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La risposta mondiale all’HIV sta attraversando la battuta d’arresto più grave degli ultimi decenni. A denunciarlo è il nuovo rapporto UNAIDS pubblicato in vista della Giornata mondiale contro l’AIDS 2025, dal titolo “Superare le interruzioni, trasformare la risposta all’AIDS”. L’agenzia ONU lancia un appello urgente: senza un immediato rilancio dei finanziamenti, senza il rafforzamento delle comunità e senza la tutela dei diritti umani, gli obiettivi del 2030 rischiano di trasformarsi in uno scenario di regressione.

Progressi in stallo: gli indicatori migliorano, ma il sistema si indebolisce.

A livello globale, nel 2024 le nuove infezioni da HIV sono state circa 1,3 milioni, il 40% in meno rispetto al 2010, mentre i decessi per AIDS sono scesi a 630.000, in calo del 54%. Tuttavia, questi risultati sono minacciati dalla crescente fragilità dei sistemi sanitari nei Paesi a basso e medio reddito, ancora fortemente dipendenti dagli aiuti esterni: circa il 90% dei finanziamenti per i programmi sanitari proviene da donatori internazionali.

Con il calo dei contributi globali, oltre 60 Paesi segnalano il rischio di ulteriori riduzioni, con effetti drammatici soprattutto in Africa subsahariana e sui programmi di terapia antiretrovirale, con un potenziale aumento della mortalità evitabile.

Il caso PEPFAR: la sospensione dei fondi e l’impatto immediato.

Il Programma PEPFAR, principale finanziatore globale nella lotta all’HIV/AIDS, ha investito, dal 2003, oltre 100 miliardi di dollari in 55 Paesi, garantendo al dicembre 2024 il trattamento antiretrovirale a più di 20 milioni di persone, tra cui 560.000 bambini. La sospensione o riduzione dei fondi ha provocato interruzioni nei servizi essenziali in oltre il 50% degli ambulatori/ospedali supportati, con un impatto diretto sulla salute e la continuità terapeutica di milioni di persone. Da sottolineare che, nel 2024, 9,2 milioni di persone non hanno avuto accesso alla terapia antiretrovirale.

Prevenzione in arretramento

La crisi finanziaria colpisce duramente anche la prevenzione: l’accesso alla profilassi pre-esposizione (PrEP), ai preservativi, ai test per l’HIV e ad altri strumenti fondamentali è diminuito in molti Paesi. Le conseguenze ricadono soprattutto su adolescenti e giovani donne: in Africa subsahariana, un quarto delle nuove infezioni riguarda ragazze adolescenti. Programmi chiave come DREAMS, che riducevano la vulnerabilità delle ragazze, sono stati ridimensionati o sospesi. Anche i servizi per donne vittime di violenza, spesso punti di accesso alla prevenzione, risultano indeboliti dai tagli.

Key populations sempre più esposte: servizi chiusi e nuove infezioni in aumento

Le Key Populations — sex worker, persone transgender, uomini che fanno sesso con uomini (MSM), persone che usano droghe — sono tra le più colpite dalla chiusura dei servizi, spesso gestiti da ONG o organizzazioni religiose.

Nel 2024, quasi la metà (49%) delle nuove infezioni si è verificata in questi gruppi, con tendenze in crescita:

  • tra gli MSM, le nuove diagnosi sono aumentate del 27%;
  • tra le donne transgender, l’aumento dal 2010 è del 32%.

Un mondo più ostile: Secondo il Monitoraggio annuale di UNAIDS sulle leggi che criminalizzano e discriminano, attivato nel 2008, il 2025 mostra un peggioramento del quadro globale. Cresce il numero di Paesi che adottano o rafforzano normative punitive contro persone LGBTQIA+, sex workers, persone transgender, persone che usano sostanze e persone che vivono con l’HIV.  Il rapporto evidenzia che:

  • 64 Paesi criminalizzano le relazioni omosessuali;
  • 168 criminalizzano il lavoro sessuale;
  • 152 penalizzano il possesso di piccole quantità di droghe;
  • 14 criminalizzano l’identità transgender.

Accanto a questo irrigidimento normativo, si registra anche un aumento dei procedimenti giudiziari avviati contro persone che vivono con l’HIV accusate di non aver informato il partner del proprio stato sierologico. Queste norme, spesso prive di fondamento scientifico, ignorano l’evidenza ‘Non Rilevabile, Non Trasmissibile. Norme discriminatorie che alimentano stigma e paura e ostacolano l’accesso al test, alle cure e alla prevenzione.

La nuova Strategia Globale 2026–2031: obiettivi ambiziosi, risorse insufficienti

La Global AIDS Strategy 2026–2031 punta a eliminare l’HIV come minaccia per la salute pubblica entro il 2030, mettendo al centro leadership delle Comunità, innovazione tecnologica e integrazione dei servizi sanitari. Per realizzarla servono 21,9 miliardi di dollari l’anno, cifra oggi lontana da quanto disponibile. Il mancato raggiungimento degli obiettivi potrebbe tradursi in 3,3 milioni di nuove infezioni aggiuntive tra il 2025 e il 2030.

Un appello urgente: senza fondi e diritti non c’è futuro nella lotta all’HIV

La risposta globale rischia di regredire se l’impegno politico, finanziario e sociale non viene rinnovato e i diritti umani non sono pienamente tutelati. Gli Stati membri devono deve colmare rapidamente il divario finanziario, rafforzare il ruolo delle Comunità, delle ONG e invertire la tendenza alle politiche punitive. Solo così si potranno preservare i progressi degli ultimi vent’anni e riportare il mondo sulla strada dell’eliminazione dell’AIDS come minaccia sanitaria entro il 2030.