La cannabis stimola l’appetito, eppure chi la usa regolarmente presenta spesso, negli studi di popolazione, tassi più bassi di obesità e diabete di tipo 2. È uno dei paradossi più interessanti della ricerca sui cannabinoidi: da un lato l’effetto acuto, ben noto, della cosiddetta “fame chimica”; dall’altro una serie di evidenze epidemiologiche che suggeriscono un rapporto più complesso tra sistema endocannabinoide, metabolismo, peso corporeo e regolazione del glucosio.
Un nuovo studio pubblicato su The Journal of Physiology prova a entrare dentro questo apparente cortocircuito. Il lavoro, firmato da Bryant Avalos e colleghi, ha analizzato gli effetti del THC e di estratti di cannabis su topi maschi resi obesi attraverso una dieta ricca di grassi e zuccheri. Si tratta dunque di una ricerca preclinica, condotta su animali e cellule, non di una sperimentazione clinica sull’essere umano. Ma i risultati sono interessanti perché distinguono chiaramente tra l’effetto del solo THC e quello degli estratti di cannabis, cioè preparazioni più complesse che contengono anche altri fitocannabinoidi e composti della pianta.
Lo studio ha previsto una prima fase di dieta: alcuni animali sono stati alimentati con una dieta ricca di grassi e saccarosio, altri con una dieta povera di grassi e senza saccarosio. Dopo trenta giorni, i ricercatori hanno somministrato quotidianamente, per altri trenta giorni, THC a 5 mg/kg oppure estratti di cannabis con contenuto di THC equivalente. Sono stati poi valutati peso corporeo, massa grassa, assunzione di cibo, attività motoria, tolleranza al glucosio, sensibilità insulinica, biologia degli adipociti ed espressione di componenti del sistema endocannabinoide.
Il primo dato è netto: sia il THC sia gli estratti di cannabis hanno ridotto il peso corporeo e la massa grassa nei topi con obesità indotta dalla dieta. Ma il risultato più rilevante riguarda il metabolismo del glucosio. Gli estratti di cannabis, a differenza del solo THC, hanno migliorato la clearance del glucosio, riportandola verso livelli simili a quelli osservati negli animali magri. In altre parole, l’effetto metabolico non sembra dipendere semplicemente dal THC isolato, ma dalla composizione più ampia dell’estratto.
È un passaggio importante, perché conferma quanto la farmacologia della cannabis non possa essere ridotta a una sola molecola. Il THC ha effetti potenti e misurabili, ma la pianta contiene una pluralità di composti che possono modulare risposte biologiche diverse. In questo caso gli estratti sembrano normalizzare in modo più efficace l’espressione di componenti dell’asse adipo-insulare, cioè il sistema di comunicazione tra tessuto adiposo e pancreas che partecipa alla regolazione dell’insulina, dell’accumulo di grasso e dell’equilibrio metabolico.
Gli autori sottolineano anche un altro elemento: l’obesità indotta dalla dieta è associata a una disregolazione del sistema endocannabinoide. Questo sistema, spesso evocato solo in relazione agli effetti psicoattivi della cannabis, è in realtà coinvolto in molte funzioni fisiologiche: appetito, metabolismo energetico, infiammazione, tessuto adiposo, risposta insulinica. Agire su questo sistema, direttamente o indirettamente, potrebbe dunque avere effetti metabolici rilevanti. Ma proprio per questo serve prudenza: il fatto che un meccanismo funzioni in un modello animale non significa automaticamente che possa essere trasferito alla pratica clinica.
La notizia, ripresa da NORML, va quindi letta senza sensazionalismi. Non siamo davanti alla dimostrazione che “la cannabis fa dimagrire”, né tantomeno a un’indicazione terapeutica per l’obesità o il diabete. Siamo davanti a un tassello di ricerca che aiuta a spiegare perché l’uso cronico di cannabis, negli studi osservazionali sulla popolazione, sia stato associato a una minore prevalenza di alcuni disturbi metabolici, tra cui obesità, ipertensione e diabete dell’adulto. Ma gli studi osservazionali mostrano associazioni, non rapporti di causa-effetto: possono suggerire piste, non sostituire sperimentazioni cliniche controllate.
Gli stessi autori invitano alla cautela. I risultati indicano un possibile valore terapeutico dei cannabinoidi nella gestione dell’obesità e dei disturbi metabolici correlati, ma chiedono ulteriori ricerche per chiarire i meccanismi e, soprattutto, per capire se e come queste evidenze possano tradursi in applicazioni cliniche. Proprio qui sta il valore politico e scientifico della ricerca. Per decenni la cannabis è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso le categorie del rischio, della devianza e della patologia. Ogni possibile beneficio è stato trattato come sospetto, mentre ogni danno potenziale è stato amplificato dentro una cornice proibizionista. Studi come questo, se non autorizzano facili entusiasmi, mostrano quanto sia povera e distorta una discussione pubblica che continua a ridurre la cannabis a sostanza da reprimere o, al massimo, a farmaco da concedere con estrema diffidenza.
