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Il progetto Women in Transition –WIT è stato realizzato nel 2018 nelle due carceri toscane con sezioni femminili, Sollicciano a Firenze e Don Bosco a Pisa, ispirandosi alla letteratura scientifica dall’ottica della differenza femminile. Il progetto, di ricerca-azione, si è sviluppato in una prima parte di ricerca qualitativa, svolta fra le donne detenute e del personale penitenziario, al fine di indagare la soggettività femminile nel particolare contesto del carcere; e in una fase successiva, in cui sono stati attivati con le detenute “laboratori” pilota, consistiti in gruppi di sostegno, finalizzati all’empowerment individuale e collettivo.
Al centro è lo sguardo delle donne: su di sé, sulle relazioni dentro e fuori il carcere, sulle difficili condizioni di vita nello stato di detenzione. WIT ha dedicato una nuova attenzione agli aspetti di “ordinaria sofferenza” legati alla quotidianità del carcere, cercando di lavorare sui vissuti delle donne detenute per ricostruire il filo dell’identità dentro/fuori il carcere.

Aspetti di contesto nella situazione carceraria

Uno dei primi elementi evidenziati nell’analisi dei bisogni è stato l’atteggiamento disempowering delle partecipanti di pensare a sé in termini di deficit e non di risorse, che nasce da lontano, dalla loro fragilità sociale e che il carcere non può che aver rinforzato. La deprivazione affettiva e relazionale vissuta quotidianamente diventa un ostacolo nel ridefinire progetti di vita e una criticità nei processi di cambiamento.
Le detenute madri, inoltre, vivono la lontananza dai figli come ulteriore fattore di stress, anche perché la tutela del rapporto con loro viene utilizzata come meccanismo premiale, e non come diritto e sostegno nell’acquisizione di un nuovo ruolo genitoriale.
Le reti sociali esterne su cui possono contare sono in genere limitate, non sono state di supporto nella vita prima della detenzione, lo sono ancora meno durante e probabilmente saranno insufficienti anche dopo, al momento dell’uscita dal carcere. Sono reti fragili e confinate spesso alla famiglia, dove le donne hanno vissuto la subalternità sia come genere sia nella possibilità di fare scelte diverse dalla tradizione familistica. Come si osserva giustamente nel progetto, la povertà delle reti sociali di provenienza è un dato difficilmente contestabile e non consiste soltanto nell’incapacità delle donne di vedere altri possibili scenari.
All’interno dell’istituzione penitenziaria il supporto dato dalle altre donne è difficile da attuare, perché il carcere, in assenza di interventi centrati sugli aspetti relazionali, tende ad esasperare le differenze sociali e i conflitti interpersonali e intergenerazionali.
Un’ulteriore area critica riguarda le donne detenute in condizioni di tossicodipendenza. Lo stigma nei loro confronti si traduce non di rado nell’aspettativa della loro irrecuperabilità, una “profezia negativa” che può minare il loro percorso riabilitante.
Dalla variegata combinazione di questi aspetti deriva il disincentivo al cambiamento e l’incapacità delle donne (sicuramente preesistente ma aggravata dal carcere) di pensarsi come portatrici di diritti.

Ha un senso di parlare di empowement in carcere?

La letteratura psicologica sull’empowerment ha messo in luce diversi i critici del concetto, con i quali anche WIT si è dovuto confrontare. In primo luogo il bias psicocentrico (Zani, 2012), il suo essere cioè centrato su caratteristiche individuali o relativo a comunità sufficientemente coese e consapevoli (cosa che non si può dire del carcere). Altro aspetto critico riguarda il senso stesso di poter parlare di empowerment quando il contesto è caratterizzato da marcata marginalità (e il carcere lo è), quando il divario tra il cambiamento auspicato e il cambiamento possibile è molto ampio (e anche questo è tipico della detenzione) e infine quando non è possibile porsi un obiettivo di secondo livello, che non “aggiusti” ma ridefinisca l’intero sistema, liberandosi – in definitiva – della necessità del carcere. Spesso si preferisce parlare di resilienza, intesa come possibilità di evolvere anche in circostanze avverse, pur non precludendosi finalità future di empowerment (Brodsky e Cattaneo, 2013).
La sfida di WIT di puntare sull’empowerment individuale e collettivo è stata quindi di grande portata, sia da un punto di vista teorico-scientifico che trasformativo, in cui tuttavia la differenza di genere da punto di criticità è diventata punto di forza per ridefinire il presente e prefigurare il futuro.

A proposito di obiettivi e di risultati

Diversamente da tanti progetti che elencano o al più descrivono le azioni svolte, in WIT emerge chiaramente la corrispondenza tra obiettivi/analisi dei bisogni/efficacia dei risultati, anche quando questi ultimi si riferiscono ad aspetti intangibili, immateriali e spesso non apprezzabili se non con metodi di ricerca qualitativi e narrativi.
Dalla valutazione di Impatto che è stata svolta (in Report, 2019), riprendiamo alcuni aspetti significativi per una prospettiva non emergenziale sul carcere.
a) La formazione di individui e gruppi empowered. Gli esiti hanno mostrato un aumento di conoscenza, consapevolezza e impegno, attivato attraverso il forte coinvolgimento emotivo e relazionale in primo luogo delle donne detenute, ma anche degli operatori, professionisti, responsabili del sistema penitenziario.
Sono emerse anche proposte per un livello “ottimale” di cambiamento, laddove tuttavia un progetto mostra i suoi limiti “naturali”, poiché ci si sposta su un ambito politico, che un intervento può definire ma non risolvere.
b) Il lavoro di rete e il rafforzamento di nuove e possibili partnership. La valutazione sugli indicatori emersi indica la strada per interventi successivi, suggerendo nuove partnership e nuovi sviluppi.
Per citarne solo i principali, si è verificata l’influenza che avuto WIT sugli attori sociali coinvolti (le donne detenute, ma anche gli operatori/trici del sistema della giustizia) rispetto alle loro scelte di vita e ai progetti di cambiamento; la percezione dei rischi (vecchi e nuovi, di qualsiasi natura) che si possono presentare al termine dell’intervento. Sappiamo quanto il momento finale sia cruciale per la sostenibilità futura delle azioni intraprese. Nel caso della detenzione è particolarmente delicato, perché la realizzazione del cambiamento è messa alla prova dalla “spendibilità” delle nuove competenze acquisite: un rischio oggettivo perché relativo alle opportunità concrete, ma anche soggettivo perché il pensarsi disempowered e prive di diritti funziona come stigma interiorizzato e preclude azioni inclusive. La consapevolezza dei rischi significa perciò dotarsi di strategie individuali e collettive per affrontarli.
E, infine, l’analisi delle risorse disponibili e non identificabili prima del progetto: aver impostato WIT sulle risorse invece che sulle mancanze (come invece avviene di solito per i progetti in carcere) ha permesso di evidenziare l’esistente e l’incrementabile.
In tutti questi indicatori il Progetto ha dimostrato pienamente la propria efficacia.
Un indicatore che ha avuto un esito positivo, ma meno evidente, riguarda la ri-mappatura della comunità (sistema-carcere e comunità circostante) alla fine del processo. Anche in questo caso, un progetto può innescare un’azione innovativa, ma deve trovare la sponda sociale e politica – e non solo psicologica – per produrre esiti maggiori e affrontare il problema su basi radicalmente diverse.
c) Impatto diretto, indiretto e prevedibile di WIT. WIT ha avuto un impatto diretto rilevante sul target delle/dei partecipanti (le donne detenute e coloro che – a vario titolo – se ne occupano), con un aumento di consapevolezza, conoscenze e competenze. Ne ha avuto anche uno indiretto, attraverso la diffusione e disseminazione delle narrative prodotte tra i professionisti del settore e nella collettività più vasta.
Potrà avere anche un impatto di più ampio respiro, attraverso le Linee Guida elaborate, se riuscirà a saldarsi con policies che sostengano istituzionalmente il cambiamento desiderato. E anche questo attiene al nodo politico di una prospettiva diversa sul carcere.

I messaggi-chiave per (provare a) uscire dall’emergenza carcere

Solo per evidenziarne alcuni: il contrasto agli effetti negativi del meccanismo di minorazione-infantilizzazione. Il team di progetto ha già affrontato le implicazioni del problema (Ronconi e Zuffa, 2014; 2020): la riduzione della competenza e, in definitiva, del potere delle donne recluse agisce come un’erosione sistematica della percezione di se stesse come adulte consapevoli e capaci di determinare la propria vita e i propri rapporti. È un “dispositivo”, manifesto o latente, rintracciabile più nel femminile che nel maschile, quasi che la donna possa essere considerata meno rea e meno capace di delinquere (e quindi più re-inseribile) a spese della propria capacità decisionale.
Si sottolinea la necessità di superare le culture “deresponsabilizzanti” del carcere e i modelli correzionali di trattamento, per cui il trattamento non è un diritto ma una “cura” per la persona inadeguata e una “correzione” per i suoi tratti deviati. Effetto iatrogeno di un’azione che finisce comunque per ribadire l’irresponsabilità della persona a cui è diretta.
E infine l’attenzione alle differenze di genere, perché il “carcere delle donne” implica una sostanziale e strutturale disconferma di esse e dei loro bisogni, inclusi quelli di tipo formativo.
L’aver intrapreso un progetto di questo tipo all’interno del carcere, e aver conseguito esiti decisamente positivi, ha dimostrato la fattibilità di interventi empowering, basati sulle risorse anziché sui deficit, anche in una istituzione totale, depersonalizzante e afflittiva.
Pensare in questi termini può permettere di passare da una logica emergenziale a una cultura dei diritti.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. Brodsky, A. E., & Cattaneo, L. B. (2013). A transconceptual model of empowerment and resilience: Divergence, convergence and interactions in kindred community concepts. American journal of community psychology, 52(3-4), 333-346. doi: https://doi.org/10.1007/s10464-013-9599-x
  2. Report (2019). In https://www.societadellaragione.it/progetti/wit-women-in-transition/ [Nel Report è riportato integralmente il Monitoraggio e Valutazione del Progetto WIT, a cura di P. Meringolo e C. Donati, LabCom. Ricerca e Azione per il benessere psicosociale]
  3. Ronconi, S., & Zuffa, G (2020). La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti. Roma: Ediesse.
  4. Ronconi, S., & Zuffa, G. (2014). Recluse: lo sguardo della differenza femminile sul carcere. Roma: Ediesse.
  5. Zani, B. (2012). Psicologia di comunità. Prospettive, idee, metodi. Roma: Carocci.