Con tutti i problemi che attraversano oggi le carceri italiane — sovraffollamento, suicidi, carenza di personale, condizioni igieniche spesso indegne — il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha scelto di intervenire su una nuova emergenza: i frigoriferi.
La circolare del 23 aprile 2026, firmata dal Capo del Dipartimento Stefano Carmine De Michele e indirizzata ai Provveditori regionali dell’Amministrazione penitenziaria, porta un oggetto già eloquente: “Dotazione frigoriferi all’interno delle aree all’uopo dedicate delle sezioni detentive”. Il testo si apre richiamando “l’avvento della stagione estiva” e, insieme, “l’esigenza di prevenire eventi critici che possano turbare l’ordine e la sicurezza interna, sia del personale operante che dei detenuti”. Da qui la disposizione: i pozzetti “frigo” di nuovo acquisto dovranno essere collocati “all’interno di una stanza all’uopo dedicata”, da individuare per esempio “nei locali ex docce, lavanderia, barberia”. L’accesso andrà regolamentato autorizzando “eventualmente, uno/due detenuti” e solo “in orari definiti”. Il punto più controverso arriva però alla fine: “In nessun caso i pozzetti frigo e/o frigo potranno essere collocati nelle camere di pernottamento”, per le “criticità” legate alla possibile occultazione di “oggetti o sostanze non consentite” e all’“utilizzo improprio come per barricamento e/o strumento atto ad offendere”.
È difficile trovare un’immagine più precisa dell’ossessione securitaria che governa il carcere italiano. Il frigorifero non è più un oggetto ordinario, utile a conservare cibo e acqua durante l’estate. Diventa nascondiglio, barricata, arma impropria. Anche il sollievo minimo di una bottiglia d’acqua fresca in celle svraffollate e caldissime viene reinterpretato con il linguaggio del rischio.
Stefano Anastasia, Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio, ha colto su Facebook con sarcasmo il paradosso: tutto ciò viene prescritto per prevenire eventi critici, per la sicurezza negli Istitui “notoriamente minacciata dai frigoriferi nei corridoi”. E ancora, commentando l’ipotesi dell’uso offensivo, richiama il “famoso lancio del frigobar”. L’ironia non serve a sminuire il tema, ma a mostrarne l’assurdità. In carceri dove mancano spazi, personale, servizi e condizioni dignitose, si produce una circolare per disciplinare i frigoriferi come se fossero una minaccia strategica. Il cortocircuito è ancora più evidente perché la misura arriva proprio “visto l’avvento della stagione estiva”. Nelle celle sovraffollate il caldo non è un fastidio: è un fattore di sofferenza, tensione, rischio sanitario. La possibilità di conservare alimenti freschi e raffreddare l’acqua non è un privilegio. È un presidio elementare di salute e di convivenza.
Enrico Sbriglia, coordinatore nazionale del Coordinamento dei dirigenti penitenziari FSI-USAE, lo dice con chiarezza in una nota pubblicata su Ristretti Orizzonti: nei piccoli frigoriferi i detenuti conservano “bottiglie di plastica di acqua e bibite”, generi alimentari freschi acquistati una o due volte alla settimana, pietanze dell’amministrazione o alimenti portati dai familiari. La refrigerazione, scrive, “riduce il rischio di infezioni o di malattie, soprattutto gastrointestinali”, con ricadute positive anche sulla diminuzione di visite mediche, ricoveri, accompagnamenti in ospedale e consumo di farmaci. C’è poi un altro effetto pratico, noto a chi conosce la vita detentiva: senza frigoriferi, le bottiglie vengono spesso lasciate sotto il getto continuo dell’acqua per raffreddarle. Sbriglia lo ricorda con amara ironia: “forse un giorno si scoprirà che le carceri italiane hanno rappresentato per decenni il più importante affluente dei grandi fiumi che attraversano le nostre regioni”. Altro che razionalizzazione: la rimozione dei frigoriferi rischia di produrre più spreco, più disagio, più tensione.
Tutto diventa grottesco se si considera che il 31 marzo 2026 una nota della Direzione generale dei detenuti e del trattamento avrebbe raccomandato misure per fronteggiare la calura, suggerendo persino l’incremento dei frigoriferi per evitare il “dispendio di acqua dai rubinetti utilizzata per refrigerare”. Poi, improvvisamente, l’inversione: i frigoriferi vanno allontanati dalle camere, centralizzati, regolati, sorvegliati. Sbriglia parla di un “non rimedio” e descrive il clima che arriva dal DAP come “un vento di segno opposto, capace effettivamente di raggelare ogni logica gestionale, ma non certo le misere bottiglie d’acqua dei detenuti”. È una critica tanto più significativa perché viene da chi il carcere lo conosce dal lato dell’amministrazione e della dirigenza, non da un osservatorio esterno. Il rischio, infatti, non riguarda solo le persone detenute. Una misura del genere scarica le sue conseguenze su direttori, comandanti, educatori e agenti penitenziari, cioè su chi dovrà gestire nella realtà quotidiana la rabbia prodotta da decisioni calate dall’alto. Sbriglia lo scrive senza giri di parole: togliere “un po’ di sollievo dal caldo a chi è rinchiuso” può “innescare la miccia perfetta”. E a pagarne il prezzo non saranno i firmatari delle circolari, ma chi lavora nei reparti. “La rieducazione non passa per la privazione di un bicchiere d’acqua fresca in una giornata di agosto”, conclude Sbriglia
IL DAP continua a leggere ogni spazio di autonomia come pericolo, ogni oggetto come minaccia, ogni bisogno materiale come concessione revocabile. Parla di una sicurezza che, invece di migliorare le condizioni di vita e di lavoro, produce nuove rigidità e nuove tensioni. Il carcere costituzionale non si costruisce trasformando un frigorifero in un nemico interno. Si costruisce riconoscendo che anche nella pena restano diritti, bisogni, corpi, caldo, sete. E dignità.
