Parlare di femminicidio, oggi, significa misurarsi con un doppio rischio: da un lato la banalizzazione mediatica, fatta di casi di cronaca consumati in poche ore; dall’altro la risposta rassicurante del diritto penale simbolico, che promette più sicurezza aumentando pene e fattispecie di reato. Il numero monografico de Il Vaso di Pandora intitolato Femminicidio, storie e riflessioni prova a sottrarsi a entrambe queste scorciatoie, scegliendo un’altra strada: mettere in dialogo saperi differenti – psichiatria, psicologia, diritto penale, scienze sociali, cultura – per provare a capire davvero che cosa c’è dietro l’uccisione di una donna da parte di un uomo che spesso conosceva e amava.
La rivista, da sempre collocata nel crocevia tra psichiatria e scienze umane, dedica l’intero fascicolo al femminicidio e alla violenza di genere, chiamando a raccolta voci eterogenee per formazione e sensibilità. Ne nasce un mosaico di contributi che rifiuta la figura del femminicida come «mostro» o «pazzo», per collocarlo invece dentro le trame quotidiane del patriarcato, dei ruoli di genere, delle relazioni affettive e delle istituzioni che dovrebbero prevenire, proteggere, farsi carico dei segnali d’allarme.
Nel volume troviamo analisi dei dati che mostrano come, a fronte della diminuzione complessiva degli omicidi, i femminicidi restino drammaticamente stabili nel tempo. Una costanza che smentisce la retorica dell’emergenza improvvisa e rimanda ad un fenomeno strutturale, legato a una cultura che ancora fatica a riconoscere alle donne piena autonomia e libertà nelle relazioni affettive e nella vita quotidiana.
Accanto alle letture psichiatriche e psicologiche, trovano spazio gli interrogativi sul ruolo della giustizia penale. Nel fascicolo si critica l’illusione che l’istituzione di un reato autonomo di femminicidio possa, da sola, rappresentare una risposta efficace: la moltiplicazione delle fattispecie penali, sottolineano alcune autrici e autori, rischia di restare una risposta simbolica, più rassicurante sul piano politico-mediatico che utile sul terreno della prevenzione reale.
Il numero è anche un dialogo serrato con il femminismo e con le pratiche di contrasto alla violenza di genere che vengono dai centri antiviolenza, dai movimenti, dalla ricerca accademica. Non si tratta solo di leggere il femminicidio come esito estremo di una storia di violenze e controlli, ma di interrogare il modo in cui la società – compresi i servizi, la giustizia, i media – guarda alle donne che denunciano, alle loro reti di sostegno, ai figli e alle figlie che restano.
Questo lavoro collettivo è dedicato alla memoria di Grazia Zuffa, che ha contribuito a lungo a ripensare il rapporto tra violenza di genere, giustizia e psichiatria, contro ogni naturalizzazione della violenza e contro ogni automatismo repressivo. Il fascicolo raccoglie anche una riflessione sul suo lascito, collocando la sua voce dentro un percorso che tiene insieme diritti, garanzie, critica del populismo penale e centralità dell’esperienza delle donne.
La presentazione del volume a Saluzzo il 1° dicembre (ore 21), promossa da Zonta Club in collaborazione con La Società della Ragione e con la rivista Il Vaso di Pandora, diventa così un’occasione preziosa per portare questa discussione fuori dagli ambiti specialistici, dentro una comunità concreta, in un luogo denso di storia come il Monastero della Stella.
In un tempo in cui la violenza maschile contro le donne viene spesso letta solo come questione di ordine pubblico, Femminicidio, storie e riflessioni ricorda che senza comprendere le radici culturali e relazionali del fenomeno non si salva nessuna vita. E che la sfida, per chi si occupa di diritti, giustizia e salute mentale, è tenere insieme responsabilità individuali e responsabilità collettive, rifiutando tanto l’assoluzione quanto la demonizzazione, per continuare a pensare e agire in modo più giusto.
