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Le città possono diventare il luogo nel quale sperimentare politiche sulle droghe più efficaci, pragmatiche e rispettose dei diritti. È questo il messaggio rivolto alle municipalità che aderiscono a ELIDE, la Rete degli enti locali per una politica innovativa sulle droghe, in occasione della giornata del 26 giugno.

Le organizzazioni e le reti della società civile che sostengono ELIDE propongono alle amministrazioni locali un’agenda dedicata soprattutto alle giovani generazioni: alla promozione della loro salute e sicurezza, alla limitazione dei rischi legati alla sperimentazione e all’uso di sostanze e alla costruzione di politiche capaci di ascoltare, anziché punire.

Il primo terreno di intervento è quello dell’educazione. Alle campagne fondate sulla paura, sull’astinenza come unico obiettivo e sull’idea che le persone siano inevitabilmente impotenti di fronte alle droghe, la lettera contrappone una drug education basata sulla realtà. Informazioni corrette, capacità di scelta, consapevolezza dei rischi e strumenti per tutelare la propria salute devono entrare nei progetti comunali, nell’educativa di strada e nelle scuole.

Un secondo ambito riguarda i contesti del divertimento e della vita notturna. Gli interventi di limitazione dei rischi e riduzione del danno non possono più essere affidati a progetti episodici e precari. Devono diventare servizi stabili, presenti nei luoghi dell’aggregazione, dello spettacolo e del divertimento, con spazi di decompressione, chill out, servizi di prossimità e accesso continuativo al drug checking.

Per governare la notte non servono soltanto ordinanze e divieti. Servono sedi permanenti di confronto tra amministrazioni, servizi, organizzatori, operatori, realtà sociali e persone che frequentano quei contesti: consulte, consigli della notte o figure capaci di coordinare politiche urbane inclusive e partecipate.

La lettera critica apertamente il ricorso ai DASPO urbani e alle cosiddette zone rosse. Misure che colpiscono soprattutto le persone giovani, limitano la libertà di circolazione e allontanano dai luoghi pubblici proprio chi avrebbe maggiore bisogno di essere raggiunto dai servizi. La sicurezza non può essere costruita attraverso l’espulsione e l’invisibilizzazione, ma attraverso la mediazione sociale, la presenza educativa e la cura delle relazioni.

Alle città viene inoltre chiesto di mettere a disposizione spazi per l’aggregazione giovanile autonoma. La criminalizzazione degli eventi informali introdotta dal cosiddetto decreto rave ha ristretto ulteriormente gli spazi culturali indipendenti e non commerciali, spingendo molte esperienze verso la clandestinità. Rendere disponibili luoghi accessibili e non criminalizzati significa invece creare condizioni più sicure, nelle quali possano svilupparsi pratiche di autoregolazione, supporto tra pari e riduzione dei rischi.

Nessuna politica rivolta alle giovani generazioni può infine essere costruita senza la loro partecipazione. Per questo si chiede alle amministrazioni di coinvolgere stabilmente ragazze e ragazzi, comprese le persone che usano sostanze, nei processi decisionali che riguardano la loro salute, le loro libertà e le loro culture.

La lettera pone anche due questioni politiche di portata nazionale. La prima è il superamento dell’articolo 75 del Testo unico sulle droghe e delle sanzioni amministrative per il possesso destinato all’uso personale. Sanzioni che colpiscono soprattutto giovani e minorenni, in particolare per la cannabis, senza dimostrare efficacia nel contenere i consumi e producendo invece percorsi di stigmatizzazione, istituzionalizzazione e patologizzazione.

La seconda riguarda la regolazione legale della cannabis. Seguendo il confronto già aperto in numerose città europee, le amministrazioni italiane possono promuovere un dibattito pubblico fondato sui dati e sulle evidenze, capace di valutare la regolazione come strumento per ridurre i danni della criminalizzazione e rendere più sicuri e controllabili i consumi.

Mentre il governo nazionale continua a proporre tolleranza zero, campagne moralistiche e nuove misure punitive, le città possono imboccare un’altra strada. Quella della conoscenza, della prossimità, della partecipazione e del governo sociale dei fenomeni. Una politica sulle droghe che non abbandoni i giovani alla repressione, ma riconosca le loro competenze e il loro diritto alla salute.

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