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Quando lo spazio civico si restringe, a spegnersi non è solo la protesta: si oscurano anche prevenzione, informazione e cura. Il rapporto “Shrinking civic space & marginalised communities in Eastern Europe and Central Asia” di EHRA – con le reti comunitarie ECOM, EWNA e SWAN – analizza il periodo 2024-2025 in dieci paesi dell’area e mostra come pressioni politiche e norme ambigue colpiscano le risposte di base a HIV e TBC.

Il quadro è ricorrente: libertà formalmente garantite ma erose da barriere amministrative, applicazione selettiva delle regole e scarsa protezione per chi lavora con persone che vivono con HIV e con le popolazioni chiave (persone che usano droghe, sex worker, comunità LGBTQI+, persone detenute). Ne deriva una “zona grigia” dove molte organizzazioni scelgono l’autocensura: meno iniziative pubbliche, meno visibilità online, più linguaggio neutro e meno advocacy sui diritti.

Associazioni sotto pressione e informazione trasformata in reato

Sul versante della libertà di associazione il rapporto segnala l’espansione di cornici di sospetto come quella degli “agenti esteri” (in particolare in Georgia e Kyrgyzstan) che aumentano oneri e stigma per chi riceve fondi dall’estero: non serve chiudere un’organizzazione per renderla inefficace, basta costringerla a lavorare nell’ombra.

In più paesi compaiono (o si rafforzano) disposizioni contro la “propaganda” sulle droghe che, interpretate estensivamente, mettono in pericolo comunicazioni di riduzione del danno: safer use, prevenzione overdose, materiali educativi online. EHRA documenta norme operative in Kazakhstan, Tajikistan e Uzbekistan, e richiama i tentativi ricorrenti di introdurre divieti analoghi in Ucraina.

In parallelo, norme e campagne su “valori familiari”, “morale pubblica” e “protezione dei minori” riducono la visibilità LGBTQI+ e, per effetto domino, limitano educazione sessuale e prevenzione, alimentando stigma e violenza.

Fra criminalizzazione e resilienza

La criminalizzazione moltiplica la paura. Emblematici i registri “narcologici” presenti in vari paesi: banche dati con conseguenze amministrative e perdita di diritti (patente, lavoro, professioni), che disincentivano l’accesso volontario a servizi e cure.

Sul fronte LGBTQI+, l’Uzbekistan resta l’unico paese del campione che criminalizza i rapporti consensuali tra uomini; la norma viene riportata come strumento usato anche contro donne trans.

Nonostante tutto, le comunità reagiscono: monitoraggio delle violazioni, alleanze tra movimenti (HIV, riduzione del danno, diritti LGBTQI+, sex work), ricorso ai meccanismi ONU e – dove possibile – contenzioso strategico. Quando la piazza si chiude, restano reti e prove documentali. 

Conclusioni

I promotori del rapporto chiedono alle istituzioni nazionali chiarezza e proporzionalità delle norme (stop all’utilizzo, anche pretestuoso, di concetti-civetta come “propaganda” o “morale”), sicurezza nelle riunioni e nelle manifestazioni, fine di strumenti punitivi come i registri, tutela dell’indipendenza delle organizzazioni e protezione dello spazio digitale. Ai partner internazionali e ai donatori viene invece rivolto un appello per un supporto stabile e flessibile (anche “core funding”, ovvero finanziamenti non solo di specifici progetti ma dell’attività istituzionale delle associazioni), modalità di finanziamento adatte a contesti repressivi e integrazione del monitoraggio dello spazio civico nei programmi HIV/TB.   

Colpire le libertà civili delle comunità marginalizzate non “protegge” nessuno. Indebolisce la salute pubblica e rende più difficile raggiungere chi ha più bisogno di servizi, diritti e voce.

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