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A poche ore dall’apertura dei seggi in Veneto, Campania e Puglia, la rete delle associazioni che dal 6 all’8 novembre ha autoconvocato a Roma la Contro-conferenza nazionale “Sulle droghe abbiamo un piano” chiama in causa direttamente le Regioni. Non con un generico richiamo alla sensibilità sul tema, ma con un elenco preciso di impegni che vengono proposti a tutte le liste come banco di prova della volontà di uscire dalla logica della guerra alla droga.

Le Regioni sono infatti il livello istituzionale a cui competono la programmazione sanitaria, l’attuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza, la definizione di indirizzi e priorità per i servizi, la relazione con il Terzo settore. È qui che si decide se le politiche sulle droghe restano imprigionate nei dispositivi repressivi e moralistici, oppure se vengono ricondotte nell’alveo della salute pubblica, dei diritti e della riduzione del danno.

Il primo punto dell’appello entra subito nel cuore del problema: il rapporto tra risorse spese per la “riduzione dell’offerta” e investimenti sulla riduzione del danno e dei rischi. La rete chiede alle liste un impegno chiaro a prevedere uno storno di almeno il dieci per cento di quanto oggi destinato alla sola repressione, per potenziare interventi e servizi di harm reduction. Non si tratta di aggiungere qualche progetto marginale, ma di riequilibrare la spesa pubblica in coerenza con ciò che le evidenze scientifiche e le raccomandazioni internazionali indicano da anni.

Questo porta direttamente al secondo asse dell’appello: l’attuazione piena dei LEA per la riduzione del danno. Le associazioni chiedono che nei Livelli Essenziali di Assistenza regionali siano incluse tutte le misure di RdD e LdR validate a livello europeo e internazionale, “a partire da stanze del consumo e drug checking”. Non basta che questi interventi siano astrattamente riconosciuti: vanno inseriti nei pacchetti di prestazioni garantite, programmati e finanziati. Per questo l’appello chiede alle Regioni di promuovere delibere specifiche per dare attuazione ai LEA e di farsi parte attiva in Conferenza Stato–Regioni per arrivare a un Accordo che vincoli il livello nazionale.

Un capitolo centrale riguarda poi le politiche verso le persone più giovani. La rete della Contro-conferenza denuncia il fallimento degli approcci di “tolleranza zero”, che hanno prodotto stigmatizzazione, percorsi penali precoci e nessuna reale protezione della salute. Alle liste che si presentano in Veneto, Campania e Puglia viene chiesto di assumere un impegno opposto: costruire un piano straordinario per la salute e la sicurezza dei giovani, fondato su un’educazione laica e non moralistica sulle droghe, sulla messa in sicurezza dei contesti d’uso attraverso interventi mirati di riduzione del danno e dei rischi, su servizi accessibili e non giudicanti. In altre parole, smettere di usare i corpi dei ragazzi e delle ragazze come terreno di sperimentazione di campagne securitarie e tornare a occuparsi di prevenzione, cura, relazione.

L’appello mette in discussione anche l’uso delle droghe come criterio implicito di esclusione dai diritti sociali. Le associazioni chiedono alle Regioni di ridefinire l’accesso ai servizi sociali, abitativi e di inserimento lavorativo superando gli attuali meccanismi di selettività e “meritevolezza” basati sui comportamenti, a cominciare dall’uso di sostanze. L’idea che chi usa droghe debba dimostrare di essere “a posto” per meritare casa, lavoro, sostegno sociale è la fotografia di un sistema che produce volontariamente esclusione e cronicità. Separare le politiche sociali dalla logica ricattatoria dell’astinenza è uno dei tasselli della strategia di regolazione sociale alternativa al penale e al patologico evocata dalla Contro-conferenza.

Un altro fronte su cui le Regioni possono incidere è quello delle terapie a base di piante, sostanze e molecole inserite nelle tabelle nazionali e internazionali. L’appello chiede di semplificare la burocrazia e di garantire una corretta informazione sull’uso palliativo, compassionevole e innovativo di molecole psicoattive, a partire dalla cannabis terapeutica ma non solo. In troppe realtà l’accesso dei pazienti a queste terapie è ostacolato da prassi restrittive e da inerzie amministrative, che finiscono per negare diritti già formalmente riconosciuti.

Sul piano più generale dell’architettura dei servizi, la rete delle associazioni propone alle Regioni di promuovere un Nuovo Accordo Stato–Regioni per la “Riorganizzazione del sistema dei servizi per la tutela della salute delle persone che usano droghe”, dentro una strategia esplicitamente centrata sulla regolazione sociale del fenomeno, alternativa al modello repressivo e stigmatizzante, penale e patologico. Non una riforma cosmetica, dunque, ma una ridefinizione di obiettivi, strumenti, metriche di valutazione. In questo quadro, le delibere regionali possono svolgere un ruolo anticipatore, costruendo dal basso il consenso politico e tecnico per superare l’attuale impianto.

L’appello insiste anche sulla gestione integrata con il Terzo settore e la cooperazione sociale, rivendicando per questi soggetti una funzione pubblica integrativa e non sostitutiva. Le Regioni vengono chiamate a riconoscere questo ruolo attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione, ma anche garantendo condizioni di lavoro dignitose: retribuzioni adeguate e stabili per le persone che operano nel sistema dei servizi, in attuazione del Codice del Terzo Settore. Senza questo riconoscimento, il sistema rischia di reggersi su lavoro povero e precarizzato, con conseguenze immediate sulla qualità degli interventi.

Infine, l’appello chiede di promuovere ricerche qualitative come strumento di conoscenza dei fenomeni legati all’uso di droghe e ai loro mutamenti. Troppo spesso le politiche regionali si basano su dati parziali, vecchi, o su percezioni mediate da allarmi mediatici. Indagini qualitative sui contesti, sui consumi, sulle traiettorie delle persone che usano sostanze sono invece indispensabili per orientare la programmazione, valutare gli effetti delle scelte, evitare l’ennesima stagione di interventi emergenziali e inefficaci.

Con questo appello, la rete che ha dato vita alla Contro-conferenza “Sulle droghe abbiamo un piano” – A Buon Diritto, ARCI, Antigone, Associazione Luca Coscioni, CGIL, CNCA, Comunità di San Benedetto al Porto, Forum Droghe, Gruppo Abele, ItaNPUD, ITARDD, L’Altro Diritto, La Società della Ragione, L’Isola di Arran, LILA, Meglio Legale e Tutela Pazienti Cannabis Medica – prova a spostare il baricentro della discussione: non più solo “sicurezza” contro “degrado”, ma responsabilità concreta delle Regioni su salute, diritti, servizi, ricerca.

In Veneto, Campania e Puglia, le liste che chiedono il voto non potranno dire di non sapere. La domanda, da qui in avanti, sarà semplice: siete disposte e disposti a prendere impegni chiari su questi punti, a spostare risorse, a attuare davvero i LEA di riduzione del danno, a misurare le politiche sulle droghe in termini di diritti e salute e non di slogan repressivi?

È anche su questo terreno che si misurerà la credibilità delle prossime amministrazioni regionali.

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    Aggiunto in data: 19 Novembre 2025 10:38 Dimensione del file: 83 KB Download: 49