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C’è una frase che rappresenta oggi il sistema della giustizia minorile: “Io non ti credo più”. È il sentimento che Antigone raccoglie tra i ragazzi e le ragazze che incrociano oggi il circuito penale: sfiducia negli adulti, nelle istituzioni, nella promessa – un tempo centrale – che l’errore non fosse una condanna a vita ma l’inizio di un percorso di recupero. Quello che sta cambiando, sostiene l’associazione nel suo Ottavo Rapporto sulla Giustizia minorile, non è “la natura” dei minori: è la scelta politica di trattarli sempre più come un problema di ordine pubblico.

Il punto di partenza dovrebbe essere banale: prima di invocare strette repressive bisogna dimostrare che esista l’emergenza. E invece la narrazione pubblica procede al contrario: si costruisce l’allarme e poi si adegua la legge. Antigone smonta un caso emblematico, arrivato perfino dal Ministero dell’Interno: il presunto aumento “quasi triplicato” dei minorenni autori di omicidio, raccontato a colpi di percentuali e poi rientrato quando si passa ai numeri (bassi e oscillanti) e quando emerge perfino un errore nel dato di riferimento. Le segnalazioni restano sostanzialmente stabili: 27 nel 2022, 25 nel 2023, 26 nel 2024; e negli anni 2014-2017 erano mediamente più alte. Molto rumore, pochissimi fatti. 

Anche guardando agli indicatori comparati europei, l’Italia non appare affatto come un paese travolto da un’ondata di devianza minorile: nel 2023 il tasso di minorenni denunciati per 100mila abitanti è circa la metà della media europea (363,4 contro 647,9).  E dentro i dati nazionali, il quadro è più complesso – e meno “da talk show” – di come viene venduto: le segnalazioni hanno avuto negli anni un andamento oscillante, con un forte calo fino al 2020 e poi una risalita recente. Nel 2024 le segnalazioni all’autorità giudiziaria aumentano del 16,7%, ma le prese in carico da parte dei servizi crescono appena del 2,4%: uno scarto che suggerisce una possibilità concreta, spesso rimossa nel dibattito, e cioè che stia aumentando soprattutto la propensione a denunciare e a innescare il circuito penale, più che i reati in sé. 

Qui entra in scena la vera svolta: il Decreto Caivano (settembre 2023). Per Antigone è la più grande torsione repressiva sulla giustizia minorile dai tempi del processo minorile del 1988, e produce un effetto storico: per la prima volta gli IPM conoscono il sovraffollamento. Non perché “i ragazzi sono diventati più cattivi”, ma perché è esplosa la risposta penale. Tra 2023 e 2024 la presenza media giornaliera negli IPM cresce del 30,9%; a fine 2025 i presenti sono 572 (con 344 tra 14 e 17 anni). E soprattutto: quasi due terzi dei detenuti sono “presunti innocenti” in custodia cautelare (64,9%); tra i soli minorenni la custodia cautelare arriva all’83,1%. La misura più afflittiva torna a essere usata come scorciatoia, non come extrema ratio. 

La criminalizzazione, però, non è solo carcere. È anche lo slittamento culturale che trasforma fragilità sociali in colpe individuali. Antigone ricorda che “le voci vere del disagio minorile” sono altre: la povertà assoluta, che nel 2024 riguarda 1,28 milioni di minori (13,8%); il raddoppio dell’uso di psicofarmaci in età pediatrica tra 2016 e 2024; il progressivo impoverimento dei sistemi di accoglienza e integrazione.  In particolare, la riduzione dei fondi e dei posti per i minori stranieri non accompagnati (MSNA) crea un circuito perverso: meno protezione significa più strada, più invisibilità, più esposizione allo sfruttamento e – alla fine – più ingressi nel penale. Non è un destino “naturale”: è un esito di policy. 

Eppure il discorso pubblico insiste nel cucire addosso ai minori stranieri il ruolo di minaccia, mescolando “baby gang”, immigrazione e reati gravi. Anche qui i numeri raccontano altro: tra i ragazzi entrati in IPM nel 2025, per violenza sessuale e stalking gli autori sono prevalentemente italiani (63%); per omicidio la quota italiana arriva all’86%. Al contrario, molti ragazzi stranieri finiscono in IPM per reati meno gravi, soprattutto contro il patrimonio: segno, ancora una volta, di un sistema che seleziona sulla base delle vulnerabilità e dell’assenza di alternative (famiglia, casa, reti, tutela), più che sulla gravità dei comportamenti. 

Il paradosso finale è politico: mentre si gonfia l’allarme e si allarga il perimetro del penale, le risorse complessive per la giustizia minorile diminuiscono e si investe soprattutto in personale di custodia e infrastrutture, non in reinserimento e welfare educativo.  È la fotografia di un paese che confonde la sicurezza con la punizione. E che, nel farlo, perde il senso stesso della giustizia minorile: non proteggere la società “contro” i ragazzi, ma proteggere la società “con” i ragazzi, evitando che l’adolescenza diventi una porta girevole tra strada, stigma e cella.

Se davvero vogliamo ridurre i reati e aumentare la sicurezza, la strada è opposta a quella imboccata: meno retorica, più dati; meno decreti simbolici, più servizi; meno custodia cautelare, più percorsi individualizzati, scuola, formazione, giustizia riparativa e accoglienza. Altrimenti, l’unica crescita che vedremo sarà quella della criminalizzazione. E quel “Io non ti credo più” diventerà una condanna collettiva: non dei ragazzi, ma degli adulti. Il rapporto di Antigone è navigabile qui.