dirige il potente Istituto delle droghe e delle tossicodipendenze, ricorda che «all’epoca, ogni famiglia portoghese era, da vicino o da lontano, colpita dal fenomeno. Secondo le inchieste dell’Unione europea, la droga, nel 1995, era la «prima preoccupazione dei portoghesi», davanti alla disoccupazione o al problema della casa». Una preoccupazione che oggi è scesa al 13esimo o 14esimo posto. Casal Ventoso,un quartiere insalubre nella periferia di Lisbona, era diventato il principale teatro del consumo e della vendita di eroina e cocaina in Europa, con più di 3mila consumatori di droghe concentrati in poche stradine.
La legislazione proibizionista in vigore dagli anni ’70, di fatto, non era riuscita ad eliminare il problema né a dare delle risposte efficaci in materia di salute pubblica. Il cambiamento di politica ha potuto aver luogo grazie alle volontà di un uomo politico, José Socrates, ministro socialista che allora aveva l’incarico della gioventù (più tardi sarà primo ministro, fino alla vittoria della destra un mese fa circa) e al sostegno di un think tank antiproibizionista, il Soma, che riunisce eminenti personalità del paese (giuristi, medici, economisti ecc.), mobilitati dal ’94. Il principale argomento di fronte ai paladini della repressione è il seguente: «Volete aiutare i tossicodipendenti, farli curare e il miglior approccio, secondo voi, è cominciare con il denunciarli e metterli in carcere?». Dopo numerose consultazioni (in particolare con esperti del Soma), José Socrates si è convinto della necessità di «depenalizzare» l’uso di tutti i prodotti illeciti e del loro possesso, per attuare una politica efficace di salute pubblica. L’uso rimane proibito, ma non è più un crimine o un reato. Resta però passibile di sanzioni amministrative. Il giurista João de Menezes Ferreira, fondatore e presidente del Soma, ricorda: «Il punto importante per noi era la depenalizzazione del consumo. Socrates voleva mantenere la facciata formale di un sistema di proibizione, con sanzioni, in particolare di fronte a un’opposizione che agitava paure e fantasmi. Abbiamo quindi finito per adottare un sistema a metà strada, che possa far riferimento a una visione umanista dei consumatori di droghe, con delle sanzioni, certo, ma che non rientrano più nella sfera del diritto penale».
La grande innovazione è stata la creazione di commissioni dette «di dissuasione», poste sotto l’autorità del ministero della Sanità (e non della Giustizia), dove, in caso di arresto, il consumatore deve presentarsi entro 72 ore, se non è in possesso di una quantità superiore a dieci giorni di consumo, qualunque sia la sostanza stupefacente. La commissione, formata da un giurista, da uno psicologo e da un medico, valuta il percorso dell’utilizzatore e il suo livello di consumo. Propone allora una cura sostitutiva, un sostegno psicologico o altre forme di aiuto. Il consumatore non ha l’obbligo di seguire queste indicazioni: deve soltanto evitare di venire di nuovo costretto a presentarsi di fronte alla commissione nell’arco di sei mesi. In caso contrario, sarà punito penalmente e rischia una multa fino a 600 euro. João Goulão sottolinea che «il ruolo più importante della commissione è la prevenzione. La polizia, addestrata specificamente, ferma soprattutto i giovani consumatori. E le commissioni cercano prima di tutto di capire la situazione, se esistono rischi di una dipendenza pesante, oppure se si tratta di un consumo occasionale o di piacere».
In Portogallo esistono 17 commissioni di questo tipo e il paese si è impegnato ad occuparsi dei consumatori di droghe e della prevenzione. L’anno scorso, 7mila persone circa sono passate di fronte a una commissione di questo tipo, 2mila nella sola Lisbona. In parallelo, i centri di cura e le cure di sostituzione si sono sviluppati enormemente dal 2001.
La polizia ha modificato radicalmente l’approccio alla questione. I poliziotti non passano più il loro tempo alla caccia dei consumatori e, fino ad un certo punto, chiudono gli occhi sui piccoli traffici. Nei quartieri dove il traffico prolifera, la violenza è diminuita e le forze dell’ordine assolvono anche a una funzione di mediazione tra i consumatori e gli abitanti. Gli sforzi sono così concentrati sui grossi traffici e sulla criminalità organizzata. Il risultato è positivo, poiché i sequestri di droghe sono in crescita dal 2001, in un Paese che è situato sulla strada della cocaina sud-americana e dell’haschich marocchino verso l’Europa.
In dieci anni, i Portoghesi possono essere fieri dei risultati. Certo, il consumo è leggermente aumentato nella popolazione in generale, ma diminuisce tra i giovani dai 15 ai 20 anni (dal 10,8% all’8,4%) e, secondo l’Istituto delle droghe e delle tossicodipendenze, «i risultati degli studi realizzati nelle scuole confermano questa diminuzione». In effetti, ad aumentare è soprattutto l’età dei consumatori regolari, segno di un invecchiamento dei più dipendenti. La piccola delinquenza legata al traffico è significativamente diminuita, risultato diretto dell’entrata di più di 40 mila consumatori (i più problematici) nel circuito delle cure di sostituzione, fatto che ha determinato la diminuzione del consumo per iniezione.
Benché João Goulãonon attribuisca una «virtù miracolosa alla depenalizzazione», il quadro legale attuato nel 2001, secondo lui, non ha «assolutamente agito negativamente sull’evoluzione del fenomeno». Un quadro legale che, da tempo, non suscita più opposizione: nell’ultima campagna elettorale del maggio scorso, nessuna formazione politica – nemmeno di destra – l’ha rimesso in discussione.
Può essere un esempio su cui far riflettere i proibizionisti italiani?