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Miglioramenti dell’ansia, della qualità del sonno e, più in generale, della qualità della vita che si mantengono nel tempo. Sono i risultati di un nuovo studio britannico sull’impiego della cannabis medica tra le persone adulte con disturbo dello spettro autistico, segnalato da NORML.

La ricerca, pubblicata su Neuropsychopharmacology Reports, ha analizzato i dati di 130 adulti iscritti allo UK Medical Cannabis Registry, il registro che raccoglie le informazioni cliniche dei pazienti ai quali sono prescritti prodotti medicinali a base di cannabis nel Regno Unito. L’età media dei partecipanti era di 34 anni e tutti avevano una diagnosi primaria di autismo. (Wiley Online Library)

I pazienti assumevano preparazioni di origine vegetale differenti: oli, infiorescenze oppure una combinazione delle due formulazioni. Non si tratta quindi della sperimentazione di un singolo farmaco standardizzato, ma dell’osservazione degli effetti dei vari trattamenti prescritti nella pratica clinica. Le condizioni dei partecipanti sono state valutate dopo uno, tre, sei, dodici e diciotto mesi dall’inizio della terapia.

Nel complesso, i ricercatori hanno rilevato miglioramenti nei punteggi relativi all’ansia, alla qualità del sonno e alla qualità della vita connessa alla salute. Il dato più interessante è la persistenza dei risultati durante il periodo di osservazione: non soltanto un beneficio iniziale, dunque, ma un’associazione positiva riscontrata anche nei controlli successivi. Anche il profilo di tollerabilità appare relativamente favorevole. Circa l’81 per cento dei partecipanti non ha segnalato eventi avversi. Tra coloro che ne hanno riferiti, la maggior parte degli effetti è stata classificata come lieve o moderata.

«I risultati attuali sono coerenti con le precedenti ricerche che hanno dimostrato i potenziali benefici dei prodotti medicinali a base di cannabis nell’autismo», concludono gli autori. Una precedente analisi dello stesso registro, pubblicata nel 2022, aveva già osservato miglioramenti della qualità della vita, del sonno e dell’ansia nei primi mesi di trattamento. Il nuovo lavoro amplia il campione e, soprattutto, prolunga il monitoraggio fino a un anno e mezzo.

I risultati vanno tuttavia interpretati con cautela. Lo studio valuta una serie di casi osservazionale e non una sperimentazione randomizzata contro placebo. Non permette quindi di stabilire che i cambiamenti siano stati provocati esclusivamente dalla cannabis. Possono avere inciso le aspettative dei pazienti, altri trattamenti contemporaneamente assunti, la selezione delle persone che hanno avuto accesso alla prescrizione e altri elementi confondenti. Anche l’eterogeneità delle preparazioni utilizzate rende difficile individuare quale combinazione di THC, CBD e altri componenti della pianta possa essere maggiormente utile, a quali dosaggi e per quali specifici gruppi di pazienti. Parlare genericamente di “cannabis” rischia infatti di nascondere differenze importanti tra prodotti, vie di somministrazione e profili individuali.

Lo studio non indica che la cannabis possa “curare” l’autismo. Valuta piuttosto il suo possibile effetto su alcune condizioni frequentemente associate, come ansia, disturbi del sonno e riduzione del benessere, che possono incidere pesantemente sulla vita quotidiana delle persone autistiche. Proprio per questo, i risultati rappresentano un segnale che merita di essere approfondito con studi controllati e indipendenti. Servono, come sempre ripetiamo, risorse per continuare ricerche capaci di confrontare diverse formulazioni, valutare gli effetti nel lungo periodo e individuare non soltanto chi può trarre beneficio dal trattamento, ma anche chi presenta maggiori rischi di effetti indesiderati.

Il lavoro britannico aggiunge così un nuovo tassello alle evidenze raccolte dal Medical Cannabis Registry su epilessia resistente ai trattamenti, dolore, ansia, insonnia, endometriosi, emicrania e altre condizioni. Non è ancora una prova definitiva di efficacia, ma è un argomento serio contro l’immobilismo della ricerca e contro gli ostacoli ideologici che continuano a limitare l’accesso alla cannabis medica.