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Difendere la Corte penale internazionale oggi è una battaglia politica molto concreta, che riguarda il senso stesso del diritto internazionale in un tempo in cui le grandi potenze lo invocano quando conviene e lo colpiscono quando intralcia i propri interessi. Per questo la mobilitazione lanciata da Eumans e No Peace Without Justice, con appuntamento il 14 aprile a Bruxelles davanti alla Commissione europea, è rivolta a tutti coloro che non vogliono assistere in silenzio all’ennesimo svuotamento delle regole comuni. La campagna chiede due cose precise: l’attivazione del Blocking Statute dell’Unione europea per proteggere la Corte dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi, e il sostegno alla candidatura dell’ICC al Nobel per la pace 2026. Si annuncia inoltre l’avvio di una satyagraha transnazionale, con iniziative diffuse e anche uno sciopero della fame a staffetta, per tenere alta la pressione sulle istituzioni europee.

Il punto è semplice: la Corte penale internazionale è l’unico tribunale penale permanente chiamato a giudicare genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione, e può intervenire quando gli Stati non vogliono o non riescono a farlo. Proprio per questo è diventata un bersaglio. Colpire l’ICC significa colpire l’idea che anche i poteri forti, anche gli apparati armati, anche gli alleati dell’Occidente debbano rispondere davanti alla legge. Difendere la Corte, allora, non significa idolatrare un’istituzione imperfetta, ma impedire che venga normalizzato un principio devastante: la giustizia internazionale vale solo per i deboli.

Dentro questa mobilitazione c’è anche, in modo chiarissimo, la questione delle politiche sulle droghe. Il caso più evidente è quello di Rodrigo Duterte. Tra il 23 e il 27 febbraio 2026 la Corte ha tenuto all’Aja l’udienza di conferma delle accuse nel procedimento a carico dell’ex presidente filippino, accusato di crimini contro l’umanità per omicidi connessi alla cosiddetta war on drugs. È un passaggio storico: per la prima volta la “guerra alla droga” entra così nitidamente nello spazio della giustizia penale internazionale non come retorica securitaria, ma come cornice di esecuzioni extragiudiziali sistematiche.

Ma il nesso fra diritto internazionale e guerra alla droga non riguarda solo le Filippine. In questi mesi sono cresciute le denunce sulle operazioni militari statunitensi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale. Organizzazioni come WOLA e diversi esperti legali hanno definito questi attacchi unlawful, ricordando una verità elementare che il proibizionismo tende sempre a cancellare: il sospetto di traffico di droga non autorizza esecuzioni extragiudiziali, né sospende il diritto internazionale. È esattamente qui che la difesa dell’ICC e della legalità internazionale incrocia il campo delle droghe: quando la guerra alla droga diventa un dispositivo che legittima l’eliminazione fisica dei sospetti, il problema non è solo di policy, ma di civiltà giuridica.

Per l’Italia, poi, la mobilitazione ha un significato ancora più diretto. Il caso Al Masri dimostra che il tema non riguarda soltanto governi lontani o scenari esotici. Il 26 gennaio 2026 la Corte ha deciso di deferire all’Assemblea degli Stati parte la mancata cooperazione dell’Italia per non aver dato seguito alla richiesta di arresto e consegna di Osama Elmasry/Almasri Njeem, accusato di gravi crimini in Libia; la decisione è stata resa pubblica il 2 aprile. In altre parole, anche il nostro Paese è ormai dentro una controversia che riguarda il rispetto degli obblighi verso la Corte. Difendere l’ICC, in questo contesto, significa anche respingere la doppia morale di chi si richiama allo stato di diritto solo finché non tocca i propri equilibri geopolitici e le proprie convenienze diplomatiche.

Per questo la giornata del 14 aprile non si rivolge solo agli addetti ai lavori del diritto internazionale. Parla a chi rifiuta l’idea di un mondo in cui la forza sostituisce la norma, le sanzioni piegano la giustizia e la ragion di Stato assolve tutto. In un passaggio storico segnato da guerre, repressioni e autoritarismi, scendere in piazza per la Corte penale internazionale significa difendere uno spazio minimo ma decisivo: quello in cui i crimini dei potenti possono ancora essere nominati, perseguiti, giudicati. E oggi, dentro quello spazio, ci sono anche le vittime della guerra alla droga e le responsabilità di chi continua a usarla come licenza di uccidere.