Gli attuali scenari globali sono i peggiori alleati di quei processi di sviluppo – sociale, politico, scientifico, democratico – che hanno bisogno di tempo, continuità, razionalità, pluralismo per affermarsi e approdare a politiche che migliorino le condizioni degli umani e dei contesti. Procedere per shock, crisi provocate, aggressioni e smantellamento di ogni ordine internazionale è la cifra degli anni che viviamo, a ogni latitudine e in ogni dimensione.
Questo impatta in modo radicale anche sulle politiche, globali e locali, delle droghe.
Negli anni, questo Libro Bianco ha aggiornato e analizzato lo stato di rispetto e violazione dei diritti umani nelle politiche delle droghe, facendone una variabile cruciale di valutazione delle politiche stesse, e, insieme, un terreno di lotta e advocacy su cui orientare l’azione del movimento di riforma. Abbiamo dato conto di come, passo dopo passo, quella che abbiamo definito ‘la lunga marcia dei diritti dentro le politiche globali sulle droghe’[1] abbia conquistato terreno, concorrendo a superare progressivamente quella impermeabilità che vigeva tra assetto e norme internazionali sui diritti umani e Convenzioni internazionali sulle droghe: la parziale chiusura di questa forbice, fortemente raccomandata dalle agenzie ONU che di diritti si occupano, primo tra tutte lo OHCHR – Office of the High Commissioner on Human Rights[2] e cocciutamente perseguita dai movimenti mondiali antiproibizionisti e difensori dei diritti di consumatori e produttori, ha via via introdotto il criterio che nessuna Convenzione sulle droghe possa contraddire la Dichiarazione sui diritti umani e la sua concreta implementazione. Con questo facendosi largo a colpi di risoluzioni e raccomandazioni nell’elaborazione delle politiche globali, per esempio e prima di tutto con la dimostrazione – fatti, dati e report alla mano – di come il sistema di criminalizzazione sia alla base delle più ricorrenti violazioni, in molteplici campi: dal diritto alla salute alla non discriminazione, da quello dei popoli nativi alle loro culture al non essere sottoposti a detenzioni arbitrarie o trattamenti obbligatori, dai diritti di genere a quello alla proporzionalità delle pene. Fino a quello alla vita, in relazione a pena di morte ed esecuzioni extragiudiziali. E con questo, anche, conquistando maggiore diritto di parola per quelle stesse agenzie in ambiti quali le CND, Commission on Narcotic Drugs dell’ONU, appuntamenti viennesi dove annualmente si decidono le politiche delle droghe, in cui i signori del proibizionismo globale, UNODC – UN Office on Drugs and Crime e INCB – International Narcotics Control Board hanno da sempre boicottato l’ingerenza delle altre agenzie ONU, paradossalmente della stessa OMS -Organizzazione Mondiale della Sanità, e che dal 2016 – assemblea UNGASS sulle droghe a New York – hanno dovuto ob torto collo cominciare ad aprire i giochi. Tra il 2016 e il 2025 sono avvenuti cambiamenti interessanti[3]: la adozione della Common Position del 2018, che segna il formale ingresso nel campo delle droghe delle agenzie ONU sui diritti, la risoluzione del 2018 con cui lo Human Right Council ha introdotto il rispetto dei diritti e delle relative Convenzioni come vincolo, la redazione delle Linee guida internazionali sui diritti umani nelle politiche sulle droghe, un elevato numero di risoluzioni da parte di OHCHR, OMS, UNAIDS – Programma Comune sull’AIDS, UNDP- Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, WGAD-Working Group on Arbitrary Detention, lo Special Rapporteur per il diritto alla salute e quello sui Diritti dei Popoli Indigeni. Infine ma non ultimo per il ruolo che gioca, il CESCR – Comitato per i diritti economici, sociali e culturali dell’ONU nel 2022 decide che l’impatto delle politiche sulla droga sui diritti di cui si occupa diventi un suo specifico terreno di osservazione[4]. Un complesso di posizioni e azioni che certo non hanno rivoluzionato il sistema, noto per un proverbiale immobilismo, ma hanno fornito una forte cornice di riferimento, sia legale sia politica, di cui gli stati riformatori e i movimenti possono avvalersi. Tanto che nel 2025 la storica decisione di avviare una fase di valutazione e possibile riforma del sistema attuale delle tre Convezioni approvato alla CND su proposta colombiana[5] ha trovato nei materiali delle agenzie ONU una fonte importante e una sponda per i paesi promotori, e incluso proprio il rispetto dei diritti come criterio base per la valutazione stessa.
La variabile Trump e il disordine letale
Questa lenta avanzata dei diritti tra le maglie del proibizionismo globale si coniuga, dal 2024, con un altro fattore che avrebbe potuto (e in piccola parte ha potuto) aiutare un cambio di passo: la fine di fatto di quel ‘Vienna consensus’ che era alla base della paralisi politica viennese, e l’introduzione delle votazioni a maggioranza sulle risoluzioni alla CND. Così è passata la citazione della Riduzione del danno in una risoluzione formale (grazie agli USA, presidenza Biden, e alla lezione impartita dalla crisi del fentanyl) e, nel 2025, quella della Colombia per il citato studio di valutazione delle tre Convenzioni, votata dalla stragrande maggioranza dei paesi. Quest’ultima nonostante gli USA, presidenza Trump, con alleati solo Russia e Argentina (persino Cina e Iran si sono astenuti!). Nel 2025 dunque, e poi ancora alla CND di marzo 2026, gli USA si trasformano da decennale potente leader della compagine proibizionista a minoranza senza un reale potere di influenzare un sistema formale che, ormai, procede per votazioni.
Questo di più di democrazia interna al sistema CND – che, va detto, abbiamo in tanti a lungo auspicato – è dunque una vittoria per il movimento antiproibizionista? Per gli stati riformatori? L’isolamento USA alla CND è una sconfitta della sua leadership e con essa del braccio duro del proibizionismo?
All’ultima CND, marzo 2026, la delegata USA ha di fatto annunciato la risposta a queste domande[6]: ignorando la posizione ormai minoritaria del suo paese nelle diverse votazioni, con toni e linguaggio trumpiani, ha rivendicato una war on drugs fatta di missili e di uccisioni extragiudiziali nei mari caraibici, il rapimento e l’incarcerazione del presidente Maduro, l’attacco frontale alla Cina, accusata di essere produttrice dei precursori del fentanyl e mandante di quella crisi degli oppioidi sintetici che intanto Trump, con un decreto presidenziale, aveva provveduto a definire ‘armi chimiche contro la sicurezza degli USA’. Ininfluenti alla CND, si sono chiusi nel vicolo cieco di un radicalismo bellico: “Rifiutiamo gli SDG (Obiettivi ONU dell’Agenda 2030) e non li riaffermeremo. La risoluzione non riconosce inoltre la realtà che ci sono solo due generi: maschile e femminile”. Ma anche i termini ‘biodiversità’ e ‘sviluppo sostenibile’ non vanno bene agli USA di Trump.
Tradotto: di questa viennese ‘aula sorda e grigia’ ce ne importa il giusto, la guerra continua, come e anzi più di prima, senza regole e senza lacci a lacciuoli. Le vostre votazioni e le vostre maggioranze non ci interessano.
Così il governo globale delle droghe si inserisce in modo coerente nel nuovo disordine mondiale: la guerra alla droga, pur messa in crisi dal sistema delle convenzioni sui diritti, dagli organismi internazionali, dalle nuove (seppur timide) regole democratiche nelle aule viennesi e dalle evidenze del suo perverso fallimento, fa in realtà non uno ma dieci passi avanti. Deregolata, guerreggiata a colpi di cannone, sottratta al confronto e alla scienza. Indisturbata, come appaiono indisturbate e fuori dall’ordine mondiale fin qui conosciuto tutte le più recenti mosse di attacco, bombardamenti, genocidio, deportazione, neocolonialismo.
Dalla guerra alla droga alla guerra. Un abbraccio mortale
Il sequestro di Maduro, il bombardamento illegale di natanti nei Caraibi con l’uccisione di almeno 175 persone (ma i dati reali non si sanno, i cadaveri sprofondano nelle acque del mare e nessuno li recupera) tra settembre 2025 a marzo 2026 sono l’uso che gli USA fanno della guerra alla droga per la guerra tout court, quella neocoloniale. Il Venezuela fa parte di quel ‘cortile di casa’ che gli USA da due secoli rivendicano come propria area indiscussa d’azione, l’America latina: dalla Dottrina Monroe (‘l’America agli americani’, 1823), al ruolo di ‘polizia internazionale’ (presidente Teddy Roosevelt, 1904) fino all’attuale Dottrina Donroe (dove la D manco a dirlo sta per Donald), che prevede libertà d’azione nel continente latino americano, davvero finalmente eletto a ‘cortile statunitense’, dove le azioni illegali, di aggressione, morte e guerra non sono più solo azioni di ‘polizia internazionale’ ma si fanno questione interna, sicurezza nazionale, protezione dei confini, appropriazione di risorse utili agli USA. Perché un ‘cortile’ è pur sempre parte della casa.
La guerra alla droga e il narcotraffico entrano a gamba tesa in questo scenario, ne sono funzionali, motivazione ideologicamente sostenibile (chi c’è di peggiore e più feroce di un narcotrafficante nell’immaginario globale?), Maduro viene sequestrato, detenuto e processato negli USA perché colluso con i narcotrafficanti venezuelani, se non esso stesso a capo dei cartelli. E war on drugs e war si danno la mano nell’assassinio – il linguaggio internazionale, quello legale, le chiama ‘esecuzioni extragiudiziali’ – di centinaia di persone a bordo delle loro barche, giudicati a insindacabile giudizio del tribunale di Trump come a loro volta trafficanti. Deporre un capo di stato, imporre un cambiamento di governo a un paese indipendente, infiltrare apparati di sicurezza, polizieschi e militari, appropriarsi delle risorse fossili, in sostanza, la Dottrina Donroe, sono ragioni evidenti dell’aggressione, ma hanno bisogno di un appiglio da far giocare sia sul piano della pubblica opinione che su quello straccio di bisogno di legittimazione internazionale che ancora rimane.
C’è da dire che la funzionalità della lotta al narcotraffico ha giocato negli scenari neocoloniali e di aggressione da parte USA verso il ‘cortile di casa’ da molto tempo, in forma di sequestro e incriminazione di capi di stato, sedicenti ‘piani di sviluppo’ e protezione delle democrazie dal narcotraffico, ‘aggiornamento e addestramento’ di eserciti, polizie, servizi segreti. L’elenco è lungo e riguarda tutte le presidenze USA. Solo per cenni:
1890 Manuel Noriega, presidente di Panama, accusato di narcotraffico, Giusta Causa, operazione militare statunitense volta a deporlo, dopo essere stato a lungo amico degli USA e aver poi virato verso il blocco sovietico. In gioco il controllo del canale di Panama. L’invasione con 27 000 militari americani e 300 aerei, porta all’arresto e all’incarcerazione di Noriega
2022 tocca al presidente honduregno Juan Orlando Hernández, estradato negli USA e condannato a 45 anni di carcere da un tribunale di New York per aver facilitato l’ingresso negli USA di circa 400 tonnellate di cocaina. Poi graziato da Trump al suo primo mandato.
Nel 1996 e 1997 e poi nel 1999 con il Plan Colombia, gli USA ampliano la loro influenza politico militare e economica sul paese, proprio in nome della lotta al narcotraffico e al sostegno nella lotta alle formazioni armate delle Farc, a loro volta accusate di finanziarsi con il narcotraffico. Il Plan Colombia, propagandato come diretto a stroncare le narco-colture, il narco-traffico e la narco-guerriglia è in realtà una strategia per rafforzare l’egemonia politico-economica e militare USA. Doveva essere una sorta di Piano Marshall, è stato un programma di intervento militare, con un totale di investimenti fra 7 e 7,5 miliardi di dollari.
2007, è la volta del Messico con il piano Merida, presidenti George W. Bush e Felipe Calderón. Obiettivo dichiarato: ridurre la sempre più rilevante influenza del crimine organizzato in territorio messicano, in realtà è un intervento USA nel sistema militare e di polizia messicani, e un maggiore controllo delle frontiere.
2015, gli USA lanciano una serie di operazioni mirate a detronizzare il presidente boliviano Evo Morales, che nel frattempo conduceva una politica di legalizzazione della foglia di coca.
Un dejà vu, insomma.
Quello che differenzia però la fase attuale e che suona da premonizione verso il futuro che ci attende sono due aspetti: l’accresciuto, generale disordine globale, con la delegittimazione della regolazione legale dei conflitti, delle controversie geopolitiche e financo dei mercati e del commercio, e dunque la rottura di ogni argine alla potenza espressa dagli stati aggressori; e poi, più in specifico, le misure che l’amministrazione Trump ha adottato e sta adottando per dare un quadro organico e coerente all’uso del narcotraffico in termini neocoloniali e bellici, superandone la natura di mero casus belli, per farne un sistema con una sua legittimazione interna.
Ciò che meglio chiarisce in modo fortemente emblematico e concretamente drammatico il ruolo del quadro di disordine mondiale e delegittimazione del sistema di regole condivise sono i morti ammazzati nei Caraibi.
Quella contro le esecuzioni extragiudiziali eseguite in nome della guerra alla droga è una delle più storiche e aspre battaglie dei movimenti contro la war on drugs e per i diritti umani: la più crudele e emblematica è stata la situazione delle Filippine dell’ex presidente Duterte, si stima che la sua polizia e i battaglioni della morte con la sua copertura abbiamo ucciso dal 2016 al 2022 tra le 6mila (stime governative) e le 30mila persone (stime degli osservatori indipendenti), inclusi piccoli spacciatori e consumatori appartenenti alla fasce più povere della popolazione. Per anni i movimenti internazionali hanno lottato perché la mattanza finisse e perché anche le organizzazioni internazionali che si occupano di droghe, come l’UNODC, prendessero posizione e rompessero un silenzio complice. Gli appigli normativi internazionali sono stati importanti in questa difficile lotta, fino all’arresto di Duterte nel 2025 su mandato della Corte penale internazionale (ICC) per crimini contro l’umanità[7]. Un precedente importante, tenendo conto che sono numerosi i paesi del mondo in cui si uccidono per strada consumatori e spacciatori: Nigeria, Brasile, Messico, Bangladesh, Indonesia, Tailandia….[8]
Ebbene, questo strumento e questo quadro normativo sono oggi sottoposti a una erosione senza precedenti: è lo scenario bellico e neocoloniale attuale ad attaccare la Corte Internazionale, a cominciare da USA, Israele e Russia; la ICC è infatti l’unico tribunale penale permanente chiamato a giudicare genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressioni illegali, e interviene quando gli stati si rifiutano di farlo. Da qui nasce la sua importanza e da qui nasce anche la ragione per cui viene attaccata e delegittimata[9]. Se ci sono voluti oltre dieci anni per portare un dittatore decaduto davanti alla ICC, cosa servirà, in questo scenario, per portare la più grande potenza mondiale, gli USA, a rispondere delle esecuzioni nei Caraibi? Le 125 ONG internazionali che hanno lanciato una mobilitazione[10] per dare il loro nome a queste morti – “esecuzioni extragiudiziali in violazione del diritto alla vita sancito dalla Convenzione sui diritti umani”[11] – denunciano come l’amministrazione Trump annunci apertis verbis come questa sia una strategia e non singoli episodi; dunque, queste esecuzioni “non sono che l’inizio” e sono destinate a ripetersi e andare a regime[12].
Del resto, gli USA hanno creato una alleanza, lo Scudo delle Americhe, che riunisce 17 Stati, tra cui Argentina, Costa Rica e Paraguay, proprio per coordinare la pressione militare contro i cartelli, una mossa, secondo le ONG, che “può istituzionalizzare ulteriormente queste uccisioni extragiudiziali”.
La guerra alla droga a sistema dentro la guerra neocoloniale
Una seconda dimensione della politica statunitense è quella che vuole dare una dimensione strategica, di sistema, al narcotraffico come elemento a giustificazione di attacchi e aggressioni in nome della difesa della nazione e dei suoi confini e dell’espansione neocoloniale.
In primo piano, l’uso del neologismo ‘narcoterrorismo’ rafforza il supposto diritto a reagire, difendersi e attaccare, laddove nella lotta al terrorismo le violazioni di una vastissima gamma di diritti sono sempre più tollerate se non legittimate dalle ‘buone ragioni’ di chi queste violazioni pratica. Ma ‘narcoterrorismo’ è una nozione giuridica che non esiste nel diritto internazionale, un concetto indefinito, utilizzato storicamente per giustificare esecuzioni illegali, operazioni militari opache e l’esportazione illegittima della giurisdizione penale statunitense oltreconfine. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla lotta al terrorismo e sui diritti umani, Ben Saul, nel condannare duramente queste esecuzioni e l’arresto di Maduro[13], ha avvertito inequivocabilmente che equiparare il traffico di droga al terrorismo è infondato dal punto di vista normativo ed errato sotto il profilo concettuale, e rischia di minare seriamente il diritto internazionale e la tutela dei diritti umani [14].
In secondo luogo, l’accusa ai leader latino-americani di collusione con il narcotraffico permette di portare sul piano meramente giudiziario un conflitto neocoloniale: si criminalizza per celare gli obiettivi politici e militari di una aggressione illegale. Questo consente anche di accusare, detenere e giudicare questi leader negli USA, secondo le leggi statunitensi, trasformando appunto un dossier politico in un dossier penale, eliminando ogni regola internazionale a favore della legge penale americana, che né i destinatari né il consesso interazionale possono mettere in discussione.
Terzo, a monte, nella politica interna Trump ha messo le basi per la tenuta strategica di questo impianto. Ha attuato uno slittamento interno nella war on drugs USA funzionale a questo quadro bellico internazionale sia con decreti presidenziali che con la nuova Strategia federale contro le droghe. Il decreto presidenziale del dicembre 2025 definisce la droga oggi più diffusa, il fentanyl, come ‘arma di distruzione di massa’: “La possibilità che il fentanyl venga utilizzato come arma per attacchi terroristici concentrati e su larga scala da parte di avversari organizzati rappresenta una seria minaccia per gli Stati Uniti”. E ancora: “Il fentanyl illegale è più simile a un’arma chimica che a un narcotico. La produzione e la distribuzione di fentanyl, gestite da reti criminali organizzate, minacciano la nostra sicurezza nazionale e alimentano l’illegalità nel nostro emisfero e ai nostri confini. (…) Organizzazioni terroristiche straniere e cartelli (…) consentono di erodere la nostra sicurezza interna e il benessere della nostra nazione”. Questo non solo implica uno slittamento nelle politiche interne delle droghe, e la mano ancora più pesante su piccoli spacciatori, a questo punto ‘traditori’ della patria più che commercianti illegali, e sui consumatori, delle cui ragioni e bisogni si perde traccia in una prospettiva tutta lawℴ ma soprattutto serve a sancire il nesso tra narcotraffico e terrorismo, e includere il Ministero della Guerra e i servizi segreti nella lotta al narcotraffico.
Nella Strategia federale sulle droghe si rivendica coerentemente il rafforzamento delle frontiere, l’uso di tecnologie di interdizione, la guerra ai precursori chimici e, appunto, apertamente anche i “kinetic strikes” contro presunti narcoterroristi.
Dunque, siamo di fronte a una strategia destinata a durare, che ha come premessa e insieme conseguenza, in un meccanismo che si autoalimenta, la debolezza, lo svuotamento e la lesa legittimità della cornice normativa internazionale e dei suoi organismi di garanzia e tutela.
Cosa ci aspetta?
Cosa ci aspetta allora già oggi e nei prossimi anni sotto il profilo della war on drugs messa al lavoro dal neocolonialismo e dalle guerre di aggressione?
A leggere dichiarazioni pubbliche e interpretare segnali e fatti, il Venezuela continua a restare nel mirino: Maduro resta detenuto negli USA e le incursioni contro le imbarcazioni e le uccisioni extragiudiziali continuano, con tanto di dichiarazioni pubbliche di Trump in questo senso.
Entra in scena anche la Colombia: la DEA, Drug Enforcement Administration, ha indicato il presidente colombiano Petro come ‘obiettivo prioritario’ nell’ambito dell’indagine statunitense sui suoi legami con i narcotrafficanti. Trump ha definito Petro un ‘leader del narcotraffico’ e ha tagliato gli aiuti statunitensi al paese. Oltre al fatto che anche la Colombia è per gli USA ‘cortile di casa’, va considerato un dato politico: Petro ha nel suo programma due obiettivi che a Trump non piacciono, ridurre la dipendenza del paese dai combustibili fossili, investendo invece risorse statali nella lotta alla povertà, e promuovere politiche di legalizzazione della produzione e dei mercati della coca e della cocaina. Proprio quell’antiproibizionismo e quella fine della war on drugs che toglierebbe molta acqua al mulino USA del ‘narcoterrorismo’.
Il Messico: già al centro della guerra ai migranti, nel novembre 2025, per bocca della presidente Claudia Sheinbaum si oppone all’intenzione dichiarata da Trump di attaccare militarmente i cartelli dei narcos con forze e incursioni USA in territorio messicano. Gli USA denunciano il Messico come paese di transito delle droghe verso gli States, anche del fentanyl, e dunque una incursione dentro i confini di quel paese sarebbe ‘giustificata’ dalla citata teoria del fentanyl come arma chimica contro gli USA.
Non c’è guerra militare, con la Cina, un paese con cui Trump deve andare piano, ma viene continuamente minacciata – anche ufficialmente in sede CND – per l’esportazione negli USA dei precursori del fentanyl.
Questo lo scenario.
E’ chiaro che a differenza di una manciata di mesi fa, non si tratta per i movimenti ‘solo’ di agire per pretendere il rispetto del quadro normativo internazionale sui diritti e sulla composizione legale dei conflitti, che rischia da sempre di rimanere lettera morta se non vi sono soggettività che li rendono vivi, esigendoli; ma di difendere e rivendicare quel quadro normativo come irrinunciabile per un ordine internazionale che non si rassegni alla giungla delle grandi potenze aggressive. La registrazione del dato di realtà – la crisi di quel sistema – non può implicare che anche chi lotta contro lo stato presente delle cose, lo dia per morto invece che capire come riattivarlo e migliorarlo. Piuttosto vanno messe in campo nuove strategie. Per chi lotta per politiche delle droghe razionali, efficaci, rispettose dei diritti di singoli e comunità, significa innanzitutto togliere le droghe dal ghetto delle specificità, magari ritenute non così importati, e portarle nel flusso dei movimenti globali che stanno reagendo, a ogni latitudine, a tutte le guerre e i neocolonialismi, alla crisi climatica (perché narcotraffico e politiche proibizioniste stanno ammazzando anche la terra), allo spregio dei diritti umani. Lottare contro la war on drugs, responsabile di illegalità, violenza, violazione dei diritti, a favore di un sistema globale di regolazione legale significa togliere acqua al mulino vorticoso che alimenta guerre e neocolonialismo. Vuol dire lottare contro la guerra.
Note
- S. Ronconi, Droghe e diritti umani. Il sasso nello stagno, in Libro Bianco 2023
- È tornato più volte sul tema, la posizione più chiara è stata espressa nel 2023 con un aperto invito a porre fine alla war on drugs come premessa per far cessare le violazioni contro i diritti umani, https://www.fuoriluogo.it/forum_droghe/comunicati_stampa/droghe-e-diritti-umani-alto-commissariato-onu-chiede-la-fine-della-guerra-alla-droga/
- Il punto su questa evoluzione tra il 2016 e il 2022 si può leggere in IDPC Converging universes: 20 years of human rights and drug policy at the United Nations, https://idpc.net/publications/2022/12/converging-universes-20-years-of-human-rights-and-drug-policy-at-the-united-nations e in Ronconi S., Segio S. (2022) (a cura di) Droghe e diritti umani. Le politiche e le violazioni impunite, Quaderno diritti Globali, ed Milieu, Milano
- https://www.fuoriluogo.it/home/speciali/cescr/
- https://www.fuoriluogo.it/rubriche/la-rubrica-di-fuoriluogo-sul-manifesto/onu-2025-il-proibizionismo-non-comanda-piu/
- https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/droghe-i-dogmi-di-mantovano-e-la-lezione-colombiana/
- https://www.icc-cpi.int/philippines
- Ronconi S, Segio S, 2022 cit.
- https://www.fuoriluogo.it/mappamondo/in-piazza-per-la-corte-penale-internazionale/
- https://www.wola.org/2026/04/an-open-call-to-all-states-to-stop-facilitating-us-extrajudicial-killings/
- https://www.hrw.org/news/2025/09/18/us-maritime-strikes-amount-to-extrajudicial-killings
- https://www.politico.com/news/2026/03/17/pentagon-boat-strikes-south-central-america-00832855
- https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/01/un-experts-condemn-us-aggression-against-venezuela
- https://www.youtube.com/watch?v=cOxV4o_mrsA&t=2s
