La Conferenza Stato Regioni ha approvato il 23 ottobre le “Linee di indirizzo per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale” in particolare i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza e i Reparti Ospedalieri di Neuropsichiatria Infanzia e Adolescenza. Il documento non parte da un’analisi delle cause e del numero delle contenzioni, considerate come l’extrema ratio. Solo alcune regioni hanno un sistema di rilevazione delle contenzioni e il documento ne ribadisce l’obbligo.
La finalità è di superarle in modo graduale, ma il testo è privo di quella determinazione radicale espressa nel manicomio di Gorizia da Franco Basaglia di fronte al registro delle contenzioni «Mi no firmo» e ripresa da Giovanna Del Giudice con «E Tu slegalo subito».
A 47 anni dalla l. 180/1978, oltre il 90% degli SPDC è di tipo restraint. Sembra ferma la ricerca di prassi terapeutiche che assicurino un più avanzato punto di incontro tra i diritti a salute, dignità e libertà. Nonostante i gravi incidenti mortali (Francesco Mastrogiovanni, Elena Casetto, Wissem Ben Abdelatif) e diverse condanne, non si avverte la spinta ad abbandonare la pratica ed anzi vi sono rischi di regressione.
Infatti, pur con le esperienze ed evidenze di efficacia degli SPDC no restraint, sopravvive una cultura operativa conservativa e, nonostante le raccomandazioni, finché persistono la contenzione meccanica e le porte chiuse non si sviluppano altri approcci. Dopo il “mi no firmo”, medici e infermieri aprirono i reparti, organizzarono assemblee per rendere protagonisti i pazienti, riconoscere loro diritti. Marco Cavallo lo fa ancora dopo oltre 50 anni. Eugenio Borgna ha indicato la via di una “psichiatria gentile” in grado di superare le prassi coercitive e gli SPDC che rischiano di diventare un contenitore chiuso nell’ambito di una cultura securitaria.
La contenzione meccanica viene attuata nelle REMS (alcuni anni fa nel 25%) ma non è consentita dall’Ordinamento Penitenziario (art. 41 della legge 354/1975). La contenzione viene attuata anche nella neuropsichiatria infantile e per superarla si prevedono “piani crisi” e il coinvolgimento dei genitori nei percorsi di cura sebbene, in caso di contenzione, il loro consenso non sia espressamente richiesto. Di fronte alla sofferenza degli adolescenti, la contenzione come viene vissuta da chi la subisce? Quali effetti ha sui percorsi di cura, sull’autostima e come può riverberare sulla relazione terapeutica? La contenzione è proibita in ogni altro contesto educativo, familiare, scolastico e sociale.
Sono note le complicanze fisiche e i vissuti riportati dalle persone sottoposte a contenzione: umiliazione, disperazione, perdita di autostima, rabbia, pensieri suicidari. L’ascolto e la collaborazione degli Utenti Esperti e delle associazioni potrebbe essere molto importante per abolirla sia in salute mentale ma anche in tutta la sanità e l’assistenza.
Le linee di indirizzo sono “senza nuovi e maggiori oneri”: non vi sono risorse per il personale, né per modificare organizzazione e strutture, fare governo clinico, attività, psicoterapie, sostenere i familiari, creare spazi verdi. Dedicare attenzione alle persone, per prevenire la contenzione e assicurare benessere e sicurezza di tutti, compresi gli operatori. Non bastano le formazioni nella de-escalation. Le linee sulla contenzione consentono ai sanitari una grave limitazione alle libertà personali, senza che nessun magistrato possa essere informato e intervenire.
Al di là delle intenzioni, l’impressione che questo documento finisca con il legittimare lo status quo senza affrontare i problemi di fondo e il tema dei diritti e tutela delle persone.
*Dipartimento di Salute Mentale Dipendenze Patologiche di Parma
