Il furto di un cospicuo numero di fiale di fentanil in un ospedale romano ha ancora una volta evocato lo spettro di una epidemia di overdose da questo farmaco oppioide, simile a quella che affligge attualmente gli Stati Uniti, sollecitando addirittura una riunione di emergenza presso la Presidenza del Consiglio. È giustificato tanto allarme?
Probabilmente molti di coloro che sono così preoccupati non hanno familiarità con la curva di Jalal e Burk che descrive la crescita esponenziale delle morti per overdose in America a partire dagli inizi degli anni ottanta. I due epidemiologi che identificano la curva, stimolati dalla costatazione che in quel paese ogni giorno muoiono 174 persone di overdose (Jalal et al, 2018), hanno analizzato la casistica di 599.295 morti che tra il 1979 e il 2016 il National Vital Statistics System aveva attribuito ad avvelenamento non intenzionale da farmaco. Il fine di tale studio era quello di accertare regolarità che permettessero di individuare i fattori prevalenti e di predire l’ulteriore evoluzione della curva. I risultati, davvero sorprendenti, di quello studio mostrano che nell’arco di 36 anni i casi di overdose sono aumentati con l’impressionante regolarità del 9% annuo secondo una curva esponenziale che ha permesso di prevedere un numero di casi mortali di overdose nel periodo 2016-2020 estremamente simile a quello empiricamente verificato: 300.089 a fronte di 320.742 (rapporto verificato/previsto: 1,07) (Burke and Jalal, 2022). Nel quarantennio 1980-2020 si sono verificati solo due modesti scostamenti in eccesso, legati a temporanei mutamenti nei consumi: il primo nel 2006 caratterizzato da un aumento dei casi di morte da cocaina e il secondo nel 2017 per la fugace comparsa nel mercato americano del carfentanil, un derivato del fentanil enormemente più potente del precursore (Jalal et al, 2018; Jalal & Burke,2021). Un aspetto fondamentale di questa regolarità consiste nel fatto che non è il frutto di un’unica epidemia ma il prodotto di successive ondate di overdose dove l’agente responsabile è stato un differente oppioide, ossicodone, eroina e fentanil. Inoltre, l’andamento esponenziale indica che la curva è il frutto di fattori che non solo promuovono la crescita ma lo fanno in maniera autocatalitica nel senso che il processo è accelerato dai suoi stessi prodotti. Molto si sta dibattendo su quali siano questi fattori e una interpretazione socioeconomica che merita particolare considerazione ha definito quelle da overdose “morti per disperazione” (Case & Deaton, 2022), risultato del feroce processo di ristrutturazione industriale prodotto dal neoliberismo.
È dunque prevedibile che l’Italia vada incontro ad una epidemia di overdose da fentanil come quella in corso in America? Si direbbe proprio di no tenuto conto che la serie storica di morti per overdose nel nostro paese mostrano un massimo di 1.566 morti nel 1996 con una lunga tendenza al ribasso fino al minimo storico di 176 decessi nel 2021, per poi risalire a 306 vittime nel 2023. Niente a che fare dunque con la curva di Jalal & Burk che per altro non è applicabile alla situazione europea nel suo complesso. Quali possono essere le cause di così profonde differenze nell’andamento delle morti per overdose?
Qualche indizio potremmo individuarlo nella marcata discontinuità nell’andamento della curva avvenuta in concomitanza della pandemia di Covid (dal marzo 2020 al maggio 2023), consistente in un brusco aumento del 24,4 % pari a 67.571 casi di overdose mortali in eccesso rispetto a quanto atteso (Jalal & Burke, 2026). Tale impennata non sembra legata ad una modifica di fattori di lunga durata, se si eccettua la più alta circolazione di fentanyl, ma piuttosto alla sovrapposizione di altri legati alla epidemia stessa, quali disoccupazione, isolamento, impossibilità di accedere al trattamento per la dipendenza da oppioidi; non ultimo, l’occasionale disponibilità di danaro dovuta alla temporanea emissione di sussidi: l’importanza di quest’ultimo fattore era ulteriormente sostenuto dal fatto che le tre rate in cui fu divisa l’emissione di denaro corrispondevano temporalmente a picchi di overdose mortali, secondo un fenomeno noto in America come “check effect” che colpisce i soggetti socialmente più fragili esposti all’uso di sostanze. Non certo per caso, avere un impiego ed accedere al trattamento con metadone costituivano fattori di protezione altamente significativi. Del resto il lieve declino della curva di Jalal & Burk che sembra in atto dalla seconda metà del 2023 è stata attribuito, tra l’altro, anche al rafforzarsi dell’accesso al naloxone e ai servizi di trattamento della dipendenza, insomma al rafforzarsi delle politiche di riduzione del danno (Friedman et al, 2026).
In definitiva, ciò che fa la differenza nel determinare le dimensioni numeriche delle morti per overdose non è tanto il tipo di sostanza in circolazione che può essere facilmente sostituita con un’altra qualsiasi, quanto ciò che la società fa per proteggere i propri cittadini. In questo senso le politiche di riduzione del danno all’interno di un sistema generale di protezione sociale sembrano i fattori alla base della migliore evoluzione del fenomeno del consumo di sostanze psicotrope in Italia e più in generale in Europa, rispetto agli Stati Uniti. In questa prospettiva non si comprende che senso abbia gridare al lupo per un furto di stupefacenti in un ospedale: che ci pensi la polizia, mentre i decisori politici badino a rafforzare la riduzione del danno che quella è la via maestra.
