Il grave episodio di Trescore Balneario e il caso del ragazzo di Perugia appartenente a un gruppo neonazista hanno rafforzato il ruolo di spauracchio che i minori occupano da almeno un lustro nel dibattito pubblico. Un ruolo che legittima i discorsi di legge e ordine che, nelle intenzioni, dovrebbero frenare una criminalità minorile che tutti danno in crescita. Al di là delle statistiche, non sempre incontestabili, gli episodi sopraccitati mettono però in evidenza almeno tre aspetti che smentiscono le rappresentazioni ufficiali. In primo luogo, la devianza minorile è un fenomeno sociale complesso, non riducibile ai “maranza” e alle “baby gang“. In secondo luogo, bisogna analizzare il ruolo centrale che oggi i social ricoprono nel forgiare le identità giovanili. In terzo luogo, occorre esplorare il rapporto dei giovani con contesti più ampi e strutturati.
Sul primo punto, va sottolineata la fragilità della narrazione dominante. A Trescore Balneario, come alla Spezia due mesi fa, non si è verificato un crimine commesso da baby gang. Si è trattato di due crimini individuali. In particolare, l’episodio avvenuto nel Bergamasco smentisce l’equazione che abitualmente associa devianza minorile, marginalità e origine migrante. Ci troviamo invece in una delle zone più affluenti del paese, e il tredicenne autore dell’accoltellamento è con tutta probabilità italiano, tanto che la stampa, diversamente da quanto avviene di solito nel caso di giovani migranti, non ne ha diffuso il nome. Né vive nella periferia di una grande città, a meno che, con un notevole sforzo interpretativo, non si voglia considerare Trescore Balneario parte della periferia diffusa dello sprawl metropolitano milanese. Famiglia, territorio, lavoro: dimensioni che fanno parte dei discorsi proposti dalla coalizione di governo. Come mai, allora, possono verificarsi fatti efferati di questo tipo?
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo sviluppare il secondo punto del discorso, partendo da due elementi che connotano l’aggressione di Trescore. Il giovane ha filmato il suo gesto e ostentava una maglietta con la scritta “Vendetta”. Anche il neonazista di Perugia aveva compiuto il proprio apprendistato ideologico online. Oggi l’identità si presenta come un bene di consumo, da scegliere e sviluppare all’interno dei social, come fosse una merce da acquistare sulle piattaforme mediatiche. Soprattutto, si ripropone il nesso tra espressività e uso dei dispositivi elettronici.
Il quarto d’ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol si è moltiplicato in modo virale, grazie alla pluralità di piattaforme mediatiche entro cui può essere reso visibile, dopo essere stato elaborato con materiali attinti dai social o dalle piattaforme televisive. Il criminologo americano Mark Hamm, analizzando il terrorismo islamista contemporaneo, parla di privatizzazione della criminalità. Basta seguire un percorso indicato o consigliato da un punto di riferimento tratto dal gruppo dei pari o da una guida religiosa, per poi sviluppare, collegandosi ai siti appropriati, un proprio know-how e un proprio apparato ideologico. Nel caso di Trescore, pur non potendosi parlare di terrorismo, è evidente il ricorso a contenuti virtuali e il declinare il fatto criminale secondo forme e contenuti attinti da serie televisive o da altro materiale reperibile online.
Qui entra in gioco il terzo aspetto che andrebbe sviluppato. Trescore e Perugia ci parlano di un contesto giovanile in cui il virtuale ha sovrastato il reale. Non si tratta di applicare, o di estendere, lo schema popperiano della televisione cattiva maestra. Al contrario, lo sbilanciamento verso il virtuale va messo in relazione con il deperimento della vita associata. Fino a qualche anno fa i giovani venivano socializzati a interagire in contesti sociali più vasti. Non ci riferiamo soltanto alla militanza politica o all’impegno nelle associazioni di volontariato. Pensiamo alla socialità spontanea che si sviluppava nelle strade, nelle piazze, alle code al cinema e nelle discoteche, ai concerti.
Si trattava di contesti in cui si sviluppavano forme di convivenza e di regolazione condivisa dei conflitti. Anche il tifo sportivo organizzato, al netto degli episodi di violenza, rappresentava una forma di socializzazione a un uso mirato delle cosiddette regole del disordine, secondo schemi e rituali prestabiliti. Nel contesto odierno, la privatizzazione dello spazio pubblico, la sua asetticizzazione in nome della logica delle interazioni funzionali, il controllo ossessivo e la separazione degli spazi in nome del securitarismo hanno avuto ricadute negative su una società sempre più frammentata e individualizzata.
Con le discoteche sostituite dai discopub, i concerti addomesticati da rituali da villaggio turistico, lo stadio è rimasto l’unico luogo di aggregazione di massa, dove si convogliano tutte le tensioni. Non a caso, i nuovi progetti delle società calcistiche puntano a “bonificare” anche il tifo. I giovani, privi di filtri socializzanti, hanno finito per riversare sul virtuale la loro fluidità e la loro indefinitezza esistenziale, imbattendosi prevalentemente in prodotti spettacolarizzati e privi di mediazione, che rendono difficile l’interiorizzazione di regole condivise perché orientati verso uno sviluppo ipertrofico dell’individualità.
Nel contesto appena delineato, l’introduzione dei metal detector, le perquisizioni della polizia nelle scuole e ulteriori strette repressive rischiano di sortire l’effetto contrario: produrre il rafforzamento di identità fintamente trasgressive e moltiplicare eventi come quello di Trescore. È dalla socialità, dalla spontaneità, che si deve ripartire.
