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Il tragico episodio di Modena, con 8 persone investite da un automobilista, alcune delle quali ferite gravemente, rappresenta una sorta di spartiacque rispetto alle rappresentazioni della criminalità e delle tematiche della sicurezza. I punti di rottura del discorso securitario sono due, e vanno analizzati accuratamente. Il primo è quello dell’alterizzazione del criminale, intesa come la correlazione tra chi compie un gesto insano o un atto deviante e specifiche caratteristiche di classe, di razza, di etnia o di religione. Il secondo punto riguarda la risposta che consegue il più delle volte a questa rappresentazione, che consiste nella perimetrazione della città e nel controllo ossessivo della circolazione delle persone. Una risposta che, dal decreto anti-rave alle zone rosse, ha raggiunto la sua acme con le politiche di questo governo.

Il primo aspetto è quello più patente, e lo mostra la prontezza con cui la premier è corsa a Modena, e il ministro Salvini ha twittato per commentare l’episodio. Non erano isolati, a dire la verità, dal momento che i media hanno loro preparato il terreno, pronti a stabilire il nesso con gli episodi di Berlino, di Nizza, di Barcellona, ovvero attentati compiuti da estremisti islamici. Stesse modalità, stesso tipo di persona coinvolta. La realtà, tuttavia, non è come la rappresentiamo, come le filtriamo con le categorie stereotipate e ideologiche che danno forma alla nostra routine. E’ più complessa, più contraddittoria, e bisogna farci i conti. Anche a costo di smentirsi.

Lo dimostra quello che è venuto fuori in merito all’attentatore. Pur essendo di origine maghrebina, è cittadino italiano. E’ persino laureato, quindi non riconducibile alle alterizzazioni dei migranti basate sulla retorica della paura, che associano il non essere italiano a precarietà socioeconomiche e all’attitudine a delinquere. L’autore del grave gesto, invece, non ha precedenti penali, non è segnalato per possesso o consumo di stupefacenti, non ha collegamenti con alcuna organizzazione estremista. Però, soffre di instabilità psichiche. Un problema comune, che affligge un italiano su quattro che fa uso di ansiolitici, senza contare i molti che frequentano psicologi, psichiatri, counsellors a vario titolo. Solo che, nel caso dell’investitore di Modena, la patologia è più grave. Tanto da essere sfociata, in passato recente, in un ricovero.

L’instabilità di Salim El Koudri è confermata dalla percezione dei suoi compaesani di Ravarino, dove risiede, che lo definiscono “uno che non era normale”. Insomma, il ragazzo non era in condizioni psichiche ottimali, e della situazione erano a conoscenza in molti. Questo aspetto merita un’ulteriore riflessione. Una volta, le comunità di piccole dimensioni, dai paesi ai rioni cittadini, gestivano situazioni del genere in modo informale, riuscendo a canalizzare la presunta anormalità e integrandola in luoghi e momenti specifici, facendo leva sulla densità e della prossimità delle relazioni sociali. Il contesto odierno è del tutto diverso, con la ricerca e la difesa disperata dell’anonimato, e della conseguente indifferenza, che caratterizzano anche i centri rurali o di dimensioni contenute. Citando Vasco Rossi, si potrebbe dire: ognuno perso dentro i fatti suoi. Il problema è che spesso, i fatti personali, diventano di tutti quando si riversano sulla collettività. Un problema che si potrebbe affrontare rimpolpando le risorse pubbliche, valorizzando i legami informali, per approntare un sostegno sul territorio a vantaggio di chi soffre di questi problemi, Insomma, si tratterebbe di applicare la legge 180/1978 sul serio. Solo che, in un’epoca sempre più individualizzata, competitiva, caratterizzata da un orizzonte sociopolitico sempre più minaccioso, col mercato a fungere da unica bussola regolatrice, si preferisce non percorrere questa strada.

Questo aspetto, ci fa entrare nel secondo punto della riflessione. Da un trentennio, la risposta che si fornisce al malessere diffuso, è quello di perimetrarlo, rimuoverlo, reprimerlo. Chi non pensa e agisce secondo i dettami della società dei consumi globale è un reietto, una minaccia da scongiurare ad ogni costo. A livello preventivo, attraverso le politiche di tolleranza zero, le zone rosse, i DASPO, i decreti anti-rave e sicurezza. Sul piano repressivo, aumentando le fattispecie dei reati penali, inasprendo le pene, creando bacini di sospensione del diritto come i CPR, espellendo. Convinti che questo possa essere in grado di contenere le contraddizioni sociali contemporanee. Esistono zone sicure, dove si può prendere l’aperitivo, fare shopping, compiere giri turistici. Grazie al fatto che un’occhiuta sorveglianza fisica e virtuale scremano gli accessi a queste zone, proteggendo gli hub del consumo globale dai nuovi barbari Poi ci sono i quartieri e i condomini fortezza, dove rinchiudersi per evitare di incorrere in brutte esperienze. Infine, vengono i ghetti delle classi pericolose. Coi non-luoghi, ovvero i centri commerciali, le stazioni, gli uffici, punteggiati sul territorio, ad attrarre tutti e a respingere molti. Grazie al filtro di polizie pubbliche e private e della videosorveglianza.

Il gesto di Samir El Koudri, a pensarci bene, ha squarciato il velo che ammanta queste rappresentazioni, mostrando la debolezza degli schemi securitari. Non esistono più aree o zone sicure. Il malessere rimosso e negato può manifestarsi in ogni luogo, in qualsiasi momento. E non è detto che si manifesti ad opera di migranti, rom, sex workers, fuorisede, senzatetto, attivisti, disoccupati o qualsiasi altro gruppo di classi pericolose odierne. Può incarnarsi in chiunque. Come, viceversa, la solidarietà spontanea, viene anche dai migranti, come mostra il caso di Modena. Il securitarismo è finito. A forza di evocare, come in un rituale esoterico, lo spettro della sicurezza, ne è rimasto travolto. È ora di prenderne atto. E di pensare a ricostruire legami sociali, a progettare spazi pubblici liberi da sovra-determinazioni consumistiche. A rilanciare il servizio pubblico per seguire sul territorio i problemi di salute, fisica e mentale, sempre più diffusi. Con buona pace dei campioni della legge e dell’ordine.