Il titolo scelto da Antigone per il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione è già una diagnosi politica: Tutto chiuso. Chiuso il carcere verso l’esterno, chiuse le celle, chiusi gli spazi di socialità, chiusi i canali di relazione con la società civile, chiuse le possibilità di reinserimento. Ma chiusa, soprattutto, sembra essere l’immaginazione politica di chi governa il sistema penale: incapace di leggere la crisi se non attraverso nuove pene, nuovi reati, nuovi muri, nuovi regimi restrittivi.
Il rapporto 2025 nasce da 102 visite realizzate in tutta Italia dall’Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione. È dunque un lavoro di osservazione concreta, non una denuncia astratta: celle, sezioni, corridoi, spazi sanitari, attività interrotte, persone incontrate, dati raccolti. E il quadro che ne emerge è netto: dal 2022 al 2025 il carcere italiano si è progressivamente richiuso, tornando a modelli custodiali che sembravano almeno in parte superati dalla stagione della sorveglianza dinamica e della custodia aperta. Oltre il 60% delle persone detenute trascorre ormai quasi tutta la giornata in cella, salvo le ore d’aria. Le circolari del Dap hanno ristretto la socialità nei corridoi, inciso sulla vita quotidiana dei detenuti dell’Alta sicurezza e della Media sicurezza, fino al paradosso simbolico dei frigoriferi, da rimuovere dai corridoi e collocare in stanze dedicate che spesso, in istituti sovraffollati, semplicemente non esistono.
Il carcere chiuso è anche un carcere che interrompe i ponti con fuori. Una circolare dell’ottobre 2025 ha imposto il passaggio dall’amministrazione centrale per ogni iniziativa con ingresso di persone esterne negli istituti dove siano presenti sezioni di Alta sicurezza, collaboratori di giustizia o 41-bis, anche quando l’attività riguarda persone detenute in Media sicurezza. Antigone ricorda che le carceri con almeno una sezione di Alta sicurezza sono circa 70 su 189: significa che in oltre un terzo degli istituti italiani l’accesso della società civile è stato sottoposto a un filtro centrale ulteriore. Gli effetti sono stati immediati: iniziative culturali, teatrali, scolastiche, sportive e di lettura sono state vietate, sospese o rese più difficili a Padova, Saluzzo, Milano Opera, Genova, Asti, Monza, Rebibbia, Livorno. È il contrario di ciò che servirebbe a un sistema penitenziario costituzionale: meno relazioni, meno cultura, meno scuola, meno comunità. Più cella. Più silenzio. Più isolamento.
I numeri del sovraffollamento confermano che la crisi non è emergenziale ma strutturale. Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.436 persone detenute, a fronte di 51.265 posti di capienza regolamentare e di appena 46.318 posti realmente disponibili. Il tasso di affollamento reale ha raggiunto il 139,1%. Gli istituti non sovraffollati sono ormai soltanto 22 in tutta Italia, mentre 73 carceri superano il 150% e 8 oltrepassano addirittura il 200%: Lucca, Foggia, Grosseto, Lodi, Milano San Vittore, Brescia Canton Mombello, Udine e Latina. Il dato più grave, però, è che il cosiddetto “piano carceri” non solo non ha invertito la tendenza, ma convive con una diminuzione dei posti realmente disponibili: 537 in meno da gennaio 2025.
Qui cade uno dei principali argomenti del discorso securitario: non siamo di fronte a un’esplosione della criminalità. Antigone segnala che i tassi di criminalità restano sostanzialmente stabili: i delitti totali registrati nel 2024 sono circa 2,4 milioni, un valore quasi identico a quello del 2018. I furti diminuiscono, gli omicidi volontari continuano a calare, e i dati provvisori del 2025 confermano una riduzione complessiva dei reati denunciati nei primi sette mesi dell’anno. Se le carceri si riempiono, dunque, non è perché l’Italia è travolta da un’ondata criminale. Si riempiono perché le pene si allungano, perché le alternative rallentano, perché la politica penale produce nuovi ingressi simbolici e nuove permanenze materiali, perché si sceglie di rispondere alla complessità sociale con il carcere.
È qui che il rapporto di Antigone parla direttamente anche alle politiche sulle droghe. Tra i quindici punti del “Piano Marshall” proposto dall’associazione per uscire dalla crisi penitenziaria compaiono due indicazioni decisive: la depenalizzazione delle condotte legate all’uso di sostanze stupefacenti e nuove politiche coraggiose di riduzione del danno per tossicodipendenti e consumatori di droghe. Non sono appendici settoriali. Sono uno dei nodi centrali del sistema. Le leggi punitive sulle droghe continuano a funzionare come un grande dispositivo di ingresso, permanenza e ritorno in carcere, colpendo soprattutto marginalità, povertà, disagio, consumo problematico, economie informali e piccole condotte di sopravvivenza.
Il dato sulle misure alternative conferma la contraddizione. Alla fine del 2025 erano 24.348 le persone detenute con una pena residua inferiore a tre anni, e dunque potenzialmente nelle condizioni di accedere a una misura alternativa. Di queste, 7.790 avevano un residuo pena inferiore a un anno. Eppure restavano in carcere. Nello stesso tempo, alcune misure di comunità iniziano a rallentare o a diminuire: la messa alla prova si ferma, l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare registrano nuove prese in carico inferiori rispetto all’anno precedente, e perfino i lavori di pubblica utilità per violazione della legge sugli stupefacenti passano da 790 a fine 2024 a 593 a fine 2025. È un segnale pessimo: se si indeboliscono le vie d’uscita dal carcere, il carcere si gonfia ancora di più.
Il governo, invece, ha scelto la direzione opposta. Antigone parla di “impronta penal-populistica” e ricostruisce un’espansione punitiva senza eguali nella storia recente: oltre 55 nuovi reati, più di 60 nuove aggravanti, oltre 65 inasprimenti sanzionatori, più di 30 nuove sanzioni amministrative pecuniarie e interdittive. È un’architettura repressiva che restringe gli spazi di discrezionalità, rende più difficile il ricorso alle misure alternative e trasforma conflitti sociali, marginalità e disagio in materia penale. Il decreto sicurezza, in questo quadro, rappresenta un salto di qualità: introduce il nuovo reato di rivolta penitenziaria, capace di colpire anche forme di disobbedienza non violenta, e interviene perfino sulla condizione delle madri detenute, cancellando l’obbligo di rinvio dell’esecuzione della pena per donne incinte o con figli sotto l’anno di età.
Il risultato è che al 31 marzo 2026 nelle carceri italiane si trovavano 26 bambini al seguito di 22 madri detenute. Erano 11 al 30 aprile 2025. In un anno il numero è più che raddoppiato. Antigone lo dice con nettezza: è l’effetto prevedibile del decreto sicurezza. Come se la sicurezza di un Paese potesse essere misurata sulla capacità di chiudere in carcere una manciata di donne con i loro figli piccoli.
La chiusura produce anche sofferenza psichica. Il rapporto documenta numeri che dovrebbero bastare da soli a dichiarare il fallimento del modello attuale: il 46,5% delle persone detenute fa uso di sedativi o ipnotici; il 21% utilizza stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi; le diagnosi psichiatriche gravi riguardano in media il 9,5% della popolazione detenuta. A fronte di questo, ogni 100 detenuti vi sono mediamente 7 ore settimanali di presenza psichiatrica e 16 ore di presenza psicologica. Non è cura, è contenimento farmacologico della sofferenza. Non è presa in carico, è gestione del danno prodotto dall’istituzione stessa.
La stessa logica emerge nell’aumento dell’isolamento. I provvedimenti di isolamento disciplinare crescono del 171% rispetto a sei anni fa e del 42% rispetto al 2024. Antigone segnala inoltre la moltiplicazione di spazi di isolamento di fatto: sezioni transito, sezioni ex art. 32 del regolamento di esecuzione, sorveglianza particolare ex art. 14-bis dell’ordinamento penitenziario. In molti casi sono spazi degradati, fatiscenti, impropri, dove vengono collocate anche persone con disagio psichico. Il carcere chiuso non cura il conflitto: lo sposta, lo separa, lo rinchiude ancora di più.
Non sorprende allora che crescano tensioni e violenze. Le aggressioni al personale di polizia penitenziaria aumentano del 12,4% tra 2024 e 2025. Le aggressioni tra persone detenute sono quasi raddoppiate rispetto al 2021, con un incremento del 73%. È la dimostrazione concreta che la chiusura non produce sicurezza. La retorica dell’ordine promette stabilità, ma dentro istituti sovraffollati, impoveriti di attività, relazioni e speranza, produce l’opposto: più tensione, più autolesionismo, più disagio, più conflitto.
Il capitolo sui suicidi è il più doloroso. Nel 2025 almeno 82 persone private della libertà si sono tolte la vita. Dall’inizio del 2026 se ne contano già 24. In meno di un anno e mezzo, 106 persone sono morte suicide in carcere. Il tasso del 2025 è pari a 13 suicidi ogni 10.000 detenuti, uno dei valori più alti degli ultimi trent’anni. Antigone ricorda che, se lo stesso tasso si registrasse nel mondo libero, parleremmo di 78.000 suicidi ogni anno. Il 75% dei suicidi registrati nel 2025 è avvenuto in sezioni a custodia chiusa. Non è un dettaglio statistico: è un’accusa politica.
Il carcere, così com’è, non riesce nemmeno a fare ciò che dichiara di voler fare: ridurre la recidiva. Solo il 40,8% delle persone detenute al 31 dicembre 2025 era alla prima carcerazione. Il 45,9% era già stato in carcere da una a quattro volte, il 10,6% da cinque a nove volte, il 2,7% più di dieci volte. La maggioranza delle persone detenute, insomma, il carcere lo ha già conosciuto. E ci torna. Questo dato smonta la narrazione più comoda: non basta “mettere dentro” per produrre sicurezza. Se non ci sono lavoro, casa, salute, relazioni, istruzione, cura delle dipendenze, misure di comunità, il carcere diventa un moltiplicatore di esclusione.
Anche sul lavoro e sulla formazione il quadro resta poverissimo. Meno del 30% della popolazione detenuta lavora, e nella grande maggioranza dei casi alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, in mansioni spesso poco spendibili fuori. Solo il 4,9% lavora per datori diversi dal carcere. Appena il 7,9% frequenta un corso di formazione professionale. Il 31% frequenta un percorso scolastico e circa il 3% un corso di laurea. Sono dati che mostrano una distanza enorme tra la retorica rieducativa e la realtà quotidiana degli istituti. Senza investimenti veri su lavoro, studio e formazione, la pena resta tempo vuoto. E il tempo vuoto, dentro una cella sovraffollata, non rieduca: consuma.
La risposta non può essere l’edilizia penitenziaria. Costruire nuovi posti, oltre a richiedere tempi lunghi e risorse enormi, non affronta la causa della crisi. Antigone ricorda che il piano governativo prometteva oltre 10.900 posti detentivi in più nel triennio 2025-2027, con una spesa superiore a 1,3 miliardi di euro, ma che i posti in fase concreta di realizzazione sono molti meno e il piano è già stato rivisto. Soprattutto, l’esperienza dimostra che ogni ampliamento della capienza viene rapidamente assorbito da un sistema penale che continua a produrre detenzione. Se si allarga il contenitore senza cambiare il rubinetto punitivo, il contenitore tornerà a riempirsi.
Per questo il “Piano Marshall” indicato da Antigone è importante: non propone un’aggiustatina amministrativa, ma un cambio di paradigma. Ritiro delle circolari che hanno chiuso il carcere, ritorno alla custodia aperta e alla sorveglianza dinamica, riduzione del sovraffollamento, accesso più ampio alle misure alternative, lavoro professionalizzante, scuola, università, sport, telefonate quotidiane, riduzione dell’isolamento, tutela della salute, riduzione del danno, cancellazione degli agenti sotto copertura, cancellazione della norma che ha aumentato i bambini in carcere, cancellazione del reato di rivolta penitenziaria. È un’agenda minima di civiltà costituzionale.
Non si può certo parlare di carcere senza parlare di droghe, e non si può parlare di droghe senza parlare di carcere. Le politiche proibizioniste sono una delle radici del sovraffollamento, della recidiva e della marginalizzazione penale. Continuare a colpire penalmente condotte legate all’uso di sostanze significa alimentare un circuito che produce sofferenza, costi sociali, selezione di classe e razzializzazione della pena. La depenalizzazione, la riduzione del danno, la presa in carico territoriale, le alternative alla detenzione e la fine dell’automatismo repressivo non sono concessioni lassiste: sono politiche razionali di sicurezza pubblica.
Il rapporto di Antigone ci dice, in fondo, una cosa semplice e durissima: un carcere più chiuso non è un carcere più sicuro. È un carcere più violento, più malato, più affollato, più opaco, più lontano dalla Costituzione. E una società che accetta tutto questo non diventa più protetta. Diventa solo più abituata alla disumanità.
