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Le politiche sulle droghe non sono neutre rispetto al genere. La loro declinazione concreta – tra proibizionismo punitivo, stigma istituzionale e abuso di potere – si abbatte in modo particolarmente violento sui corpi delle donne, delle persone trans e non binarie che usano droghe. È da questa consapevolezza che nasce EVAWUD25, la campagna internazionale promossa da WHRIN e portata in Italia dall’associazione Isola di Arran, che chiede di porre fine alla violenza contro le persone che usano droghe a partire da una prospettiva femminista, transfemminista e di riduzione del danno. 

L’intreccio fra norme patriarcali e proibizione punitiva di alcune sostanze produce un regime di violenza strutturale. Non si tratta solo di discriminazioni diffuse o di un generico clima ostile: le donne, le persone trans e non binarie che usano droghe sono esposte a livelli estremi e a una vasta gamma di violenze proprio a causa del loro posizionamento, al crocevia tra genere, uso di droghe e, spesso, povertà, razzismo, sex work. Secondo la campagna EVAWUD, possono subire violenza di genere fino a venticinque volte più delle donne della popolazione generale – un dato che racconta una gerarchia brutale di vite considerate sacrificabili. 

Dietro questi numeri ci sono storie di esecuzioni extragiudiziali, pena capitale, sterilizzazioni e aborti forzati o coercitivi, stupri e molestie sessuali, pestaggi, perdita della custodia dei figli. C’è la criminalizzazione dell’uso personale, la penalizzazione dell’uso di droghe in gravidanza, la reclusione per reati minori legati alla sopravvivenza, la minaccia costante di essere ricattate per il solo fatto di usare sostanze. È una violenza che non si consuma solo negli spazi privati o nei contesti di coppia, ma che attraversa le istituzioni: tribunali, servizi sociali, forze dell’ordine, carceri, centri di “trattamento”. 

La cosiddetta “guerra alla droga” diventa così anche una guerra ai diritti delle donne e delle persone trans e non binarie che usano droghe. Come ricorda EVAWUD25, a livello globale il numero di donne incarcerate per reati legati alle droghe è cresciuto in modo significativo dagli anni Duemila, e ben oltre un terzo delle donne detenute è in carcere per reati di droga. Non è un effetto collaterale: è l’esito prevedibile di politiche costruite sulla punizione, sulla moralizzazione dei corpi e sull’idea che l’uso di sostanze debba essere estirpato con la forza, anche a costo di annientare la libertà e la dignità delle persone. 

Per chi vive oppressioni intersecanti – donne di colore, sex worker, donne trans – le forme e l’intensità della violenza si moltiplicano. La detenzione arbitraria, l’estorsione, le violenze di polizia, la tortura e i maltrattamenti sono rischi quotidiani. E quando la violenza viene agita da chi dovrebbe garantire “cura” o “sicurezza” – operatori, agenti, personale dei centri di trattamento – le possibilità di denuncia e di ricorso si azzerano. «Le sopravvissute hanno poche possibilità di ricorso e spesso nessun supporto», denuncia la campagna, soprattutto nei casi di violenze commesse da polizia, guardie carcerarie o personale dei servizi. 

EVAWUD25 non si limita però a documentare i danni: indica con chiarezza le risposte necessarie. La prima riguarda i servizi: «La salute sessuale e riproduttiva deve essere integrata nell’insieme dei servizi di riduzione del danno per le persone che usano droghe, includendo servizi completi contro la violenza di genere». Non è un optional, ma un cambio di paradigma: riconoscere che chi usa droghe ha diritto a percorsi di salute e autodeterminazione che tengano insieme corpo, relazioni, desiderio di protezione e libertà dalla violenza. 

Fondamentale è anche il protagonismo delle comunità. WHRIN, Isola di Arran e le realtà partner sottolineano che il coinvolgimento significativo delle persone direttamente interessate – donne, persone trans e non binarie che usano droghe – deve essere «la pietra angolare di tutte le buone pratiche nello sviluppo di servizi essenziali di risposta». Ciò si traduce in finanziamenti stabili e adeguati ai servizi di riduzione del danno guidati dalla comunità e sensibili al genere, capaci di offrire spazi sicuri, supporto tra pari, strumenti di autodifesa e percorsi di fuoriuscita dalla violenza non paternalistici. 

Il nodo politico, tuttavia, resta la proibizione. Per EVAWUD25 è «imprescindibile la decriminalizzazione che rimuova tutte le sanzioni e punizioni, inclusi i programmi di trattamento coercitivi o imposti dal tribunale, per tutte le persone che usano droghe e per tutti i tipi di droghe». Una decriminalizzazione attuata correttamente non è solo una misura di buon senso sanitario, ma un atto di giustizia di genere: riduce lo stigma, limita il potere ricattatorio delle istituzioni, apre spazi di agibilità e di parola per chi oggi vive nell’ombra. 

Dire che «la guerra alla droga è violenza di genere» significa riconoscere che il problema non sono le sostanze in sé, ma l’uso che il potere fa del controllo sui corpi e sulle vite delle persone che le usano. Significa affermare che il diritto alla sicurezza, all’accesso ai servizi di riduzione del danno, alla salute sessuale e riproduttiva, alla maternità e alla genitorialità, alla libertà dalla tortura e dai trattamenti inumani vale anche – e soprattutto – per chi è oggetto di stigma e criminalizzazione.

Per questo WHRIN e l’associazione Isola di Arran chiedono la fine della “guerra alla droga”, la revisione delle leggi e delle procedure penali che alimentano violenza e discriminazione, la messa al centro dei diritti umani delle donne, delle persone trans e non binarie che usano droghe. «Unisciti a noi», è l’appello della campagna, «per garantire che risorse adeguate e quadri legislativi tutelino la sicurezza e i diritti umani delle donne, le persone trans e non binarie che usano droghe». EVAWUD25 ci ricorda che non ci sarà fine alla violenza di genere senza mettere radicalmente in discussione la guerra alla droga – e costruire, al suo posto, politiche di libertà, cura e autodeterminazione.