Pubblichiamo, con affetto e gratitudine, il messaggio di congedo al movimento per la riforma delle politiche sulle droghe di Ann Fordham, direttrice di IDPC.
Dopo quasi diciotto anni, di cui quindici come Direttrice esecutiva, lascerò IDPC alla fine di luglio 2026. È stato un viaggio straordinario, percorso accanto a così tante persone eccezionali. Il movimento per la riforma delle politiche sulle droghe è diventato la mia famiglia e mi ha cambiata in modi che non avrei mai immaginato.
Ripensando al mio primo incontro con il movimento globale per la riforma delle politiche sulle droghe e la riduzione del danno, alla Conferenza internazionale sulla riduzione del danno del 2008 a Barcellona, mi rendo conto che è stato amore a prima vista. Ero entusiasta di incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo che svolgevano un lavoro coraggioso e difficile: dall’offerta di servizi di distribuzione di aghi e siringhe gestiti da pari nel Manipur, alla guida di un’unità mobile per il consumo sicuro a Kiev, fino al sostegno alle donne incinte che fanno uso di droghe a Vancouver. Operavano ai margini della società, in condizioni difficili, con pochi finanziamenti e scarso sostegno da parte dei governi, spesso sotto la costante minaccia della criminalizzazione. Ciò che mi colpì più di tutto fu il coraggio incrollabile e la compassione di questo movimento. Vi trovai anche speranza: non un ingenuo ottimismo secondo cui tutto si risolverà, ma quella che Mariame Kaba definisce «la speranza come disciplina»: la scelta quotidiana di continuare a lavorare per il cambiamento anche quando il progresso sembra dolorosamente lento.
Entrai in una IDPC ancora agli inizi alla fine del 2008: una piccola rete con una missione ambiziosa, quella di influenzare il dibattito globale sulle politiche delle droghe. All’epoca, lo spazio per una discussione significativa sulla riforma delle politiche sulle droghe alle Nazioni Unite era molto più ristretto di quanto non sia oggi. La Commissione ONU sugli stupefacenti non era un luogo accogliente per la società civile e ci furono momenti in cui ci chiedemmo perché continuassimo a tornare in un forum così bizantino, dove il cambiamento sembrava procedere con lentezza glaciale. Ma sapevamo anche che il sistema internazionale di controllo delle droghe delle Nazioni Unite plasma le politiche nazionali in tutto il mondo. Se volevamo cambiare quelle politiche e gli enormi danni che provocano, dovevamo agire là dove risiedeva il potere, costruendo al tempo stesso pressione dal livello locale a quello globale.
La forza duratura di questo movimento è sempre stata la convinzione che insieme siamo più forti: che l’azione collettiva possa cambiare narrazioni dannose, creare spazi politici e amplificare la voce delle comunità. Collegando l’advocacy tra livello locale, nazionale, regionale e globale, abbiamo rafforzato le organizzazioni della società civile e le comunità direttamente coinvolte, ampliando progressivamente la nostra influenza all’interno del sistema internazionale di controllo delle droghe.
Con il tempo abbiamo cambiato non solo chi poteva partecipare, ma anche i termini stessi del dibattito. Attraverso un’azione di advocacy credibile e perseverante, fondata su solide evidenze scientifiche e sull’esperienza vissuta, abbiamo aperto porte rimaste chiuse per decenni. Persone che usano droghe, coltivatori di piante considerate illecite, persone che hanno vissuto il carcere e altri soggetti direttamente colpiti dalle politiche proibizioniste hanno iniziato sempre più spesso a rivolgersi direttamente ai decisori politici alle Nazioni Unite. Più recentemente, anche i rappresentanti dei Popoli Indigeni hanno preso parte al dibattito, contribuendo a mettere ulteriormente in luce le radici razziste e coloniali su cui è stato costruito il sistema globale di controllo delle droghe.
Per anni è sembrato che nulla stesse cambiando. Abbiamo continuato a esserci, difendendo con determinazione i diritti umani, costruendo relazioni e creando spazi per la società civile e le comunità. Poi, quasi impercettibilmente all’inizio, il terreno ha iniziato a muoversi. Abbiamo ottenuto un riconoscimento politico senza precedenti della riduzione del danno; abbiamo fatto sì che i diritti umani diventassero un elemento centrale del dibattito sulle politiche delle droghe; abbiamo portato la depenalizzazione nel dibattito mainstream; abbiamo iniziato ad aprire il confronto sulla regolazione legale; e, più recentemente, siamo riusciti a promuovere un’attesa revisione indipendente del sistema ONU di controllo delle droghe (l’ultima risaliva al 1998).
Questi risultati — e molti altri — sono frutto di un lavoro collettivo. Sono il risultato del coraggio, della tenacia e della solidarietà di moltissime persone: rappresentanti delle comunità e della società civile, funzionari governativi coraggiosi e colleghi all’interno dello stesso sistema delle Nazioni Unite. Lo status quo è insostenibile. Il proibizionismo punitivo non ha prodotto meno droghe né meno danni legati alle droghe; al contrario, alimenta un immenso disastro sul piano dei diritti umani. È questa verità che orienta il nostro lavoro e ci spinge a continuare a lottare per la giustizia.
Nel frattempo il nostro movimento è diventato anche più intersezionale. Stiamo imparando dai movimenti femministi, per la giustizia razziale, la giustizia ambientale e i diritti digitali, costruendo alleanze con loro e riconoscendo che i danni prodotti dalle politiche proibizioniste sono inseparabili dalle più ampie lotte contro la disuguaglianza, la discriminazione e l’autoritarismo. Queste connessioni ci rendono più forti, più creativi e più resilienti. Ed è oggi più importante che mai, perché il contesto resta difficile. Assistiamo a un ritorno di risposte punitive, al riutilizzo della retorica del «narco-terrorismo» per giustificare nuove guerre alla droga e a forti pressioni sui finanziamenti che colpiscono molte realtà del nostro movimento.
Nel corso degli anni mi è stato spesso chiesto come faccia a restare ottimista di fronte alle profonde ingiustizie delle politiche sulle droghe e alla lentezza del cambiamento. La risposta è semplice: è stato questo movimento a sostenermi. I legami profondi, la fiducia e l’amicizia costruiti negli anni affrontando insieme sfide difficili, rialzandoci dopo ogni negoziato ONU deludente o dopo ogni arretramento politico. Insieme abbiamo costruito un esercito dell’amore, fondato sulla gentilezza, la compassione e la cura reciproca, oltre che verso le persone per cui lottiamo. Invece di diventare cinici dopo ogni sconfitta, abbiamo scelto la speranza, cercando nuovi strumenti di cambiamento, nuove crepe nel consenso proibizionista, nuovi alleati e nuove amicizie nei movimenti affini.
E c’è stata anche la gioia. La gioia di ritrovarsi con amici provenienti da ogni angolo del mondo, di celebrare vittorie che sembravano impossibili, di ballare dopo interminabili riunioni, di festeggiare i successi degli altri. Ho imparato che la gioia non è una distrazione dal lavoro: è ciò che ci permette di sostenerci a vicenda. Ogni volta che la politica mi lasciava scoraggiata, questo movimento mi ricordava perché vale sempre la pena continuare la lotta.
Lascio il mio ruolo in IDPC con una profonda gratitudine e con il cuore colmo di speranza, ispirata dal coraggio, dalla competenza e dalla perseveranza che caratterizzano il nostro movimento: dall’impegno incrollabile dei membri di IDPC, dalla dedizione di una Segreteria straordinaria e dalla saggezza e dal sostegno del Consiglio direttivo e del Consiglio consultivo dei membri. Resterò sempre debitrice nei confronti della nostra rete di organizzazioni, che ha contribuito a fare di IDPC la rete di advocacy credibile, autorevole e influente che è oggi. Sono altrettanto grata ai nostri finanziatori, in particolare alle Open Society Foundations, che ci hanno accompagnato lungo tutto questo percorso credendo nella forza di una rete globale di advocacy.
Mentre IDPC celebra il suo ventesimo anniversario, sono immensamente orgogliosa di ciò che abbiamo costruito insieme: una rete globale, diversificata, fondata su principi solidi e capace di incidere, unita dalla solidarietà e dall’impegno condiviso per i diritti umani e la giustizia sociale. Qualunque contributo io abbia dato è stato possibile solo perché sono stata circondata da persone straordinarie che si sono rifiutate di accettare come inevitabili i danni prodotti dalle politiche proibizioniste e hanno invece scelto di lavorare instancabilmente per un mondo più giusto e più umano.
Saranno proprio queste persone straordinarie a portare avanti questo movimento, continuando ad alimentarlo con nuove energie, idee innovative e una determinazione incrollabile. Ho piena fiducia in loro, perché incarnano la stessa disciplina della speranza che mi ispirò tanti anni fa a Barcellona. E so che, insieme, continueranno a smantellare il muro del proibizionismo, mattone dopo mattone.
Il movimento per la riforma delle politiche sulle droghe avrà sempre la mia ammirazione, il mio sostegno e, soprattutto, il mio amore.
A luta continua.
