Da quando il movimento per la marijuana medica ha assunto dimensioni internazionali, travalicando i confini degli Stati Uniti, Lester Grinspoon, il maggior esperto mondiale sulla canapa, non ha bisogno di presentazioni. Tuttavia, è affascinante ripercorrere la sua storia. Medico, psichiatra, è stato docente alla prestigiosa Medical School dell’Università di Harvard. Come spiega nel saggio iniziale di questo volume (Odissea della canapa), cominciò a studiare la canapa fin dagli anni Sessanta, quando si ripromise di scrivere un articolo scientificamente fondato a sostegno della tesi della pericolosità della canapa: erano gli anni della diffusione della marijuana nei campus studenteschi e Grinspoon pensava che un intervento su basi scientifiche avrebbe avuto un effetto dissuasivo più efficace dei richiami moralistici o della propaganda politica. Andò diversamente: più allargava e approfondiva la ricerca, più lo studioso americano si avvicinava alle conclusioni opposte: «Cominciai a pensare che le mie conoscenze erano largamente basate su miti, vecchi e nuovi – scrive Grinspoon nel saggio già citato – e che la mia formazione medica e scientifica ben poco mi aveva tutelato dalle informazioni distorte».
Il suo primo scritto, uscito nel 1968, e poi il libro Marijuana Reconsidered riflettevano le sue scoperte: a confronto con altre sostanze psicoattive e anche con altri farmaci moderni considerati sicuri, quali l’aspirina, la canapa è una sostanza assai più sicura. Queste conclusioni fecero scalpore, naturalmente nell’America culla del proibizionismo: ma come, un docente di Harvard, un’autorità indiscussa in campo scientifico osava sostenere che la canapa era meno pericolosa dell’alcol e del tabacco?
Se pensiamo che la stessa tesi, sostenuta trent’anni dopo dall’accademico di Francia Bernard Roques, ha di nuovo suscitato scandalo, meglio si capisce il coraggio politico e la statura umana, oltre che scientifica, di Lester Grinspoon.
Non a caso, nella sua storia, l’impegno di ricerca si intreccia con la pratica clinica e la militanza politica. Grinspoon è sempre stato in prima linea nell’assistere i tanti pazienti che a lui si rivolgono per avere le informazioni sulla canapa, spesso rifiutate dai medici curanti. Il sapere proveniente dalle testimonianze dei malati è la base dell’altra famosa opera, Marijuana, the forbidden medicine. Grinspoon ha sempre difeso il valore delle evidenze aneddotiche a sostegno delle proprietà terapeutiche della canapa, anche in assenza di sperimentazioni cliniche controllate: è questa una delle sue argomentazioni preferite, ampiamente documentata in questo volume (cfr. Una ricchezza da sfruttare).
Si farebbe torto a Lester Grinspoon a confinarlo al tema della canapa medica. La sua ricerca procede a tutto campo, così come a tutto campo è iniziata. Particolarmente interessante, a questo proposito, è la sua tesi circa la versatilità, com’egli la chiama, della marijuana, che non può essere circoscritta ai soli usi ludico e medico. C’è un terzo campo, di “potenziamento” delle facoltà umane (sensorie, di pensiero, dell’umore), che sta a cavallo fra i due, altrettanto fertile. Anche per questo, Grinspoon è scettico circa la possibilità, o l’opportunità, di scindere la battaglia per la legalizzazione degli usi terapeutici da quella per la decriminalizzazione della canapa. Così come non si è mai stancato di denunciare che i tentativi di creare farmaci derivati dalla canapa in alternativa alla marijuana, sono in realtà un «artefatto della proibizione». Da qui la polemica degli ultimi anni contro la «farmaceutizzazione» della canapa, com’egli la definisce; in particolare, contro la pretesa superiorità del Sativex (un farmaco creato dalla casa britannica G.W. Pharmaceuticals) sulla canapa inalata o fumata (cfr. Il fumo è la migliore medicina).
La «medicalizzazione» o «farmaceutizzazione» della marijuana è un nodo politico cruciale, che vede opinioni differenti all’interno dello stesso movimento antiproibizionista; Fuoriluogo vi ha dedicato un dibattito con molti interventi, a partire dal 2001. Ma già due anni prima, Giancarlo Arnao aveva aperto il confronto con un articolo dal suggestivo titolo Liberare le droghe. Anche dal potere medico: commentando uno scritto di Thomas Szasz, egli individua i pericoli della «medicalizzazione» delle droghe, che rischia di sostituire una forma di controllo (quella poliziesca), con un’altra, più sottile ma anch’essa insidiosa (quella dei camici bianchi). Arnao rivendicava l’uso della cannabis non come espressione di un disagio, ma come un’esigenza connaturata all’essere umano. Questo problema abbraccia l’intera problematica droga, interessata a fondo dal ben conosciuto fenomeno di “patologizzazione della devianza”, e si riflette anche sul tema specifico degli usi medici della canapa: ha senso legittimare l’uso medico, mantenendo l’intolleranza, morale e penale, nei confronti degli usi non medici della canapa? E ancora: è possibile separare nettamente la funzione psicoattiva da quella terapeutica, privando il farmaco-canapa delle proprietà euforiche della marijuana?
Come si è detto, Grinspoon non ha incertezze nel tenere insieme le due funzioni; così come nel legare i diversi aspetti della medesima battaglia (cfr. Anche lo high è terapeutico). Nell’intervista A carte truccate, di nuovo auspica la crescita di un movimento di pressione delle persone che usano la marijuana come terapia per rovesciare del tutto il proibizionismo. «La marijuana medica – sostiene – insegnerà alle persone che questa sostanza non è l’erba diabolica che il governo ci ha descritto per anni».
Uno dei leit motiv dell’autore è la denuncia della persecuzione dei consumatori americani, una vera e propria caccia alle streghe responsabile fino ad oggi dell’arresto di 12 milioni di cittadini. La polemica attuale di Lester Grinspoon contro il fondamentalismo dei teocon di Bush è coerente con l’impegno di una vita per smascherare le menzogne che hanno imposto una «follia di massa» sulla canapa; e per denunciare l’asservimento al potere della scienza, o almeno di molti, troppi, sedicenti scienziati.

La collaborazione di Lester Grinspoon con Fuoriluogo e con Forum Droghe ha avuto inizio grazie ai rapporti con il mondo americano di Giancarlo Arnao, nel 1998, con la pubblicazione del primo dei suoi fondamentali contributi sulla canapa, sulle sue applicazioni terapeutiche, sulle conseguenze della proibizione. Si tratta del drammatico processo contro un cittadino americano, arrestato in Malesia per possesso di marijuana, da lui utilizzata per curare il dolore cronico: Grinspoon racconta la sua testimonianza in tribunale in qualità di esperto internazionale di canapa medica, nel tentativo di salvare l’infelice che rischiava fino alla pena di morte. L’attività di consulente nei tribunali statunitensi fa parte della sua militanza politica: nonostante i pronunciamenti popolari che hanno imposto a molti stati americani di decriminalizzare la marijuana ad uso medico, il governo, appellandosi alla legge federale, ignora le leggi statali e continua a perseguitare i malati e i medici: così come attesta la testimonianza giurata nel caso Ashcroft versus Raich, anch’essa riportata in questo volume.
Nel 1999, esattamente il 29 ottobre, Forum droghe organizzò a Bologna un incontro pubblico con Lester Grinspoon: fu un primo importante incontro fra lo studioso americano e l’intero movimento antiproibizionista italiano. Introduceva il seminario lo stesso Giancarlo Arnao, responsabile scientifico dell’associazione, un anno prima della sua scomparsa: a Giancarlo dobbiamo la spinta politica per dare avvio anche in Italia alla battaglia per la canapa medica.
Da allora, il tema della medicina proibita è diventato centrale nella riflessione del giornale e strategico nell’azione politica di Forum Droghe: alla fine degli anni Novanta, fu pubblicato un quaderno di Fuoriluogo con la traduzione italiana del rapporto britannico della Camera dei Lord, che avallava autorevolmente le sperimentazioni con la canapa medica; nel 2000, durante la Terza conferenza nazionale sulle tossicodipendenze, fu presentato un altro quaderno speciale, il Libro Bianco sugli usi terapeutici della cannabis, preludio alla costituzione di un’associazione specifica. Negli anni successivi, altri gruppi e movimenti di pazienti sono scesi in campo, rivendicando il diritto alla cura.
Sulle droghe, e sulla canapa in particolare, i cinque anni del governo Berlusconi, con l’approvazione in extremis del decreto Fini-Giovanardi, hanno riportato l’Italia indietro di decenni. La svolta impressa alla legislazione italiana pone il nostro paese alla retroguardia dei paesi europei. Il cardine attorno a cui ruota la nuova legge consiste nella codificazione dell’uguaglianza delle diverse sostanze psicoattive, all’insegna del principio ideologico «la droga è droga». È un approccio fondamentalista che non tollera distinzioni, interpretate come “eresie” al credo proibizionista. Anzi, la condanna più dura, prima morale e poi penale, è proprio rivolta alle droghe leggere, alla canapa, la pianta “corruttrice” delle menti e dello spirito. Nella relazione al decreto Fini-Giovanardi è indicato a chiare lettere l’obiettivo di impedire qualsiasi utilizzo della canapa, perfino dei farmaci derivati, a fine terapeutico: l’esclusione del principio attivo dalla tabella II (dove sono elencate le sostanze di valore medico) ha voluto – si dice – «eliminare il riferimento, foriero di equivoci, ad ipotetici prodotti farmaceutici a base di cannabis, non presenti nella Farmacopea ufficiale italiana» (sic!). Questa nuova norma di preclusione è stata varata nonostante le molte iniziative istituzionali trasversali prese fra il 2000 e il 2006: ricordiamo le mozioni di ben sei Consigli regionali (Basilicata, Friuli – Venezia Giulia, Lombardia, Sardegna, Toscana, Umbria) e di diversi Consigli provinciali e comunali, per sollecitare il Parlamento a discutere le proposte di legge nazionali per inserire nella Farmacopea i derivati della canapa (dronabinol e nabilone); per facilitare l’importazione di farmaci derivati disponibili in molti paesi europei; per promuovere sperimentazioni.

Con la vittoria dell’Unione, si è aperta in Italia una fase nuova. Il 18 luglio 2006, la Ministra della Salute, Livia Turco, ha emanato un’ordinanza per autorizzare «l’importazione di medicinali a base di delta-9-tetraidrocannabinolo o trans-delta-9-tetraidrocannabinolo per la sommnistrazione, a scopo terapeutico, in mancanza di alternative terapeutiche, a pazienti che necessitano di tali medicinali»: è un primo passo per rimediare ai danni della Fini-Giovanardi, sulla scia di nuove iniziative regionali e locali.
In Toscana, sta per iniziare la discussione di un progetto di legge che, tra l’altro, propone la sperimentazione della canapa terapeutica; in Liguria, il 18 agosto 2006, il Consiglio regionale ha dato il via libera alla sperimentazione del farmaco Bedrocan, contenente derivati naturali della cannabis. Il farmaco è commercializzato nelle farmacie olandesi già dal 2003. Il documento impegna la Giunta alla promozione di «una forte azione istituzionale» verso il Ministero della Salute con lo scopo di facilitare l’uso, nelle terapie del dolore, di farmaci contenenti derivati sintetici della cannabis, agevolando «le procedure previste per l’impiego»; all’approvazione di norme che consentano «la sperimentazione ad uso terapeutico dei derivati naturale» della canapa; ed infine all’invio di circolari e direttive ai medici di base, alle Asl e a tutte le strutture competenti «per agevolare l’impiego dei farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore».
Anche il Consiglio regionale del Lazio, nel luglio 2006, ha approvato un ordine del giorno che impegna alla sperimentazione della canapa terapeutica. È stata anche depositata una proposta di legge, prima firmataria Anna Pizzo, che fissa le linee della sperimentazione.
Infine, ma non meno importanti, le iniziative parlamentari: già all’inizio della legislatura, presso la Camera dei deputati, è stata depositata una proposta di legge con oltre trenta firme (Atto Camera n. 34, primi firmatari Marco Boato, Carlo Leoni, Ruggero Ruggeri, Graziella Mascia, Enrico Buemi) che prevede la depenalizzazione completa del consumo di tutte le sostanze, compresa la coltivazione domestica della canapa e la cessione gratuita, una efficace politica di riduzione del danno e alternative al carcere per i tossicodipendenti. È inoltre imminente una iniziativa legislativa del Ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sulle identiche linee di intenti, con una indicazione esplicita di regolazione dell’uso terapeutico della canapa. Le scelte dell’Italia potrebbero favorire il ruolo dell’Europa per una strategia globale più tollerante e intelligente, lasciando alle spalle la fallimentare “guerra alla droga”, così come auspicato dalla Raccomandazione del Parlamento europeo approvata alla fine del 2004.
La riforma della normativa italiana sulle droghe potrà finalmente dare una risposta al movimento, assicurando il diritto alla cura ai malati costretti alla clandestinità, offrendo nuove opportunità ai tanti pazienti che ancora oggi ignorano le potenzialità della canapa. Una sostanza che, come non si stanca di ripetere Lester Grinspoon, sarà prima o poi salutata come un farmaco eccezionale, al pari della penicillina. Non resta che augurarci che avvenga al più presto.

Franco Corleone / Grazia Zuffa

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