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Con la sentenza n. 96 del 2025, la Corte Costituzionale torna a pronunciarsi sul sistema dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), riconoscendone le gravi criticità sul piano delle garanzie costituzionali. Pur dichiarando inammissibile la questione sollevata dal Giudice di Pace di Roma sull’articolo 14 del Testo Unico sull’Immigrazione, la Consulta ha lanciato un messaggio chiaro al legislatore: è necessario intervenire con una disciplina di rango primario che definisca i “modi” del trattenimento nei CPR e garantisca strumenti effettivi di tutela per le persone recluse.

Secondo la Corte, l’attuale assetto normativo – affidato a regolamenti ministeriali e prassi amministrative – è del tutto inadeguato a regolare una misura così invasiva come la privazione della libertà personale, soprattutto in assenza di garanzie giurisdizionali reali e di un chiaro quadro normativo sui diritti delle persone trattenute. In questo senso, la detenzione amministrativa nei CPR si configura come una “zona grigia” che si colloca ai margini – se non al di fuori – dello Stato di diritto.

La pronuncia arriva in un momento in cui crescono le denunce della società civile sulle condizioni di vita all’interno dei CPR. Diverse organizzazioni, come la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili (CILD), Antigone, ASGI e la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni, avevano già evidenziato alla Corte le numerose violazioni sistematiche dei diritti fondamentali nei centri: dall’assenza di controlli effettivi da parte delle istituzioni preposte (Prefetture e ASL), alla privatizzazione della gestione con tagli ai servizi essenziali, fino all’uso improprio di psicofarmaci a scopo contenitivo.

Proprio CILD, in un comunicato diffuso all’indomani della sentenza, sottolinea come la Corte abbia confermato quanto da anni sostenuto da attivisti, garanti e osservatori internazionali: i CPR sono luoghi dove lo Stato sospende le sue regole, e in cui si verificano sistematiche violazioni dei diritti delle persone trattenute. Secondo la Coalizione, la reazione del Ministero dell’Interno – che ha annunciato l’avvio dei lavori per una nuova disciplina di rango primario – rischia di trasformarsi in un tentativo di “istituzionalizzare” l’abuso, regolamentando un sistema che dovrebbe invece essere superato.

“La soluzione non può essere una nuova legge che legittimi ciò che oggi è inaccettabile,” afferma CILD. “I CPR rappresentano uno stato di eccezione permanente, incompatibile con il nostro sistema costituzionale. Non è tollerabile che uomini e donne vengano privati della libertà personale senza aver commesso alcun reato, né che quella detenzione sia gestita da soggetti privati con finalità di profitto.”

Nel suo intervento, CILD ribadisce l’appello per lo smantellamento definitivo del sistema CPR, definendoli “buchi neri del diritto e dei diritti”: luoghi opachi, sottratti al controllo pubblico, in cui le garanzie giuridiche vengono sospese e dove persino la società civile fatica a entrare. Nessuna riforma normativa potrà sanare questo vulnus, sostiene la Coalizione, se non si parte dal principio di base che la libertà personale è un diritto inviolabile e non può essere sospesa in nome di un’efficienza amministrativa o di una gestione emergenziale dell’immigrazione.

Con questa sentenza, la Corte Costituzionale chiama il legislatore a una responsabilità chiara: intervenire per garantire diritti e trasparenza in un ambito finora rimasto ai margini della legalità costituzionale. La società civile, intanto, rilancia la mobilitazione per chiedere non una nuova legge che regoli i CPR, ma la loro definitiva chiusura.