La nuova National Drug Control Strategy 2026 dell’amministrazione Trump si presenta come un documento di governo, ma parla il linguaggio di una mobilitazione bellica. La Casa Bianca la definisce un vero “ordine di battaglia”, costruito attorno a una “offensiva incessante” contro droghe, cartelli e traffici. L’obiettivo dichiarato è una America in cui la vita “drug-free” sia la norma prevalente. È qui il cuore politico del documento: non una strategia di salute pubblica fondata su diritti, riduzione del danno e regolazione, ma il rilancio della vecchia guerra alla droga in una versione aggiornata, securitaria e nazionalista. Il documento rivendica il rafforzamento delle frontiere, l’uso di tecnologie di interdizione, la guerra ai precursori chimici e perfino i “kinetic strikes” contro presunti narcoterroristi.
La crisi overdose viene così ricondotta soprattutto all’alibi del nemico esterno. Non c’entra l’eccesso di oppiodi prescritti e la crisi economica e sociale che da anni colpisce gli USA. La colpa è dei cartelli, dei traffici transnazionali, della Cina, dei confini sguarniti e delle piattaforme online. È la grammatica classica del proibizionismo: militarizzare l’offerta, moralizzare la domanda, promettere sicurezza mentre il mercato illegale continua ad adattarsi.
Nel documento esistono anche aperture sanitarie. Si parla di rendere più disponibile il naloxone, anche nei luoghi in cui è più probabile l’uso di droghe, e di sostenere nuovi farmaci per invertire le overdose. Le test strips per fentanyl e altre sostanze vengono riconosciute come strumenti importanti, che dovrebbero essere legali e non considerate paraphernalia. Ma il punto è ciò che manca: nel testo della strategia non compare praticamente la cornice della riduzione del danno. Le misure salvavita vengono assorbite dentro un impianto centrato su trattamento, astinenza, deterrenza e controllo. Non c’è spazio per consumo più sicuro, drug checking, stanze del consumo, empowerment delle persone che usano droghe, partecipazione delle comunità colpite.
Anche la prevenzione è costruita come campagna culturale per il “non uso”. La strategia propone di mobilitare scuole, media, sport, luoghi di lavoro, famiglie e comunità religiose per rendere la vita senza droghe the American way of life. La fede viene esplicitamente indicata come risorsa nella lotta alle droghe, con un richiamo agli Stati Uniti come one nation under God. È una prevenzione che torna alla propaganda, dimenticando l’educazione. L’esperienza internazionale mostra che i giovani non hanno bisogno di slogan moralistici, ma di informazioni credibili, strumenti di consapevolezza, ascolto e protezione. Sul trattamento il documento riconosce l’importanza dei farmaci per il disturbo da uso di oppioidi, della buprenorfina e del contingency management per gli stimolanti. Ma anche qui il trattamento resta intrecciato alla giustizia penale: drug courts, carceri, supervisione di comunità, programmi di deflection. Il rischio è che la cura diventi un’alternativa condizionata alla punizione, non un diritto.
Sulla cannabis, infine, la strategia insiste quasi esclusivamente su rischi, dipendenza, psicosi, guida, mercati illegali e criminalità organizzata. Nessuna vera prospettiva di regolazione federale orientata a salute pubblica, giustizia sociale e riparazione dei danni della criminalizzazione, nonostante gli ordini esecutivi sulla riclassificazione e le aperture di facciata di Trump. Una strategia in linea con l’approccio alle droghe sin qui tenuto dall’amministrazione Trump: tagli a SAMHSA, CDC, NIH, programmi overdose, ricerca, naloxone e test strips rischiano di indebolire proprio gli strumenti che salvano vite. La contraddizione è evidente: da un lato la Casa Bianca parla di salute e trattamento; dall’altro rilancia guerra, confini, astinenza e tagli ai servizi. È il vecchio proibizionismo con parole nuove. E come sempre, a pagarne il prezzo saranno le persone che usano droghe, le comunità marginalizzate e chi lavora ogni giorno per ridurre morti, stigma e violenza.
