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Uscire dal carcere dovrebbe segnare la fine della pena e l’inizio di un percorso di reinserimento. Per troppe persone, invece, il momento della scarcerazione coincide con l’ingresso in una zona di abbandono nella quale aumentano drammaticamente il rischio di overdose, la precarietà abitativa e l’interruzione delle cure.

A documentarlo è il nuovo rapporto di Nacro, organizzazione britannica impegnata nei servizi sociali, sanitari e di reinserimento delle persone coinvolte nel sistema penale. Reducing deaths among prison leavers, pubblicato nel luglio 2026, mostra che tra il 2019 e il marzo 2025 sono morte 2.447 persone entro un anno dall’uscita dal carcere in Inghilterra e Galles. Di queste, 548 sono decedute nel primo mese e altre 584 entro i primi tre mesi: in media, più di una morte al giorno.

Nel solo 2024-2025 è morta entro un anno dalla liberazione una persona ogni 144 scarcerate. Un tasso più che triplo rispetto al 2015 e ancora molto superiore ai livelli precedenti alla pandemia. Il dato forse più impressionante è che una persona appena uscita dal carcere ha oggi più probabilità di morire nei primi tre mesi di libertà di quante ne abbia, nell’arco di un intero anno, un cittadino medio con meno di 75 anni.

Non si tratta soltanto delle conseguenze di condizioni di salute già compromesse. Il rapporto evidenzia infatti che, rispetto al 2019-2020, il rischio di morire è aumentato del 72 per cento nelle prime due settimane, del 46 per cento entro un mese e del 28 per cento nell’anno successivo alla scarcerazione. È dunque il passaggio tra il carcere e la comunità, spesso privo di continuità sanitaria, abitativa e sociale, a rappresentare un fattore specifico di rischio.

Il pericolo dell’overdose

Quasi il 40 per cento delle morti registrate nell’anno successivo alla liberazione è collegato al consumo di droghe. Si tratta di circa tre decessi alla settimana, distribuiti quasi in egual misura tra avvelenamenti accidentali e morti classificate come autoinflitte. Dal 2019 il numero dei decessi droga-correlati individuati nel primo anno dopo la scarcerazione è raddoppiato.

Il rischio si concentra soprattutto nei primi giorni. Dopo un periodo di detenzione la tolleranza agli oppioidi può essersi notevolmente ridotta. Riprendere le dosi utilizzate prima dell’ingresso in carcere, incontrando nel frattempo sostanze più potenti, adulterate o consumate insieme ad alcol, cocaina e benzodiazepine, può avere conseguenze letali. Le ricerche citate da Nacro indicano che la probabilità di una morte droga-correlata nelle prime due settimane è sette volte superiore a quella delle due settimane successive.

Gli oppioidi rappresentano il nodo principale: circa due terzi dei trattamenti per dipendenze erogati nelle carceri britanniche riguardano il loro consumo e si stima che il problema interessi una persona detenuta su quattro. Eppure gli strumenti per prevenire una parte consistente delle morti sono già disponibili.

Ricevere una terapia sostitutiva con metadone o buprenorfina nell’ultimo giorno di detenzione dimezza il rischio di morire entro il primo mese. Secondo le stime del rapporto, garantirla a tutte le persone con una storia di consumo problematico di oppioidi potrebbe ridurre del 16 per cento i decessi droga-correlati immediatamente successivi alla scarcerazione.

Altrettanto decisiva è la distribuzione del naloxone, il farmaco antagonista capace di contrastare temporaneamente un’overdose da oppioidi. Nonostante possa essere consegnato sia dal personale penitenziario sia dai servizi della probation, il 46 per cento delle persone con problemi legati agli oppiacei non lo riceve al momento dell’uscita. Tra i casi di overdose esaminati dal Prison and Probation Ombudsman tra il 2021 e il 2024, fino alla metà delle persone decedute non aveva ricevuto alcuna offerta di naloxone.

La libertà senza cure e senza casa

La disponibilità di farmaci salvavita, tuttavia, non basta se all’apertura del cancello si interrompono cure, prescrizioni e relazioni con i servizi. Meno di tre persone su cinque tra quelle che avrebbero bisogno di un trattamento per le dipendenze iniziano un percorso territoriale entro tre settimane dalla scarcerazione.

Nacro denuncia cartelle sanitarie incomplete, ritardi nel trasferimento dei dati, terapie disponibili in carcere ma non immediatamente accessibili all’esterno e difficoltà ancora maggiori per chi non dispone di un domicilio. I programmi britannici per collegare sanità penitenziaria, medici di base e servizi territoriali hanno prodotto alcuni progressi, ma decine di migliaia di persone continuano a uscire senza una vera continuità assistenziale.

A questa frattura si aggiunge quella abitativa. Una persona detenuta su sette viene scarcerata senza una casa, mentre fino a un terzo di coloro che muoiono nelle prime due settimane risulta essere uscito dal carcere in condizione di senza dimora. Non avere un luogo sicuro significa maggiore esposizione a contesti di consumo rischiosi, difficoltà nel conservare i farmaci, impossibilità di registrarsi presso un medico e minori possibilità di rispettare gli appuntamenti con i servizi.

Anche una sistemazione formalmente disponibile può rivelarsi inadeguata, insicura o condivisa con persone che attraversano analoghe situazioni di consumo problematico. Per questo, sottolinea Nacro, non basta offrire un tetto: servono accompagnamento sociale, sostegno economico, tutela della salute e aiuto nel mantenimento dell’alloggio.

Le raccomandazioni del rapporto sono concrete: terapia sostitutiva garantita nel giorno della scarcerazione; standard nazionale per la consegna del naloxone; iscrizione preventiva al medico di base e accesso immediato ai servizi sanitari e per le dipendenze; un piano congiunto tra giustizia e politiche abitative per porre fine alle scarcerazioni verso la strada.

La lezione oltrepassa i confini britannici. La responsabilità pubblica non termina davanti al cancello del carcere. Liberare una persona senza farmaci, casa, documenti sanitari e collegamenti con i servizi significa trasformare la scarcerazione in un salto nel vuoto. E considerare inevitabili morti che, con interventi semplici e basati sulle evidenze, potrebbero essere evitate.

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