Articolo di Leonardo Fiorentini pubblicato su l’Unità del 26 giugno 2025.
È stata trasmessa nei giorni scorsi dal Governo alle Camere la Relazione annuale sulle droghe. Il documento, curato dal Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dovrebbe fornire una fotografia aggiornata del fenomeno delle dipendenze e dell’intervento pubblico nel nostro Paese.
A colpire, ancora una volta, è il tono e l’impostazione della prefazione del Sottosegretario Alfredo Mantovano, che rappresenta a tutti gli effetti l’indirizzo politico del Governo sul tema, anche in vista della Conferenza sulle droghe di novembre. Una lettura che, pur rivendicando qualche intervento in più sul fronte dei servizi, conferma l’impostazione repressiva e moralizzatrice che caratterizza l’attuale maggioranza.
Mantovano celebra l’azione delle forze di polizia e della magistratura contro il narcotraffico, segnalando un’“intensificazione del lavoro” che però – sottolinea – non ha comportato modifiche legislative. Omette così furbescamente di ricordare che il decreto Caivano, che aumentato le pene per i fatti di lieve entità per droghe, ha dispiegato i suoi effetti nell’intero 2024. Si conferma così l’approccio del Governo che insiste su un modello basato sul diritto penale e sull’intervento repressivo, evitando di mettere in discussione una normativa – il Testo unico del ’90 – che da decenni produce più danni che benefici, come documentato dalla sedicesima edizione del Libro Bianco sulle droghe, che proprio oggi viene presentato alla Camera.
A trentacinque anni dall’entrata in vigore del Testo Unico sulle droghe, i numeri non lasciano spazio a interpretazioni: l’impianto repressivo disegnato dalla legge Jervolino-Vassalli non solo è ancora pienamente operativo, ma continua a produrre effetti devastanti tanto in termini sociali quanto penali. La fotografia scattata dall’edizione 2025 del Libro Bianco conferma – nei dati assoluti come nelle tendenze – quanto già denunciato nelle quindici edizioni precedenti: siamo di fronte a un fallimento annunciato, sistemico, strutturale.
L’articolo 73, lo spaccio e lo spaccio di lieve entità in particolare, resta una macchina implacabile di ingresso nel sistema giudiziario e carcerario italiano. Porta in carcere oltre un terzo dei detenuti: così i numeri del sovraffollamento sono tali da evocare lo spettro della condanna per trattamenti inumani e degradanti, inflitta all’Italia nel 2012 dalla CEDU. Non è un caso. Come ripetiamo da anni, il nodo della questione è politico prima ancora che giuridico: il grosso della repressione penale passa dalle politiche sulle droghe, e senza un cambio di paradigma su questo fronte, ogni discorso sulla decarcerizzazione resta vuoto.
Le simulazioni si confermano anno dopo anno: senza i detenuti per l’art. 73 o quelli dichiarati tossicodipendenti, il problema del sovraffollamento semplicemente non esisterebbe. È tempo di ammettere che questi non sono più “effetti collaterali” della normativa antidroga. Dopo 35 anni di applicazione, vanno letti per ciò che sono: effetti voluti, strumenti di controllo sociale, esiti di una precisa scelta politica. E come tali, vanno denunciati e contrastati.
Il sottosegretario Mantovano rivendica un’azione potenziata nella prevenzione, in particolare nelle scuole, dove – si legge nella relazione del governo – aumentano le “iniziative di informazione sui danni delle droghe”. Sottolinea il coinvolgimento delle forze di polizia, addirittura “fin dalla scuola primaria” con concorsi a tema. Un’impostazione che trasforma la scuola in strumento di propaganda, più che in luogo di educazione critica e informata. Invece di promuovere politiche evidence-based e laica informazione, si ripropone un modello paternalistico e stigmatizzante, che ha dimostrato negli anni tutta la sua inefficacia.
Il plenipotenziario di Meloni si attribuisce così anche il merito del calo dei consumi di sostanze fra gli adolescenti (dati ESPAD 2024). Peccato che i dati rimangono nell’intervallo statistico almeno ventennale e sono compatibili con quelli presentati nella relazione dello scorso anno, che all’inverso aveva giustificato l’allarme di Mantovano. Come non c’era allarme l’anno scorso, e l’aumento era relativo agli anni del COVID, non c’è da attribuirsi meriti oggi quando i dati sono leggermente in diminuzione.
Conferma così che le droghe sono un eccezionale strumento per la narrazione securitaria, che rischia di offuscare le reali priorità sanitarie e sociali. Basta vedere quanto spazio è dedicato dal Governo al fentanyl, oggetto di un Piano nazionale varato nel marzo 2024. Si insiste sulla costruzione del pericolo imminente e si rivendica l’attenzione internazionale al modello italiano. Per fortuna l’evidenza epidemiologica non giustifica allarmismi: se è giusto monitorare e prevenire l’eventuale diffusione di oppioidi sintetici, occorrerebbe uscire da una logica emergenziale e frammentaria. I Livelli Essenziali di Assistenza della Riduzione del Danno (RdD) rimangono lettera morta, mentre, accecati dall’ideologia, manca una visione sistemica che possa davvero garantire diritti e percorsi efficaci di cura e riduzione dei rischi e dei danni.
Leggere insieme Libro Bianco e Relazione del Governo è un buon esercizio di conoscenza, che conferma la necessità urgente di un cambio di paradigma. Serve una legge che superi definitivamente l’approccio proibizionista, fatto di stigma, marginalità e repressione. Serve investire nella riduzione del danno e sui diritti delle persone che usano droghe, restituendo ai servizi pubblici e del privato sociale dignità, risorse e autonomia professionale.
Il Libro Bianco è promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA con l’adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica CGIL, Gruppo Abele, ITARDD, ITANPUD, Meglio Legale, EUMANS e ICARO Volontariato Giustizia ODV. Il rapporto è scaricabile gratuitamente da fuoriluogo.it/librobianco.
I DATI DEL LIBRO BIANCO: OPERAZIONE VERITÀ
Aumentano ancora gli ingressi in carcere per droghe. Oggi alla Camera la presentazione del report
Sempre più detenuti, sempre più “tossicodipendenti”.
Salgono del +4,9% nel 2024 gli ingressi in carcere per droghe: un quarto (25,8%) sono causati dall’art. 73 del Testo unico, detenzione a fini di spaccio. Dei 61.861 detenuti in carcere al 31.12.2024, 13.354 lo erano a causa del solo art. 73. Altri 6.732 insieme con l’art. 74 (associazione finalizzata al traffico di droga), solo 997 esclusivamente per l’art. 74. Sommati rappresentano il 34,1% del totale: sostanzialmente il doppio delle media europea (18%) e molto di più di quella mondiale (22%).
Non ci sono mai stati in carcere così tanti detenuti definiti “tossicodipendenti”: vengono dichiarati tali il 38,8% di coloro che vi entrano, mentre a fine 2024 erano presenti 19.755 detenuti “certificati”, il 31,9% del totale.
Il peso sulla giustizia
Sono quasi 210.000 i processi in corso per droghe al 31.12.2024. Anche se in calo per il quarto anno consecutivo, le persone con procedimenti penali pendenti per spaccio erano 162.828 (-4,4%), mentre aumentano quelle con procedimenti ex art. 74, 46.972 (+3,3%). La guerra alla droga è centrata sui pesci piccoli, la netta sproporzione tra persone con procedimenti pendenti ex art. 73 (80,1%) ed ex art. 74 (19,9%), lo testimonia. Gli stessi imputati e condannati ex articolo 74 del resto sono spesso ben lontani dal rappresentare il vertice della piramide criminale che gestisce il traffico nazionale e internazionale di stupefacenti.
Aumenta la sfera penale
Che siano alternative al carcere o messa alla prova, la perenne crescita di queste misure amplia l’area del controllo piuttosto che limitare quello coattivo-penitenziario. Al 31.12.2024 erano infatti in carico per misure alternative e sanzioni di comunità 93.475 soggetti, quasi 10.000 in più rispetto al 2023 (+11,6%). Sommando il carcere si supera quota 150.000 persone sotto provvedimenti penali.
Dal 1990 1,5 milioni di persone segnalate per uso di droghe
Nel 2024 sono al momento registrate 36.960 segnalazioni per mero consumo di stupefacenti (art. 75). Di queste circa il 38% finisce con una sanzione amministrativa (12.353), le più comuni la sospensione della patente (o il divieto di conseguirla) e del passaporto, anche in assenza di un qualsiasi comportamento pericoloso messo in atto dalla persona sanzionata. La repressione continua ad abbattersi sui minori: 3.722 adolescenti entrano così in un percorso sanzionatorio stigmatizzante, alla fine dei conti de socializzante e controproducente. La quasi totalità di questi (97,7%) è segnalato per cannabis. Risulta irrilevante la vocazione “terapeutica” della segnalazione al Prefetto: solo 410 persone sono state sollecitate a presentare un programma di trattamento socio-sanitario; nel 2007 erano 3.008. Anche gli inviti a presentarsi al SERD continuano a diminuire (3.792). La repressione colpisce principalmente persone che usano cannabis (77,4%), seguono a distanza cocaina (15,8%) ed eroina (2,8%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze. Dal 1990 1.463.442 persone sono state segnalate per possesso di droghe per uso personale, 1.074.754 di queste per derivati della cannabis.
