Tempo di lettura: 2 minuti

In America Latina la guerra alla droga ha sempre avuto anche un’altra funzione: offrire un linguaggio capace di trasformare il conflitto sociale in una questione di sicurezza. Oggi quel lessico torna con forza in Bolivia, dove il presidente Rodrigo Paz ha iniziato a definire «narco-terroristi» i manifestanti che da settimane protestano contro la gravissima crisi economica che attraversa il Paese. Una scelta che, secondo numerose organizzazioni della società civile, rappresenta un pericoloso salto di qualità nella criminalizzazione del dissenso.

A ricostruire questa evoluzione è un approfondimento pubblicato da TalkingDrugs, firmato da Ryan Hesketh, che mette in relazione la nuova retorica del governo boliviano con quella adottata dall’amministrazione Trump nella sua rinnovata “guerra ai cartelli”. Il termine «narco-terrorismo» non era mai stato utilizzato da Rodrigo Paz prima dell’attuale ondata di proteste. Oggi viene invece impiegato per sostenere che le mobilitazioni sarebbero orchestrate da Evo Morales insieme ai narcotrafficanti, senza che il governo abbia presentato prove concrete a sostegno di questa accusa.

Gloria Achá, coordinatrice del Programa Libertas, organizzazione boliviana impegnata nella riforma delle politiche sulle droghe, intervistata da TalkingDrugs, è netta: «Rodrigo Paz ripete la retorica di Donald Trump. Usare il termine narco-terrorismo non ha alcuna utilità operativa o tecnica nella lotta al narcotraffico. È semplicemente una narrazione promossa da Trump per giustificare il coinvolgimento dei militari nella repressione».

Il cambiamento lessicale non arriva certo improvviso. Dall’inizio del suo mandato, il governo Paz ha rafforzato l’allineamento con Washington. Nel febbraio 2026 la DEA è tornata a operare in Bolivia dopo diciassette anni di assenza; il mese successivo il Paese ha aderito alla coalizione regionale “Shield of the Americas” promossa dagli Stati Uniti e, dopo la cattura del narcotrafficante Sebastián Marset, lo ha consegnato direttamente alle autorità statunitensi. Quando sono esplose le proteste, anche esponenti dell’amministrazione americana hanno parlato di «interferenze narco-terroristiche», offrendo una sponda politica al governo boliviano.

La questione va però oltre la cronaca boliviana. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha progressivamente assimilato la lotta ai cartelli della droga alla guerra al terrorismo, arrivando a designare diverse organizzazioni criminali come organizzazioni terroristiche straniere e aprendo la strada a un approccio sempre più militarizzato. Molti osservatori vedono in questa strategia una trasformazione della tradizionale war on drugs in una vera e propria war on cartels, con il rischio di estendere strumenti eccezionali ben oltre il contrasto al traffico di stupefacenti.

In Bolivia questa impostazione sembra produrre un ulteriore effetto: spostare il conflitto politico sul terreno della sicurezza nazionale. Definire i manifestanti “narco-terroristi” significa infatti attribuire alle proteste una natura criminale e quasi eversiva, rendendo più facile giustificare misure straordinarie, l’impiego delle forze armate e limitazioni dei diritti costituzionali. Non a caso, il nuovo linguaggio è stato accompagnato dall’approvazione di una legge sui poteri d’emergenza che potrebbe consentire la dichiarazione dello stato d’emergenza e la sospensione di alcune garanzie fondamentali.

Per chi si occupa di politiche sulle droghe il caso boliviano rappresenta un campanello d’allarme. Da decenni la retorica della “guerra alla droga” viene utilizzata per espandere i poteri repressivi dello Stato. Oggi quel paradigma sembra compiere un ulteriore passo: non più soltanto criminalizzare chi produce, traffica o consuma sostanze, ma estendere l’etichetta stigmatizzante del narcotraffico ai movimenti sociali e all’opposizione politica. È una deriva che conferma come il proibizionismo non sia soltanto un modello di controllo delle droghe, ma anche un dispositivo politico capace di ridefinire i confini della democrazia, restringendo progressivamente lo spazio del dissenso.