La seconda riunione della European Coalition against Drugs, che si è tenuta a Yerevan il 4 maggio 2026, consegna un documento breve ma politicamente molto chiaro. La dichiarazione dei leader europei indica tre pilastri: contrasto al traffico illecito, con particolare attenzione a rotte marittime e porti; lotta ai flussi finanziari, al riciclaggio e alla corruzione; misure per ridurre domanda, rischi e danni connessi all’uso di droghe, comprese le sostanze sintetiche. Fin qui, il lessico sembra quello di una strategia “bilanciata”. Ma basta leggere l’ordine delle priorità, le misure proposte e le parole usate per capire che il baricentro è altrove: sicurezza, interdizione, controllo delle frontiere, repressione dei mercati illegali.
Il cuore della dichiarazione è il mare. L’ECAD afferma che oltre l’80% delle droghe illecite che entrano in Europa sarebbe trasportato via mare e propone quindi di rafforzare la sicurezza dei porti, armonizzare gli standard, coinvolgere i paesi terzi, intensificare la cooperazione pubblico-privato e aumentare la presenza coordinata di assetti navali per intercettare più carichi. Il documento richiama anche go-fast boats, narco-sottomarini, Mediterraneo, Atlantico e Golfo di Guinea, assegnando un ruolo centrale al Maritime Analysis and Operations Centre. È la fotografia di una politica che continua a immaginare il problema droga come un’invasione da bloccare alle porte dell’Europa.
È un frame noto. Da decenni la guerra alla droga promette di ridurre la disponibilità delle sostanze colpendo l’offerta. Da decenni, però, questa promessa non si realizza. Le rotte cambiano, le organizzazioni criminali si adattano, i sequestri aumentano senza prosciugare i mercati, i prezzi e la purezza delle sostanze spesso raccontano una storia molto diversa da quella trionfalistica dell’interdizione. Ogni stretta produce innovazione criminale: nuovi percorsi, nuovi intermediari, nuove tecnologie, maggiore violenza nei luoghi di produzione e transito. È il cosiddetto effetto palloncino: si preme da una parte, il mercato si sposta dall’altra.
La dichiarazione di Yerevan insiste molto anche sui flussi finanziari, sulla confisca dei beni, sul riciclaggio e sull’uso delle criptovalute. Questo potrebbe sembrare il passaggio più solido del documento: colpire profitti, corruzione e infiltrazione nell’economia legale è più sensato che limitarsi alla retorica dei sequestri. Ma anche qui manca una domanda politica decisiva: perché quei profitti esistono? Esistono perché la proibizione consegna interi mercati a reti illegali capaci di accumulare rendite enormi. Si può e si deve contrastare il riciclaggio, ma senza discutere il regime che produce quei margini criminali si interviene sempre a valle, mai alla radice.
Il terzo pilastro, quello che dovrebbe dare equilibrio alla strategia, arriva dopo. Prevenzione, recovery, trattamento, reinserimento sociale, osservatori nazionali, allerta precoce sulle nuove sostanze, standard di qualità per i servizi: tutti elementi importanti. Ma la riduzione del danno compare quasi come una formula obbligata, non come architrave della politica pubblica. Non si parla di accesso universale a naloxone, stanze del consumo, drug checking, programmi di prossimità, depenalizzazione dell’uso e del possesso per consumo personale, alternative alla detenzione, coinvolgimento delle persone che usano droghe nella costruzione delle politiche. Manca il vocabolario concreto della salute pubblica.
È proprio qui che il documento rivela la sua ambiguità. Da un lato si dichiara un approccio “bilanciato”; dall’altro, la parte operativa più dettagliata riguarda porti, navi, sanzioni, intelligence, assetti navali, licenze, precursori, standard di sicurezza. Quando invece si passa alle persone, alle comunità, ai servizi, il linguaggio diventa generale. Si parla di “popolazioni vulnerabili”, soprattutto giovani, ma senza riconoscere che la vulnerabilità è spesso prodotta dalle stesse politiche punitive: stigma, criminalizzazione, esclusione dai servizi, paura di chiedere aiuto, incarcerazione, marginalità.
La protezione dei giovani viene evocata come argomento cardine. Ma proteggere i giovani non significa ripetere campagne moralistiche o investire solo in prevenzione selettiva e astinenziale. Significa informazione credibile, educazione non ideologica, servizi accessibili, interventi precoci non coercitivi, contesti sociali più sicuri, riduzione dei rischi reali. Significa anche smettere di usare i giovani come giustificazione retorica per politiche che, alla prova dei fatti, rafforzano il mercato illegale e rendono più pericolose le sostanze in circolazione.
Un altro punto critico riguarda le droghe sintetiche e i precursori. L’ECAD propone una rete regionale di agenzie per il controllo dei precursori nei Balcani occidentali e quadri giuridici per autorizzare import ed export da parte di imprese con interessi legittimi. È un tema rilevante, soprattutto di fronte alla trasformazione dei mercati globali. Ma anche in questo caso la risposta resta prevalentemente amministrativa e repressiva. Le sostanze sintetiche pongono una sfida che non si risolve solo tracciando le molecole e sorvegliando le filiere chimiche: servono sistemi rapidi di allerta pubblica, analisi delle sostanze, distribuzione di strumenti salvavita, formazione degli operatori, contatto diretto con le scene di consumo.
La dichiarazione cita l’UNODC come organizzazione competente nella lotta alla criminalità organizzata. Non sorprende. Ma colpisce che nel documento non emerga con pari forza il riferimento ai diritti umani, alla proporzionalità delle pene, alla decriminalizzazione, alla partecipazione della società civile, agli standard internazionali sulla riduzione del danno. È un’assenza politica, non solo lessicale. Perché oggi qualunque strategia sulle droghe che non metta al centro salute, diritti e giustizia sociale rischia di limitarsi ad aggiornare la grammatica della guerra alla droga.
Il punto non è negare l’esistenza dei traffici, né sottovalutare il peso delle organizzazioni criminali. Sarebbe ingenuo. Il punto è chiedersi se la risposta proposta sia all’altezza della complessità del fenomeno o se continui a riprodurre gli stessi automatismi: più controlli, più interdizione, più cooperazione di polizia, più esternalizzazione verso paesi terzi. L’Europa dovrebbe sapere che la sicurezza non si costruisce solo nei porti e nelle acque internazionali. Si costruisce anche nei servizi territoriali, nei sistemi sanitari, nelle politiche sociali, nelle carceri meno affollate, nelle città capaci di ridurre marginalità e stigma.
La European Coalition against Drugs sembra invece muoversi dentro una cornice rassicurante per i governi: millantare capacità di controllo, promettere protezione, indicare un nemico esterno, spostare l’attenzione sulle rotte e sui confini. È una politica comunicativamente forse ancora efficace, ma strategicamente debole se non si apre a un ripensamento del paradigma proibizionista. Senza questo passaggio, anche la lotta ai narcos rischia di diventare un modo per non parlare della responsabilità delle politiche pubbliche nel mantenere vivo il mercato illegale.
La dichiarazione di Yerevan conferma una tendenza: mentre cresce, almeno nel dibattito scientifico e nella società civile, la consapevolezza del fallimento della guerra alla droga, una parte delle istituzioni europee prova a rilanciarla con un linguaggio aggiornato. Meno slogan, più governance; meno retorica esplicita, più architetture operative. Ma il risultato rischia di essere lo stesso: una politica che promette equilibrio e produce sicurezza selettiva, repressione e marginalizzazione.
Una vera strategia europea dovrebbe partire da un’altra domanda: non come impedire alle droghe di “entrare” in Europa, ma come ridurre davvero i danni sociali, sanitari e politici prodotti dai mercati illegali e dalle politiche punitive. Questo significa regolazione legale dove possibile, depenalizzazione del consumo, riduzione del danno come servizio essenziale, giustizia sociale, cooperazione internazionale non militarizzata e contrasto ai profitti criminali dentro una cornice di diritti. Tutto il resto rischia di essere una vecchia guerra alla droga, solo con nuove mappe nautiche.
