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Il 28 gennaio 2026, nella Sala Stampa della Camera, A Buon Diritto ha presentato l’aggiornamento del Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, un monitoraggio che da oltre dieci anni prova a mettere in fila – con dati, analisi e un linguaggio accessibile – ciò che troppo spesso resta frammentato: l’erosione quotidiana delle garanzie, l’asimmetria tra diritti proclamati e diritti praticabili, la trasformazione di bisogni sociali in problemi di ordine pubblico. 

La fotografia è impietosa già nei numeri-simbolo. In carcere si contano 63.868 persone detenute a fronte di 51.275 posti, con un sovraffollamento del 138,5% e 79 suicidi nel solo 2025: una contabilità che non descrive “criticità”, ma una crisi strutturale incompatibile con l’idea costituzionale di pena come rieducazione.  E mentre le prigioni soffocano, anche lo spazio pubblico si restringe: il Rapporto segnala un quadro normativo e politico in cui la gestione del dissenso tende a essere trattata come minaccia, con un ricorso crescente a misure “emergenziali” e punitive. 

Non va meglio fuori dalle mura. Sul fronte della libertà d’informazione, l’Italia scivola al 49° posto nella classifica globale: un indicatore che, al di là delle graduatorie, si intreccia con norme e prassi che rendono più difficile conoscere, verificare, controllare il potere.  E sul diritto alla salute il dato che Luigi Manconi, Presidente dell’associazione, ha voluto mettere al centro è un pugno nello stomaco perché riguarda la sostanza dell’uguaglianza: quasi una persona su dieci rinuncia alle cure, soprattutto per le liste d’attesa. In altre parole, la sanità pubblica non viene “smontata” con un atto solo, ma svuotata finché l’accesso diventa una lotteria territoriale e sociale. 

Il Rapporto insiste su un punto politico essenziale: quando la compressione dei diritti diventa prassi, smette di apparire eccezione. Ecco perché la cornice “sicurezza/emergenza” ricorre in capitoli diversi: dalla casa, sempre più trattata come questione di ordine pubblico invece che come diritto, alla migrazione, dove il trattenimento e la deterrenza spingono l’asilo verso procedure opache e spesso illegittime. Emblematico il dato sul CPR di Gjader, in Albania: tra aprile e ottobre 2025 circa il 70% dei trattenimenti non è stato convalidato dall’autorità giudiziaria, segnalando uno scarto sistematico tra propaganda e presupposti di legge. 

C’è poi la violenza di genere, che nel 2025 conta 99 femminicidi, e un altro numero che pesa quanto una denuncia: il 73% delle donne che contattano il 1522 non sporge denuncia. Non è (solo) “mancanza di coraggio”: è sfiducia, isolamento, assenza di protezioni reali, percorsi che spesso non funzionano o arrivano tardi.  Lo stesso filo collega capitoli apparentemente lontani: l’aumento delle violenze contro le persone con disabilità, l’impoverimento e il lavoro povero, la selettività crescente dell’istruzione, la salute mentale trattata come tema residuale finché esplode. 

La scelta, intelligente, è rendere tutto questo consultabile in modo “navigabile”: 17 capitoli, materiali multimediali, grafici e timeline, così che il Rapporto non sia un oggetto da convegno ma uno strumento di lavoro per chi fa informazione, advocacy, politica, sindacato, volontariato, attivismo.  Anche la presentazione alla Camera – con Manconi e Camilla Siliotti per A Buon Diritto, Alessandra Trotta moderatora della Tavola Valdese, l’On. Nicola Fratoianni e le autrici e gli autori di vari capitoli – è servita a ribadire l’ambizione: non limitarsi a “raccontare” la crisi dei diritti, ma contestarne la normalizzazione e indicare la necessità di un cambio di paradigma. 

Dentro questo quadro, la domanda non è se i diritti “stiano bene”. La domanda è quanto ancora possiamo accettare che siano trattati come concessioni revocabili, subordinate alla contingenza, alla convenienza, alla paura del momento. Il Rapporto di A Buon Diritto prova a rispondere nel modo più utile: mettendo insieme i pezzi e mostrando che la regressione non è settoriale. È un sistema.