Per anni il Ghana è stato considerato uno dei paesi più stabili dell’Africa occidentale. Una democrazia relativamente solida, con alternanza politica e istituzioni funzionanti. Eppure, nelle strade di Accra e di altre città, sta prendendo forma un’altra storia: quella di cittadini che sequestrano, picchiano e puniscono persone accusate di usare droghe, convinti di fare ciò che lo Stato non riesce più a fare.
Il documentario How an opioid crisis sparked vigilante justice in Ghana, realizzato da People & Power di Al Jazeera, racconta una vicenda che va ben oltre il Ghana. È la dimostrazione di come la guerra alle droghe, quando incontra sistemi sanitari fragili e istituzioni incapaci di garantire diritti e cure, finisca per trasformarsi in una guerra contro le persone.
Negli ultimi anni il paese ha visto crescere rapidamente il consumo di oppioidi sintetici e di farmaci contenenti tramadolo e altre sostanze vendute illegalmente. La risposta pubblica, tuttavia, è rimasta largamente centrata sulla repressione, mentre i servizi di trattamento e riduzione del danno sono rimasti insufficienti. Il risultato è un vuoto. E i vuoti, nella storia delle politiche proibizioniste, raramente rimangono tali.
La giustizia privata come politica della paura
Nel documentario compaiono gruppi di cittadini che organizzano vere e proprie spedizioni punitive contro persone sospettate di usare droghe. Le immagini mostrano arresti improvvisati, pestaggi, umiliazioni pubbliche e consegne forzate alle autorità. Chi partecipa sostiene di voler “ripulire il quartiere”. È una retorica familiare. Ogni volta che un fenomeno sociale viene rappresentato esclusivamente come una minaccia, diventa più semplice convincere l’opinione pubblica che qualsiasi forma di violenza sia giustificata. Il problema è che questa logica non produce sicurezza, semmai arbitrio. Una situazione nella quale la distinzione fra legalità e vendetta privata si assottiglia fino quasi a scomparire.
Il documentario mostra bene un meccanismo che conosciamo anche in Europa. Le persone che usano droghe vengono rappresentate come responsabili dell’insicurezza urbana, del degrado e della criminalità. Una categoria da isolare prima ancora che da comprendere. È lo stesso processo di stigmatizzazione che, in tutto il mondo, ha giustificato decenni di incarcerazione di massa, fino alle uccisioni extragiudiziali nelle Filippine di Duterte. Quando una persona perde la propria dignità agli occhi della collettività, perde rapidamente anche le garanzie fondamentali. La violenza diventa così tollerabile. Anzi, viene raccontata come responsabilità civica.
Il caso ghanese mostra anche un altro fenomeno ricorrente. Quando lo Stato non riesce a controllare il mercato illegale e contemporaneamente rinuncia a costruire politiche sanitarie efficaci, altri soggetti occupano quello spazio. Possono essere organizzazioni criminali. Possono essere milizie. Possono essere gruppi di autodifesa. Possono essere, come in questo caso, cittadini convinti di sostituirsi alla polizia. La storia della “war on drugs” è piena di esempi simili.
Dalle esecuzioni extragiudiziali nelle Filippine ai gruppi paramilitari in America Latina, fino alle forme di vigilantismo politico che negli anni hanno interessato anche il Ghana, tanto da spingere il Parlamento ad approvare nel 2019 una legge specifica contro le milizie legate ai partiti politici. Ancora oggi il tema continua a preoccupare le istituzioni ghanesi, che richiamano il divieto di gruppi vigilanti e promuovono iniziative di prevenzione della violenza politica. Il filo rosso è sempre lo stesso: quando la forza sostituisce il diritto, la violenza tende ad autoalimentarsi.
Curare invece di punire
La parte forse più significativa del documentario riguarda gli operatori sanitari e le organizzazioni che cercano di costruire percorsi di cura. Le loro testimonianze mostrano una realtà molto diversa da quella raccontata dalla propaganda. La dipendenza non è una scelta morale. È una condizione sanitaria e sociale. Chi vive una dipendenza ha bisogno di accesso ai servizi, sostegno psicologico, cure, reinserimento, riduzione del danno. Ogni pestaggio, ogni arresto arbitrario, ogni umiliazione pubblica allontana invece le persone dai servizi e rende più difficile ogni possibilità di uscita dalla dipendenza.
Sarebbe un errore leggere questa vicenda come una semplice storia africana. Il Ghana rappresenta uno specchio nel quale molte democrazie dovrebbero avere il coraggio di guardarsi. Anche in Europa cresce il linguaggio della “pulizia” delle città, dell’espulsione dei marginali, della criminalizzazione della povertà e dell’idea che alcuni diritti possano essere sospesi in nome della sicurezza. Il vigilante è soltanto l’ultimo anello di una catena che comincia molto prima, quando smettiamo di considerare chi usa droghe come una persona titolare di diritti e iniziamo a considerarlo soltanto un problema da eliminare.
