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Nel silenzio che spesso avvolge ciò che accade dietro le mura, il Giubileo dei detenuti ha riportato per un momento il carcere al centro dello sguardo pubblico. Domenica 14 dicembre, celebrando la messa in San Pietro, Papa Leone XIV ha pronunciato parole che non si prestano a equivoci: servono “forme di amnistia o di condono della pena”, in continuità con l’appello già consegnato da papa Francesco all’Anno Santo 2025. 

Non è un richiamo astratto. Nell’omelia il Pontefice ha legato quella richiesta a una fotografia concreta: sovraffollamento, programmi educativi ancora insufficienti, opportunità di lavoro troppo rare e discontinue. E ha messo al centro un criterio che, in un Paese laico, suona anche come un promemoria costituzionale: “una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto”. 

È difficile ascoltare queste parole senza pensare all’Italia di oggi, dove l’affollamento è diventato normalità e la normalità, a sua volta, rischia di trasformarsi in violazione. Antigone, nel 2025, ha segnalato un tasso di affollamento attorno al 134% e oltre 60mila persone detenute: quando lo spazio manca, saltano i tempi per la salute, per l’istruzione, per il lavoro, per la cura delle fragilità e per le relazioni con l’esterno. 

Dentro questa cornice, la questione più urgente non è solo quanto “non funziona”, ma quanta sofferenza produce. L’allarme sui suicidi non è più sostenibile: 74 in un conto del 2025 ancora da chiudere. Numeri che chiamano tutti — istituzioni, politica, amministrazione penitenziaria, società — a una responsabilità immediata, perché ogni giorno perso pesa sulle persone recluse, sulle famiglie e anche su chi lavora in carcere. 

È anche per questo che l’esortazione del Papa trova, quasi in parallelo, la voce di un’istituzione di garanzia. Il 13 dicembre Riccardo Turrini Vita, Garante nazionale delle persone private della libertà, con un sussulto improvviso e inaspettato, ha chiesto “misure immediate di alleggerimento della pressione detentiva”, indicando amnistia e indulto come strade dirette e richiamando l’obiettivo del ripristino della legalità: se non si interviene, l’ordinamento finisce per violare i propri principi, le norme penitenziarie e gli impegni internazionali. 

E’ la linea sulla quale si erano già mobilitate le organizzazioni promotrici dell’appello “Giubileo dei detenuti: chiediamo clemenza e umanità nelle carceri italiane”, tra cui A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, le reti dei Garanti territoriali e del volontariato giustizia, il CNCA, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, MOVI, Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino e Ristretti Orizzonti. Tornano a rivolgersi al Parlamento perché approvi un provvedimento di clemenza che riduca immediatamente il numero delle persone recluse e riporti la detenzione dentro un perimetro di legalità e dignità. 

Nelle intenzioni dei promotori c’è però anche un’altra linea, spesso dimenticata quando si parla di “emergenza”: rendere effettiva, qui e ora, l’umanità dell’esecuzione penale. Il Ministero della Giustizia è chiamato a intervenire per umanizzare immediatamente le condizioni della detenzione e ad aprire il carcere il più possibile al mondo del volontariato, alle associazioni, alle cooperative, agli enti locali, alle scuole e alle università. Perché la rieducazione non si fa in isolamento ma in relazione: lavoro, studio, cura, responsabilità, possibilità di ricominciare. 

C’è una parola che attraversa tutte queste richieste: adesso. Non perché la riforma strutturale non serva — serve eccome — ma perché non è accettabile attendere mentre l’affollamento rende impraticabile la promessa della Costituzione e svuota di senso la pena. Il Giubileo dei detenuti, con la voce di Leone XIV e con la responsabilità del Garante, consegna alla politica un bivio netto: continuare a convivere con l’emergenza come se fosse la regola, o scegliere la clemenza come atto di legalità e di civiltà.