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La Società della Ragione lancia un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella perché non promulghi la legge di conversione del decreto sicurezza 2026 e la rinvii alle Camere.

Il testo dell’appello, pubblicato sul sito dell’associazione, parte da una constatazione netta: quello in corso non è un passaggio ordinario. La conversione del decreto sicurezza arriva infatti dentro una torsione istituzionale sempre più evidente, in cui il Governo ricorre alla decretazione d’urgenza, forza i tempi parlamentari con la fiducia e arriva persino ad approvare norme già segnate da rilievi di incostituzionalità, annunciando contestualmente un nuovo decreto per correggerle.

Un decreto per aggiustare la legge di conversione di un altro decreto. Prima l’esecutivo forza la mano, poi promette di rimediare. È una sgrammaticatura istituzionale che non riguarda soltanto il metodo, ma il cuore stesso del rapporto tra Governo, Parlamento e garanzie costituzionali.

Ma è soprattutto il contenuto del decreto a rendere necessario, secondo la Società della Ragione, l’intervento del Capo dello Stato. Il provvedimento consolida quella che la costituzionalista Alessandra Algostino ha definito “amministrativizzazione della sicurezza”: un sistema fondato su daspo urbani, fogli di via, obblighi, divieti, zone rosse e sanzioni, cioè strumenti apparentemente più leggeri del diritto penale, ma capaci di incidere in profondità sui diritti fondamentali.

Il punto è proprio questo: si allarga il campo della prevenzione amministrativa, fondata sul sospetto e sulla discrezionalità. Si estendono categorie come la pericolosità sociale, si rafforzano i poteri di prefetti e questori, si introducono forme di esclusione da luoghi, territori e perfino dall’esercizio concreto dei diritti. Non si puniscono fatti: si prevengono comportamenti presunti. Dentro questo quadro si collocano norme gravissime. L’introduzione degli agenti sotto copertura nelle carceri interviene su un sistema già attraversato da tensioni profonde, sovraffollamento, suicidi e conflitti quotidiani. Invece di rafforzare trasparenza, diritti e garanzie, si introduce un ulteriore elemento di opacità e sospetto dentro istituti che avrebbero bisogno esattamente del contrario.

Ancora più esplicito è l’attacco al diritto di manifestare. Il divieto di partecipazione a riunioni o assembramenti in luogo pubblico consente di escludere persone dall’esercizio di una libertà fondamentale. Non una misura marginale, ma un dispositivo che colpisce il cuore della partecipazione democratica. Dopo il daspo urbano come strumento di esclusione sociale, arriva così il rischio di un daspo dall’esercizio dei diritti. La partecipazione a manifestazioni può diventare indizio di pericolosità, mentre l’accesso alle libertà costituzionali viene compresso in modo selettivo e discrezionale. A questo si aggiungono misure come il fermo preventivo, che incide direttamente sulla libertà personale, e l’equiparazione dell’omesso preavviso al questore per riunioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Dietro l’apparente depenalizzazione si nasconde una sanzione amministrativa che può arrivare fino a 10.000 euro, con il rischio evidente di trasformare il diritto di manifestare in una libertà condizionata dal censo.

Non si tratta, dunque, di singole norme discutibili. È un impianto coerente. Un modello che sposta l’equilibrio tra sicurezza e libertà fuori dal perimetro costituzionale, riducendo le garanzie e ampliando il potere preventivo dell’autorità amministrativa.

Per questo la Società della Ragione chiede al Presidente Mattarella di non firmare. Promulgare questa legge significherebbe accettare un metodo che svuota il Parlamento e un merito che comprime diritti fondamentali attraverso strumenti discrezionali, preventivi e selettivi. Il Presidente della Repubblica è garante della Costituzione. A lui si rivolge l’appello: perché rinvii la legge alle Camere e impedisca che la sicurezza diventi il nome nuovo della riduzione delle libertà.

Leggi l’appello sul sito de la Società della Ragione