Tempo di lettura: 3 minuti

La dinamica è sempre la stessa. Monotona, ma soprattutto, dannosa per le libertà civili e per la convivenza. Ogni volta che chi detiene le leve del potere avverte puzza di bruciato, ovvero la perdita di consenso, si inventa una crociata contro individui, gruppi sociali e stili di vita giudicati come pericolosi. Attorno ai quali costruisce una politica proibizionista, con la quale cerca di riguadagnare il consenso perduto. Di solito, la crociata, attinge al vasto bacino dei pregiudizi e degli stereotipi, per alimentarsi di interpretazioni della realità che non hanno alcuna aderenza con i processi sociali in atto.

Fu questo il caso della crociata anti-droghe, che l’allora inquilino della Casa Bianca lanciò quando divenne sempre più evidente che la guerra del Vietnam era un vero e proprio pantano, e le proteste dei movimenti giovanili, che propugnavano uno stile di vita libertario, guadagnavano consenso. Una quindicina di anni dopo, Ronald Reagan, in calo di consensi dopo lo scandalo Irangate, cercò di riprendersi lanciando la doppia crociata contro il fumo e il consumo di sostanze. Quest’ultima campagna, venne importata in Italia da Bettino Craxi, smanioso di riacquistare visibilità politica e di recuperare consenso contro il crescente malessere del pubblico contro lo strapotere del cosiddetto CAF, ovvero il direttorio Craxi-Andreotti-Forlani.

Su questa falsariga, l’ormai ex-primo ministro inglese Keir Starmer (su questo punto ci torneremo dopo), lo scorso 8 giugno, ha lanciato la crociata contro l’uso dei cellulari e dei social da parte dei minori, imponendo restrizioni alle Big Tech e sostenendo la necessità di fissare una soglia minima di età per il possesso del cellulare. Starmer, insidiato a destra da Nigel Farage e all’interno del suo partito da Andy Burnham, ha fatto leva sulla presunta infelicità che i social provocherebbero nei più giovani, in particolare relativamente alla sessualità, con lo scambio frequente di contenuti sessuali.

Che affermazioni e proposte del genere possano provenire da un esponente che si definisce di sinistra, o, quantomeno progressista, suscita una reazione mista di tristezza e ilarità. Sembra che siano ritornati gli anni cinquanta, quando il rock era considerata la musica del diavolo e i rapporti prematrimoniali, in particolare quelli delle donne, erano letti come sintomo di una perdizione prossima.

Se da un lato nessuno nega la necessità di un approccio pedagogico all’uso dei social media, dall’altro lato bisognerebbe più che altro interrogarsi sui motivi che spingono le giovani generazioni a rifugiarsi sempre di più nella sfera virtuale. Verosimilmente, si scoprirebbe che si tratta di un fenomeno dovuto, più che ai social, alla crescente individualizzazione, alla trasformazione delle città in agglomerati amorfi e anonimi, alla paura che pervade la società contemporanea. Che scoraggia ogni tipo di socialità spontanea e informale, dando sempre più peso a quella mediata da regole e costi. Sin da bambini, per esempio, si impara che alle feste ci deve essere l’animatore, limitando così la creatività e la spontaneità. Crescendo, poi, si va nella valorizzazione del look e nella socialità funzionale, come quella degli aperitivi, o, nel caso inglese, dei pub. Trasformazioni che non sono certo attribuibili ai media.

In secondo luogo, relativamente alla sessualità, sarebbe da prendere in considerazione un fatto molto semplice: i messaggi e i contenuti di tipo erotico, implicito ed esplicito, vengono veicolati continuamente dagli altri media, o dai cartelloni pubblicitari, oltre ad essere vissuti nella quotidianità. Limitare l’uso dei social per ragioni di pudore rappresenterebbe un palliativo assolutamente inefficace.

Soprattutto, quello che ci interessa sottolineare, è quello degli effetti di qualsiasi politica proibizionista. Proibire le sostanze ha storicamente innescato la formazione e lo sviluppo di un mercato clandestino. Nel caso della sessualità, la nostra generazione aggirava i divieti familistico-religioso ricorrendo clandestinamente alla stampa pornografica e passandosela di mano in mano.

Nel caso dei social, i giovani, molto più nativi digitali dei boomers, non ci metterebbero molto a trovare uno di loro bravo nell’hackeraggio e in grado di aggirare i divieti. Una misura di questo tipo verrebbe aggirata un secondo dopo che è stata approvata. In tempo reale. Come si reagisce contro i giovani che violerebbero le regole? L’area della penalità è stata ampliata a dismisura in questi anni. La colonizzazione di un’altra sfera della socialità da parte dell’apparato repressivo è l’ultima cosa di cui si ha bisogno.

Consola il fatto che Starmer, come Nixon e come Craxi, alla fine sia stato costretto a fare un passo indietro. Il proibizionismo, per chi lo vuole mettere in atto, è una buccia di banana piuttosto scivolosa. Speriamo lo continui ad essere.

[Foto di Kirsty O’Connor/ No 10 Downing Street]