C’è un paradosso che attraversa l’Europa: le nuove generazioni chiedono un cambiamento profondo dei modelli economici e sociali, ma allo stesso tempo si muovono dentro un clima che rende più facile il ritorno di pulsioni regressive, nostalgiche, talvolta apertamente ostili allo spazio democratico. È uno dei messaggi più netti che emergono dalla seconda edizione dell’Allianz Foundation Next Generations Study, una ricerca su oltre 8.500 persone tra 16 e 39 anni in Francia, Germania, Italia, Polonia e Spagna.
Il dato europeo che colpisce di più riguarda la direzione di marcia: il 65% dei giovani intervistati dichiara di volere una società “oltre” la crescita economica tradizionale, dove contino di più sostenibilità ambientale, diritti, partecipazione democratica e qualità della vita, anche accettando compromessi su consumi e “velocità” dello sviluppo. Ma a questa domanda di futuro si accompagna una faglia inquietante: oltre un quarto mostra aperture verso visioni politiche nostalgiche e regressive, capaci di mettere sotto pressione principi come non violenza, pluralismo e Stato di diritto.
Dentro questo quadro, CILD segnala un elemento che riguarda da vicino anche il contesto italiano: la distanza tra giovani e istituzioni non coincide affatto con un ritiro dalla vita pubblica. Anzi. Secondo lo studio, in Italia i giovani sono quelli che più spesso si sentono politicamente marginalizzati (53%), ma sono anche i meno inclini alla nostalgia regressiva (17%) e quelli con il più basso sostegno a tattiche radicali o violente (5%).
L’altra faccia del dato sulla “marginalizzazione” è la crescita dell’impegno civico. Quasi un giovane su due (47%) dichiara di aver già partecipato ad azioni collettive, con un aumento marcato rispetto al 2023; la partecipazione a proteste di piazza sale dal 26% al 43%. Restano molto diffuse anche forme “classiche” di partecipazione: voto (77%), firme a petizioni (64%), iniziative civiche (36%). A mobilitare di più sono diritti umani, clima e ambiente, istruzione, diritti civili e contrasto alle discriminazioni: un’agenda che parla di giustizia sociale e, di nuovo, di Stato di diritto.
Per leggere la tensione tra domanda di cambiamento e rischio regressivo, lo studio introduce un nuovo strumento, il Backlash Barometer, pensato per misurare sentimenti di esclusione politica, nostalgia, valori discriminatori e apertura a pratiche “straordinarie” (come violenza o illegalità). A livello europeo, l’11% considera legittime forme di violenza politica e il 25% accetta almeno alcune pratiche tipiche dei movimenti di backlash: numeri che, da soli, basterebbero a imporre una domanda scomoda su quanto siano solide, oggi, le nostre immunità democratiche.
La fotografia italiana, pur meno esposta al “fascino” regressivo rispetto ad altri Paesi, non autorizza nessuna autoassoluzione: sentirsi esclusi dalla politica mentre si partecipa di più significa che la partecipazione sta cercando strade alternative, spesso fuori dai canali istituzionali, e che quei canali non sono percepiti come accessibili, permeabili, credibili. È qui che la riflessione diventa politica nel senso pieno: se la democrazia vuole reggere l’urto del backlash, non può limitarsi a invocare “moderazione” o a chiedere fiducia; deve invece aprire spazi reali di cittadinanza e di decisione, riconoscendo le nuove generazioni come soggetti politici a pieno titolo, non come destinatari di politiche calate dall’alto.
Non a caso, Laura Liberto, commentando i risultati, insiste proprio su questo: investire su diritti, partecipazione e accesso alla cittadinanza democratica è la risposta più efficace al rischio di derive regressive. Una frase che suona come una consegna: non basta applaudire i giovani “quando scendono in piazza”, occorre fare in modo che quella piazza possa entrare nelle scelte pubbliche senza essere addomesticata o respinta.
