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Decine di migliaia di persone di tutte le età e provenienze sociali in coda in tutto il Paese. Ottobre in Canada vuole dire stare sotto la pioggia ed il vento gelido dell’autunno inoltrato, ma qui ci sono abituati e l’occasione di comprare la propria erba in uno store legale era troppo ghiotta. Così la regolamentazione dell’uso ricreativo della cannabis, voluta dal primo ministro canadese Justin Trudeau è finalmente partita.

Un percorso travagliato, fra l’ostruzionismo conservatore e i dubbi delle province. La legge ha delineato il quadro generale, demandando poi alle singole autorità locali l’implementazione del sistema di vendite al dettaglio, l’accesso ai negozi, le modalità e i luoghi di consumo. Questo ha portato a un quadro piuttosto vario da provincia a provincia, spesso anche da città a città.
È il caso del Quebec. Qui la normativa provinciale è fra le più restrittive. L’autocoltivazione è già stata vietata in diretto contrasto con la normativa quadro. Il governo centrale per il momento ha deciso di non aprire un conflitto, rispettando l’autonomia locale.

Il rischio è però mantenere un angolo di illegalità che va a confliggere con lo spirito della legge, ovvero far emergere dall’ombra consumi e consumatori. Il nuovo governo della Coalition Avenir Quebec dopo aver vinto le elezioni ha già annunciato una ulteriore stretta, con l’innalzamento dell’età minima a 21 anni e la possibilità di vietare l’uso in tutti i luoghi pubblici. Questo, associato con la possibilità dei proprietari di proibire il consumo di cannabis nei propri appartamenti, potrebbe addirittura portare all’assurdità di una sostanza che è possibile acquistare ma non utilizzare, se non infrangendo le norme. La differenza delle normative locali provoca una disparità di trattamento che certamente non aiuterà le persone che la usano a sapere cosa li aspetta.

Gli esperti di dipendenze hanno aspramente criticato la scelta: «Bisogna che le politiche pubbliche siano guidate dal pragmatismo, non dalla morale», ha dichiarato a Le Journal de Quebec il professor Jean Sebastien Fallu, docente di psicologia all’Università di Montreal.

Da oggi però i maggiori di 18 anni possono accedere ai negozi della Société québécoise du cannabis (Sdqc), l’azienda spin off della concessionaria provinciale per la distribuzione degli alcolici chiamata a sovrintendere il mercato della cannabis legale. L’Sqdc ha lavorato a stretto contatto con le municipalità per la localizzazione dei 12 store aperti alla partenza del 17 ottobre. «Apriamo i negozi solo dove siamo benvenuti», dicono dall’Sqdc, che però nel corso della presentazione alla stampa è parsa preoccupata dal nuovo corso governativo locale che potrebbe mettere a rischio un investimento considerevole. Le vendite però saranno anche online con consegne in tutto il Paese.

Per entrare nei negozi dell’Sdqc bisogna passare tramite il filtro di una guardia di sicurezza che verifica la maggiore età e identifica i minori di 25 anni. Dopodichè si entra nello store vero e proprio, dove si possono scorrere i listini tramite schermi touch screen. Ad oggi, con solo due terzi di prodotti disponibili, si può scegliere fra infiorescenze, hashish, olio, capsule, inalanti e joint già pronti da fumare. Tutti provenienti da diverse varietà sativa, indica e ibride e con diverse percentuali e rapporti di Thc e Cbd. Il prezzo parte da 5,5 dollari canadesi al grammo (circa 3,7 euro) dell’infiorescenza e sale a seconda del tipo di prodotto scelto. I commessi sono pronti a consigliare l’acquirente e distribuiscono materiale informativo per l’uso consapevole. Si paga in contanti o con carta e si esce con il proprio anonimo sacchetto di carta.

Dall’Alaska sino alla California (e presto il Messico): da ieri l’intera Costa ovest dell’America del Nord è marijuana friendly. Ma non si potrà passare tranquillamente le frontiere. Infatti prima le convenzioni internazionali e poi le norme federali Usa impediscono di oltrepassare i confini con una sostanza pur legale nei Paesi attraversati. In queste settimane poi sono state molte le polemiche rispetto alle dichiarazioni dell’Agenzia delle dogane statunitense rispetto alla «messa al bando» dagli Stati Uniti di coloro che fossero «implicati» nell’industria, anche legale, della cannabis, smorzate solo dal chiarimento che i controlli saranno solo «caso per caso». Nel frattempo si parla di provvedimenti di clemenza per coloro che sono stati condannati in passato per cannabis, che finalmente il governo Trudeau è intenzionato ad adottare. Non sarà un’amnistia automatica, ma solo su richiesta del condannato e solo per i reati di possesso.

A inizio novembre ci saranno ulteriori referendum per legalizzare la cannabis ricreativa in 3 Stati Usa. Sempre a novembre l’Oms licenzierà la relazione di revisione degli usi terapeutici della cannabis. Un processo che, se positivo, potrebbe arrivare a far raccomandare il suo declassamento nelle tabelle delle convenzioni internazionali. Poi, a marzo 2019, si riunirà a Vienna il team ministeriale che dovrà fare finalmente il punto sul fallimento della War on Drugs e prendere atto di ciò che nel frattempo è successo rispetto alla regolamentazione della cannabis in Canada, e prima in Uruguay, Giamaica e negli Usa. Chissà quale ruolo giocherà l’Italia in quella sede: certo, fosse Fontana a rappresentare il nostro Paese, il disastro sarebbe certo.