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Abbiamo già esposto nel documento di convocazione e su Fuoriluogo su il manifesto le motivazioni che ci hanno spinto a individuare questo tema per la nostra assemblea di quest’anno. Vorrei, in questa mia apertura, far emergere alcuni dei punti per certi versi critici e, nello stesso tempo, propulsivi di questo scenario.

 Abbiamo scelto di mettere al centro della nostra assemblea annuale il tema delle convergenze strategiche con aree dei movimenti sociali che si muovono al di là delle nostre reti e agiscono su terreni sempre più comuni, per andare oltre l’incontro e la vicinanza nelle manifestazioni e promuovere un confronto attivo e comune, in un processo di arricchimento reciproco.

Già nella Controconferenza, insieme alle nostre reti, abbiamo iniziato un confronto con diversi movimenti cittadini per ampliare le convergenze sui temi delle politiche sulle droghe, della convivenza, della sicurezza, della vivibilità, del diritto alla città, come direbbe Lefebvre.

Quindi, voglio ribadirlo, non stiamo chiedendo nuove alleanze, ma confronti e convergenze comuni e intersezionali. Non abbiamo mai pensato che le politiche e le culture sulle droghe fossero un tema specifico e abbiamo, per un certo tempo, privilegiato l’approfondimento sui diversi aspetti della questione e, in particolare, sulla complessità del fenomeno, non riducibile a etichette e formule.

Abbiamo così analizzato in modo critico ma approfondito le diverse implicazioni del modello della guerra alla droga, della war on drugs, e delle convenzioni internazionali che influenzano in modo strutturale tutte le leggi sulle droghe dell’Occidente in senso proibizionista e repressivo. E sottolineo l’influenza, reciproca direi, che questo scenario politico esercita sulle rappresentazioni sociali del fenomeno e, in particolare, sullo stigma e sui pregiudizi che investono le PUD in generale.

Le politiche sulle droghe degli Stati, anche in epoca di welfare state e, in Italia, in epoca di deistituzionalizzazione dei manicomi, quando Franco Basaglia criticava il modello etichettante della malattia, sono state improntate sempre, più o meno, al modello penale e patologico: l’uso di droghe stretto tra reato e malattia incurabile, secondo il modello war on drugs. In particolare, l’impatto sulle carceri è illuminante: un terzo dei detenuti è etichettato con una diagnosi di tossicodipendenza in Italia, mentre si contano 34 mila sanzioni amministrative (ultima Relazione al Parlamento). Sul versante sociale e dei media, l’uso di droghe viene considerato come un comportamento pericoloso, dannoso, legato intimamente a comportamenti devianti, moralmente disdicevole; nel migliore dei casi patologico, una malattia cronica recidivante, comunque colpevolizzante, inaccettabile e quindi soggetta a una istituzionalizzazione: nel carcere o in servizi apparentemente socio-sanitari, ma nella sostanza etichettanti e anche colpevolizzanti e repressivi (alla San Patrignano). Da qui le parole d’ordine più diffuse: lotta, contrasto, che pur non nominandola si rifanno al modello della guerra. Parole adottate anche da amministrazioni pubbliche schierate apparentemente contro le politiche repressive.

Zinberg e, dopo di lui, Peter Cohen, Tom Decorte e la nostra cara Grazia Zuffa ci hanno fatto capire sempre più che è il setting, il contesto sociale e politico e le culture, a rendere più o meno rischioso il fenomeno. E che i rischi e i danni attuali delle droghe sono intimamente legati alle leggi proibizioniste e repressive, ai mercati illegali, alle culture stigmatizzanti a essi intimamente collegate. E, ancora, ci hanno fatto capire la funzione performante, sul corpo e sulla psiche, in una logica bio e psicopolitica, delle visioni e rappresentazioni dei fenomeni, e come quella logica stigmatizzante ed etichettante sia inscritta nei corpi e nella psiche di tutti noi. L’idea che la droga faccia male, che le PUD siano pericolose, che siano malate gravi e croniche, inguaribili, è vissuta come un sapere naturale, un’acquisizione oggettiva. Il setting, le politiche e le culture rappresentano il luogo del nostro incontro, del nostro meticciato e delle convergenze tra i diversi obiettivi di una strategia comune.

Le esperienze dei servizi che si rifanno alla prospettiva della Riduzione del Danno e della Tutela della Salute delle Persone che Usano Droghe (PUD), dalle UdS e mobili nei diversi contesti dell’uso, ai servizi di cura e a quelli di accoglienza, insieme a numerose ricerche sul campo e studi approfonditi, hanno confermato lo schema di Zinberg, mettendo in luce le risorse e le competenze di autoregolazione, anche nei casi più critici, attraverso pratiche di empowerment delle PUD.

Sento l’esigenza di proporre questa riflessione proprio alle aree e ai settori più avanzati, antagonisti e insorgenti, con i quali ci troviamo a lottare e mobilitarci insieme. Pur criticando in generale il modello penale-repressivo, è però diffusa anche in queste aree sociali e politiche una visione moralistica e di condanna dei comportamenti legati all’uso di droghe. Se compare la droga, allora si sottolinea la problematicità. E vi chiediamo di condividere con noi questa visione critica di liberazione delle PUD dagli stigmi e dalla guerra alla droga, come una base centrale del nostro incontro e dei nostri scambi di competenze, che portano verso arricchimenti comuni, culturali e politici. Ma anche come un’acquisizione che ci fa comprendere meglio le nostre lotte e battaglie più ampie contro le politiche panpenaliste e di sicurezza, per una giustizia ambientale libera dai vincoli del mercato.

La relazione intersezionale, secondo una logica coloniale, tra patriarcato, discriminazioni contro i migranti, i poveri e i senza dimora, le donne e le persone LGBTQI+, le PUD, le popolazioni indigene, gli antagonisti (termine che appare un po’ ridicolo e viene utilizzato per stigmatizzare ogni forma di protesta come pericolosa di per sé, perché “contro”), mette in evidenza i meccanismi comuni di stigmatizzazione e diseguaglianza che colpiscono diverse soggettività sociali.

Così come le politiche sulle droghe rappresentano una parte costitutiva delle politiche securitarie e panpenaliste. “Dallo stato sociale allo stato penale”, diceva Wacquant. Anche quando non nominano le droghe, evento molto raro, tali politiche aggravano il sistema penale e, di conseguenza, la realtà detentiva e i dispositivi penali che riguardano le PUD. Nello stesso tempo, l’inasprimento delle politiche penali sulle droghe influenza anche quelle rivolte ad altre realtà sociali.

Modello e logica coloniale al centro. “La colonialità è la matrice stessa delle strutture di potere ieri e oggi”. “La sovranità significa occupazione, e la sua espressione ultima risiede in gran parte nella capacità di decidere chi può vivere e chi no”: cioè chi può avere una vita e chi deve stare ai margini, essere escluso, represso, detenuto o istituzionalizzato. Stiamo parlando di processi che hanno prodotto e strutturato una gerarchizzazione dei soggetti, dei saperi e dei poteri, stabilendo confini tra ciò che è riconosciuto come conoscenza legittima e ciò che viene relegato nell’esotismo e nel folklore. Alla colonialità del potere si affianca quella del sapere (V. Verdolini).

E così qualunque sistema di pensiero altro, vagamente critico o che non si uniforma a questo modello, viene catalogato come fuori sistema e quindi escluso e represso (cfr. decreto sicurezza).

E, come se non bastasse, altre leggi spostano il loro obiettivo sulla repressione delle PUD: come il codice della strada, che è diventato una legge sulle droghe. Aggiungo il decreto antirave, in realtà antigiovani, e il decreto Caivano, che ha riempito le carceri minorili di giovani. Un filo comune lega la repressione e la penalizzazione delle PUD e dei movimenti sociali alle politiche detentive ed espulsive per i migranti.

Quando succede qualche conflitto urbano, in particolare politico, si cerca di inserire le droghe per giustificare l’intervento repressivo. Ormai uso di droghe e antagonismo sono quasi sinonimi.

La mobilitazione a più livelli per modificare le politiche sulle droghe attraverso un cambio radicale, verso la depenalizzazione e decriminalizzazione e la regolazione legale dell’uso di droghe, contribuisce a incrinare il sistema delle politiche panpenaliste complessivo. Apre contraddizioni nelle politiche che consentono di spostare in avanti gli obiettivi di lotta per un cambio sostanziale del modello penale nelle politiche sociali, di cui parlava Wacquant, verso una inversione delle politiche e un ritorno dallo stato penale allo stato sociale, in una logica di regolazione sociale dei fenomeni. regolazione sociale dei fenomeni.

D’altro canto, la mobilitazione contro le derive securitarie penali di ogni forma di dissenso sociale, contro le misure per reprimere ogni protesta verso le politiche governative e contro ogni realtà considerata estranea e inferiore, come i migranti, in una logica coloniale, contribuisce a incrinare il sistema generale delle pene e delle repressioni, aprendo la strada a un cambio delle politiche sulle droghe.

Abbiamo individuato, in particolare nella Controconferenza sulle droghe, alcuni obiettivi intermedi: dall’attuazione dei LEA RdD ai programmi di decarcerizzazione attraverso la moltiplicazione delle misure alternative, dalla riforma del sistema dei servizi in una logica territoriale e di tutela della salute delle PUD ad altri interventi che possono contribuire ad aprire nuovi spazi verso la depenalizzazione dell’uso di droghe e la regolazione legale della cannabis. E, riteniamo, verso l’apertura di scenari inediti per un cambio delle politiche securitarie, penali e detentive in generale.

Sono convergenze con obiettivi comuni e anche lotte mirate, atti di ribellione per opporci in modo indocile; ma anche obiettivi parziali e specifici, sempre nella consapevolezza della realtà intersezionale e comune.

E ci farebbe piacere partecipare ai vostri obiettivi intermedi.

Guerra alla droga: dalla guerra ai drogati alle nuove guerre coloniali contro gli Stati

Se lo stigma e il pregiudizio sulle droghe giustificano le politiche securitarie panpenaliste nazionali, la lotta al narcotraffico è utilizzata dai governi per giustificare sia politiche repressive sia guerre e aggressioni militari a livello internazionale, per appropriarsi delle risorse energetiche ed economiche di altri Stati secondo una logica coloniale. La war on drugs inaugurata da Nixon nel 1970, in linea con le convenzioni internazionali che sono alla base di tutte le leggi repressive dell’Occidente, è stata utilizzata dai presidenti successivi per ampliare l’influenza economico-finanziaria nei paesi latinoamericani in particolare. Dal Plan Colombia del presidente B. Clinton alla recente incursione in Venezuela di D. Trump, con l’uccisione di diversi civili e il rapimento del presidente Maduro, con la scusa della lotta al narcotraffico ma in realtà con l’obiettivo coloniale di accaparrarsi le risorse energetiche, petrolifere, del Venezuela. Tra il silenzio internazionale, tranne qualche timida eccezione. La guerra alla droga giustifica sia la repressione interna agli Stati sia l’aggressione esterna agli Stati.

Ma la guerra rappresenta anche un modello per gestire le politiche e influenzare l’opinione pubblica. La guerra alla droga si esprime come una guerra alle persone che usano droghe (non ha mai colpito il mercato illegale, anzi lo ha rafforzato di fatto), considerate pericolose di per sé e al di fuori del modello di umanità stabilito dai poteri economico-finanziari e dai governi. La politica si esprime nel doppio livello di repressione e di incorporazione di idee, convinzioni e rappresentazioni sociali sul fenomeno e sulle persone, di tipo bio e psicopolitico. Vi è un’impronta razziale in questo modello politico, che considera le PUD come persone che non hanno i diritti degli altri per il fatto che usano droghe, al pari dei migranti, delle persone LGBTQI+, degli indigeni, degli attivisti ecc…

Sulla questione ambientale e le droghe

Anche rispetto all’ambiente vi sono state difficoltà a comprendere e individuare l’implicazione tra guerra alla droga, mercato illegale e distruzione ambientale a vari livelli.etto all’ambiente vi sono state difficoltà a comprendere e individuare l’implicazione tra guerra alla droga, mercato illegale e distruzione ambientale a vari livelli.

L’International Coalition on Drug Policy Reform and Environmental Justice ha redatto un report nel quale ha messo in evidenza l’esistenza di un’economia sommersa e molto potente, che determina un forte impatto ambientale, in particolare nel Sud-Est asiatico e in America Latina. In queste regioni, i mercati illegali intervengono in aree protette e abitate da indigeni, operano disboscamenti e distruzioni, espulsioni di intere popolazioni. Interferiscono con le politiche nazionali, aumentando le diseguaglianze, impoveriscono le popolazioni, e i sistemi “legali” di repressione del mercato aggravano la distruzione ambientale con fumigazioni nocive e tossiche. I narcotrafficanti interferiscono con le politiche degli Stati e in alcuni casi assumono ruoli politici rilevanti. Anche se si tratta di azioni di gran lunga meno diffuse rispetto alla distruzione ambientale inflitta dal mercato legale, il principio è lo stesso, la logica del profitto, e i danni sono incisivi e in zone di particolare rilevanza ambientale. Come ribadisce il rapporto Development Dimensions of Drug Policy, a cura dell’UNDP (United Nations Development Programme), i danni ambientali sono ingenti e diffusi: deforestazioni, inquinamento, esaurimento delle risorse idriche, desertificazione ed elevato consumo energetico. L’impatto è particolare in regioni ecologicamente sensibili, come aree protette, foreste e territori delle popolazioni indigene. Un dato impressionante: il 75% degli omicidi di attivisti ambientalisti è collegato a settori economici illegali.

L’economia di mercato, sia legale sia illegale, agisce secondo la stessa logica, quella del profitto, e ha un impatto fortemente distruttivo sull’ambiente e sulla vita delle popolazioni. Un esempio è la cosiddetta corporate capture, cioè l’influenza di aziende come quelle che producono tabacco, alcool e prodotti farmaceutici per ostacolare leggi, come la legalizzazione della cannabis, che potrebbero minacciare i loro profitti. Anche se poi alcune di queste aziende usano il loro potere per prendere il monopolio della cannabis terapeutica.

Per questo motivo credo, ma pongo la questione al dibattito di chi ha maggiore competenza, che l’orizzonte sia la giustizia climatica nella direzione di una riconversione ecologica liberata dai vincoli del mercato e del profitto, piuttosto che una generica e un po’ ambigua sostenibilità ecologica.

I diversi rapporti sottolineano l’importanza delle politiche di legalizzazione della cannabis e della coltivazione delle piante psicoattive legate alle tradizioni locali, quali la pianta di coca in Colombia, nell’interrompere questi processi di distruzione ambientale. Ma pongono con forza l’esigenza che la legalizzazione sia improntata a una logica di regolazione economica e sociale del fenomeno, che stabilisca criteri chiari di protezione ambientale, ponga limiti al mercato, garantisca l’autocoltivazione per l’uso personale e, soprattutto, garantisca i diritti delle popolazioni indigene.

Sia i movimenti indigeni sia i rapporti internazionali sottolineano la necessità della partecipazione delle comunità. La tutela dei diritti civili riguarda a tutto campo le PUD e le popolazioni indigene, la salvaguardia del loro ambiente e il diritto a usare le piante della propria tradizione, e anche ad avere un ruolo nella produzione, autonomo e svincolato dalle grandi holding dei farmaci che stanno provando a monopolizzare il mercato della stessa cannabis legale.

Ci muoviamo nell’intersezionalità tra diritti civili, diritto alla salute, libera circolazione delle persone tra gli Stati, derazzializzazione, libertà di espressione dei generi, superamento di ogni diseguaglianza, libertà di esprimere il proprio dissenso e le proprie idee, in una logica decoloniale.

Come dice la Coalizione per la Riforma delle Politiche sulle Droghe e per la Giustizia Climatica: “La riforma delle politiche sulle droghe non è quindi una componente rilevante solo per la giustizia climatica e, aggiungo, per la giustizia sociale, i diritti civili, la salute e l’abitare. Essa è parte rilevante della soluzione”.