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L’ingresso degli agenti sotto copertura negli istituti penitenziari è una di quelle misure che, da sole, bastano a raccontare la direzione imboccata dal governo. Non si tratta di un dettaglio tecnico, né di un semplice ritocco normativo dentro il già affollato cantiere securitario italiano. È, piuttosto, il segno di un’idea di carcere e di pena sempre più lontana dalla Costituzione: un carcere opaco, attraversato dal sospetto, impermeabile ai diritti, nel quale la persona detenuta non è più il soggetto di un percorso possibile, ma l’oggetto di un controllo che si fa ancora più penetrante, ancora più torbido.

È questo l’allarme lanciato dall’Alleanza per una pena costituzionale, nata dopo la grande assemblea del 6 febbraio scorso a Roma, che ha riunito 190 organizzazioni provenienti da tutta Italia, insieme a rappresentanti di enti pubblici, per discutere delle condizioni dell’esecuzione penale nel nostro paese. Un’alleanza ampia, che oggi guarda con forte preoccupazione all’iter parlamentare del decreto sicurezza, attualmente all’esame del Senato, e in particolare alle norme che incidono direttamente sul sistema penitenziario.

Tra le disposizioni più contestate c’è l’articolo 15, che introdurrebbe operazioni sotto copertura all’interno delle carceri, consentendo agli ufficiali dei nuclei investigativi della polizia penitenziaria di essere esonerati dalla responsabilità penale per reati commessi nell’ambito di tali operazioni. È una previsione gravissima, non solo per gli evidenti problemi giuridici che pone, ma per il suo significato politico e simbolico. In istituti già devastati dal sovraffollamento, dalla carenza di cure, dall’insufficienza di personale educativo e sanitario, e da un numero drammatico di suicidi, l’idea di introdurre ulteriori dispositivi di infiltrazione e dissimulazione non può che aggravare la frattura interna, avvelenando i rapporti tra detenuti e operatori, seminando paura, diffidenza, tensione permanente.

Il punto, infatti, non è solo ciò che questa norma permetterebbe formalmente. Il punto è il clima che produrrebbe. In un carcere attraversato dalla possibilità che chiunque possa essere strumento occulto del controllo, la fiducia viene corrosa alla radice. E senza un minimo di fiducia non esiste trattamento, non esiste responsabilizzazione, non esiste alcuna funzione rieducativa della pena. Esiste solo una macchina chiusa su sé stessa, che genera sofferenza e prepara altra marginalità.

Per questo l’Alleanza ha rivolto un appello urgente ai senatori, chiedendo che non venga approvata la conversione del decreto e, in particolare, che sia stralciato l’articolo 15, eliminando dal testo le disposizioni relative agli agenti sotto copertura in cella. La contrarietà, però, non si limita a quella norma. L’Alleanza evidenzia infatti più in generale rilevanti profili di incostituzionalità del provvedimento, giudicando molte delle sue misure incompatibili con i principi dello Stato di diritto e con la tutela della dignità delle persone detenute. È un richiamo netto: quando la sicurezza diventa un contenitore ideologico nel quale far entrare qualsiasi compressione dei diritti, non siamo più davanti a un rafforzamento delle istituzioni democratiche, ma al loro progressivo svuotamento.

La denuncia si accompagna a una proposta di segno opposto. Le carceri italiane, ricorda l’Alleanza, non hanno bisogno di nuove strette punitive, di nuovi reati, di nuovi aggravamenti di pena, né di dispositivi emergenziali destinati a peggiorare l’ordinaria disumanità del sistema. Hanno bisogno, al contrario, di misure che riducano il sovraffollamento e tutelino la salute, la vita e la dignità delle persone. Hanno bisogno di depenalizzazione, di decarcerizzazione, di umanizzazione della pena. Hanno bisogno del coraggio politico della clemenza e della riapertura degli istituti al territorio, alla società civile, ai legami sociali che soli possono rendere credibile il dettato costituzionale.

Da anni, invece, la direzione è quella opposta. Si continua ad allargare l’area della penalità, a moltiplicare le condotte punite, a irrigidire le risposte sanzionatorie, come se il carcere fosse una discarica sociale capace di assorbire ogni conflitto, ogni fragilità, ogni marginalità prodotta dal corpo vivo della società. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: istituti saturi, sofferenza crescente, suicidi, abbandono, assenza di prospettive. E adesso, come se non bastasse, anche la prospettiva di una prigione infiltrata, in cui il controllo si traveste e si sottrae persino ai limiti della responsabilità.

L’Alleanza per una pena costituzionale annuncia che promuoverà ogni iniziativa utile, nel prosieguo dell’iter legislativo e nelle sedi competenti, affinché queste norme, se approvate, siano sottoposte a verifica. È un passaggio importante, che rimette al centro una questione troppo spesso rimossa dal dibattito pubblico: la qualità democratica di un paese si misura anche da come punisce, da come custodisce, da come tratta chi ha privato della libertà. E oggi, davanti al decreto sicurezza, la domanda torna con urgenza: vogliamo un sistema penale conforme alla Costituzione, oppure un carcere sempre più oscuro, sempre più separato, sempre più nemico della dignità umana?

L’appello è sottoscritto, per l’Alleanza per una pena costituzionale, da Acli, Antigone, Arci, Cgil nazionale, Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, La Società della Ragione, Movimento No Prison e Seac.