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Con una nota divulgata lo scorso 17 Febbraio, l’US Southern Command ha comunicato l’uccisione di undici persone nel corso di un raid contro quelle che il governo di Trump contimua arbitrariamente a definire “navi della droga”. Si tratta della terza azione militare dall’inizio dell’anno, nell’ambito della campagna denominata Operation Southern Spear avviata nel Settembre 2025. La stima delle vittime, abbondantemente oltre i due zeri, si pone come l’emblema di un’escalation di violenza che costituisce l’effettiva cifra delle attuali politiche sulle droghe statunitensi. Ennesima conferma della deriva autoritaria a cui il trumpismo aspira? Non proprio, considerando che tali strategie sono tutt’altro che un unicum per le amministrazioni di Washington.

Facciamo un passo indietro.

Fra Panama e Nicaragua

La sera del 5 Settembre 1989, rivolgendosi per la prima volta alla nazione in diretta televisiva, il presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush apriva il suo discorso affermando: “Tutti noi concordiamo che la minaccia interna più grave che la nostra nazione affronta oggi sono le droghe.” Mostrando in favore di camera una confezione di plastica inizialmente posta sotto la scrivania, il presidente continuò: “Questa confezione qui è crack”, concludendo con l’annuncio di una strategia nazionale di aumento dei fondi alle forze dell’ordine finalizzata al contrasto del narcotraffico. Poco più di tre mesi più tardi, l’accusa di traffico di cocaina formulata ai danni di Manuel Noriega venne addotta come motivazione ufficiale per legittimare l’operazione Just Cause, nel corso della quale, tra il Dicembre 1989 e il Gennaio 1990, gli Stati Uniti deposero il leader de facto di Panama.

Quello che Bush non disse nel corso del suo messaggio televisivo è che quella stessa sostanza – che da oltre un lustro stava imperversando nelle strade delle città d’America, era stata introdotta sul territorio nazionale in maniera surrettizia con la tacita complicità della CIA al fine di garantire una fonte di finanziamento a sostegno dei Contras, forze armate paramilitari impegnate nella destabilizzazione del governo sandinista in Nicaragua. Due storie speculari ed emblematiche delle modalità con cui negli ultimi quarant’anni gli Stati Uniti hanno fatto specioso ricorso alla War on Drugs come strumento di controllo, influenza e destabilizzazione a livello regionale.

A Panama, tra fine anni ‘70 e inizio degli anni ‘80, il generale Noriega si era in realtà rivelato un prezioso alleato degli USA. Agendo come confidente della CIA e favorendo identificazione e repressione dei movimenti legati alla sinistra socialista del paese, l’uomo più potente di Panama aveva infatti rappresentato una figura di riferimento per i servizi statunitensi. Nel 1976, il generale venne messo a libro paga dalla CIA, all’epoca guidata da un certo George H.W. Bush. A partire dalla metà degli anni ‘80, una serie di cause, tra cui l’inasprimento della War on Drugs da parte dell’amministrazione Reagan, l’imminente dissoluzione del blocco sovietico, non da ultimo una gestione del potere sempre più assoluta e incontrollata da parte di Noriega, contribuirono a un graduale deterioramento dei rapporti di fiducia.

I mezzi di informazione di Washington iniziarono allora a presentare Noriega come un pericoloso narcotrafficante, fino a quando, nel 1988, la DEA formulò nei suoi confronti un’incriminazione per traffico di droga e riciclaggio.A distanza di un anno, la War on Drugs fornì infine il pretesto politico e morale per l’invasione di Panama, che nel corso di un mese portò alla cattura di Noriega e al suo processo negli Stati Uniti.

In Nicaragua, il governo sandinista, di ispirazione socialista, era stato instaurato nel 1979. La presenza di uno Stato così vicino geograficamente a Washington, e politicamente a Mosca, portò gli USA a sostenere il gruppo di controrivoluzionari di estrema destra noto come Contras, definiti da Reagan “l’equivalente morale dei padri fondatori”. L’appoggio ai Contras venne inizialmente garantito dal traffico di armi tra Stati Uniti e Iran, paese risultante sotto embargo dal 1979 – anno della rivoluzione khomeinista che aveva rovesciato il governo di Reza Pahlavi.

Quando la scoperta delle operazioni illegali culminò nel 1985 nell’inchiesta Irangate, e il Congresso istituì la Commissione Tower, la CIA identificò nel mercato della cocaina lo strumento principe per continuare a incanalare importanti flussi economici in direzione delle casse dei Contras e di aggirare i divieti imposti dal Boland Act circa la possibilità di armare i controrivoluzionari nicaraguensi. Come ricostruito nell’inchiesta Dark Alliance di Gary Webb – pubblicata sul San Josè Mercury News nel 1996 e in seguito divenuta un libro, la rete di connivenze si rivelò decisiva all’introduzione capillare di cocaina sul territorio statunitense, in particolare negli Stati del Sud come Florida e California. Pur non prendendo mai parte attiva nel traffico di sostanze, i servizi segreti garantirono protezione a personalità come Oscar Blandón – braccio destro di Norwin Meneses, all’epoca il principale narcotrafficante del Nicaragua, o “Freeway” Rick Ross. A farne le spese furono in particolare i contesti urbani meno abbienti e le comunità afroamericane, messi in ginocchio dalla cosiddetta “epidemia di crack”, la stessa che vediamo ritratta in film come Boyz n the Hood di Singleton, messa in versi da Gil Scott-Heron in molte delle sue composizioni o immortalata negli scatti di Camilo José Vergara. La CIA ammetterà i misfatti commessi solo nel 1998.

Le droghe nel giardino di casa

Mentre nel caso di Panama la presenza dei cartelli del narcotraffico fu dunque utilizzata per legittimare un intervento militare diretto, nonché il rovesciamento di un ex alleato, nel caso del Nicaragua sono state proprio le organizzazioni criminali a contribuire in veste strategica al perseguimento degli obiettivi geopolitici statunitensi. Nel corso degli anni, del resto, il contrasto al narcotraffico ha legittimato l’ingerenza americana in molte aree di quella parte di mondo a cui, con un’espressione che tradisce un vassallaggio culturale vecchio di tre secoli, ancora ci ostiniamo a riferirci come al “giardino di casa degli Stati Uniti”.

Sebbene il coinvolgimento di Washington si sia storicamente basato sulla premessa di assistere i governi stranieri con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’introduzione di droghe illecite all’interno degli Stati Uniti, la War on Drugs ha coperto operazioni militari, paramilitari e interventiste. Come ricordato da Peter Andreas nel suo Killer High, gli USA hanno finanziato il “dispiegamento di milizie nazionali nelle prime linee delle campagne antidroga nelle Americhe”, secondo un impiego pretestuoso dell’opposizione al narcotraffico a servizio di politiche neocolonialiste spesso motivate come azioni militari difensive da parte degli Stati Uniti.

È successo in Perù, dove la narrativa del narcoterrorismo ha fornito terreno fertile per i finanziamenti di operazioni antidroga rivelatesi propedeutiche a colpire la struttura militare e sociale di Sendero Luminoso, organizzazione armata di ispirazione maoista connotata dal forte radicamento nelle aree di coltivazione della cocaina. È successo in Colombia, dove la giustificazione del contrasto al narcotraffico ha occultato il graduale investimento nella militarizzazione del conflitto con le forze rivoluzionarie note come FARC portato avanti fino al 2016, anno dello scioglimento dell’organizzazione e della sua successiva rinascita come formazione politica. È successo in Messico, dove il programma di cooperazione internazionale Iniciativa Mérida lanciato nel 2007, prevedendo tra i vari aspetti l’impiego dell’esercito in compiti di sicurezza interna, ha contribuito in maniera significativa all’escalation dei conflitti a fuoco, divenuti di fatto una prassi nella gestione di questioni connesse al narcotraffico. Più che di interventi militari diretti, in questi casi gli Stati Uniti hanno agito in un’ottica strutturale, lavorando in funzione di partner strategico.

Trump e Maduro

Se tutto quanto narrato finora vi ha fatto venire in mente dei parallelismi con ciò che è avvenuto in Venezuela, diventerà allora più facile capire come, nonostante tutte le sue peculiarità, il blitz di Trump conti illustri precedenti nella politica estera statunitense. Così come gli stessi atteggiamenti contraddittori della Casa Bianca, ieri come oggi, potrebbero non apparire casuali.  Al pari delle azioni di belligeranza condotte negli scorsi mesi contro presunti narcos tra Mar dei Caraibi, Messico e Oceano Pacifico, a Novembre 2025 Trump ha infatti concesso la grazia all’ex presidente dell’Honduras Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni dalla Corte Distrettuale Federale di Manhattan con l’accusa di aver introdotto negli States oltre 400 tonnellate di cocaina.

Appare evidente come l’incoerenza, di suo già una cifra delle politiche trumpiane, continui in quest’ambito a essere scientificamente esercitata secondo logiche machiavelliche. Se la questione girasse davvero attorno alle minacce alla sicurezza interna causate dal narcotraffico, non si spiegherebbe allora come mai la crisi del fentanyl – che pure rappresenta un’emergenza ben più pressante rispetto alla cocaina, sia stata trattata firmando una serie di ridondanti e non risolutori accordi diplomatici con la Cina piuttosto che sfociare nella Terza Guerra dell’Oppio. Il punto è che quella delle multiformi e complesse dinamiche del narcotraffico è una faccenda piuttosto seria, ed è per questo che quasi mai viene presa sul serio. Allo stesso tempo, offre alle autocrazie una materia dialetticamente flessibile, che può essere alternativamente manipolata al fine di creare la retorica del nemico, interno o esterno che sia, così come fungere da accessorio da realpolitik – ciò di cui la destra americana, da Reagan a Trump, ha a più riprese dato prova. Quel che è certo è che la coperta di Linus della War on Drugs appare ogni giorno accorciarsi di più.

A proposito, ricordate di Gary Webb?

Dopo quasi un decennio di campagne stampa di delegittimazione, calunnie e attacchi personali a seguito del suo lavoro d’inchiesta, nel 2004 il giornalista 49enne fu trovato senza vita nel suo appartamento. Morte dovuta ad arma da fuoco. Il caso venne archiviato come suicidio, ma nessuno è mai stato in grado di spiegare la presenza di un secondo foro di proiettile nel cranio di Webb, né, altrettanto, come sia stato possibile per un suicida spararsi in testa due volte.