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Psychedelics in the age of reproducibility: Reflections on aura, set and setting and the medicalization of mystical-type experiences” è il titolo assai attraente di un articolo pubblicato da una autorevole rivista scientifica (Simon et al., International Journal of Drug Policy, 2026, 147, 105074). Ovviamente il titolo si riferisce al famoso saggio nel quale Walter Benjamin argomenta come, nel passaggio dall’autentica opera d’arte alla sua riproduzione meccanica per il consumo di massa, se ne perda l’aura, intesa come ciò che rende unico l’oggetto, ovvero “la quintessenza di tutto ciò che di esso, fin dalla sua origine, può venir tramandato”. Ancor più attraente diviene l’argomento se si tiene conto dell’importanza che le esperienze psicotrope con l’hashish ebbero nella elaborazione della nozione di aura da parte del filosofo tedesco. Sulla base di tali esperienze, aveva infatti rigettato come ripugnante l’interpretazione teosofista di aura osservando che “l’aspetto caratteristico di una autentica aura è l’ornamento, un alone ornamentale nel quale l’oggetto o l’essere è racchiuso come in un involucro. Forse nulla fornisce una idea chiara dell’aura come gli ultimi dipinti di Van Gogh, nei quali si può dire che essa sembra essere dipinta assieme ai vari oggetti” (Benjamin, On hashish, Harvard University Press, 2006, p. 58). L’hashish era in grado di agire su questa aura e così infatti descriveva la sua prima esperienza con l’hashish: “Buona volontà senza limiti. Svanire dei complessi ansiosi neurotico-ossessivi. Tutti quelli presenti assumono la tinta del comico. Allo stesso tempo, ci si immerge nella loro aura” (Principali caratteristiche della mia prima impressione dell’hashish. Scritto il 18 dicembre 1927, alle 3.30 del mattino; cit., p. 19). Purtroppo Benjamin non elaborò l’esperienza che ebbe con un autentico psichedelico, il mescal, e di essa ci rimane solo la testimonianza di un suo amico medico che si soffermò sullo stato catatonico indotto dalla sostanza e di cui il filosofo si lamentava. In compenso abbiamo la descrizione di un altro pioniere dell’esperienza psicotropa, il medico inglese Henry Havelock Ellis che dall’ingestione di un decotto di mescal ricavò, tra le molte e persistenti alterazioni percettive, la visione di un alone luminoso attorno agli oggetti che più che la nozione benjaminiana di aura richiama forse quella teosofista (Ellis H., Mescal: a new artificial paradise, The Contemporary Review, 1898; 73: 130-141).

Nell’articolo in questione l’utilizzo della nozione di aura ha il fine di chiarire, in una prospettiva del tutto originale, che cosa è specificamente perso quando le esperienze psichedeliche transitano dai loro tradizionali contesti in quelli istituzionali di medicalizzazione, problema molto concreto che attiene il possibile utilizzo degli psichedelici nella terapia di un ampio ventaglio di disturbi di natura psichiatrica, dalla depressione al disturbo da stress post-traumatico; impieghi quanto mai auspicabili, tenuto conto dello stallo nello sviluppo di nuove opzioni farmacologiche in questi disturbi.

Il problema con gli psichedelici consiste nella difficoltà ad applicare i protocolli sperimentali richiesti per dimostrare la reale efficacia del farmaco rispetto ad una condizione di controllo rappresentata dalla somministrazione di un placebo. Infatti, alle dosi potenzialmente terapeutiche, gli psichedelici sono realmente psichedelici, inducono cioè alterazioni dello stato di coscienza inevitabilmente identificabili dal soggetto sperimentale, rendendo assai problematico separare il reale effetto farmacologico da quello prodotto dalle aspettative e dalle risposte condizionate create dall’ambiente sperimentale. In secondo luogo, in tali condizioni non è possibile chiarire il reale contributo dell’intervento psicoterapeutico che in tali protocolli viene applicato sia ai soggetti trattati con placebo che con il farmaco attivo. Non essendo possibile discriminare gli effetti sia del placebo che della psicoterapia da soli, non è nemmeno possibile pervenire ad una rigorosa valutazione di quale siano i benefici del trattamento farmacologico rispetto al rischio di effetti indesiderati. Queste obiezioni hanno indotto l’ente regolatorio americano (FDA) a respingere la richiesta da parte di una casa farmaceutica di autorizzare l’uso dell’estasi (MDMA) nella terapia del disturbo da stress post-traumatico (Science, 2025, 387, 1024), suscitando forti reazioni da parte dei sostenitori dell’impiego terapeutico degli psichedelici, così sintetizzate dallo psichiatra inglese David Nutt: “[i detrattori degli psichedelici] stanno nascondendo i loro pregiudizi, le loro obiezioni morali, la loro antipatia per le droghe illegali, dietro una sorta di cortina fumogena pseudoscientifica” (Science, 2024, 38, 1158).

In ultima analisi la posizione dell’ente regolatorio americano si basa sull’assunto che l’azione terapeutica di ogni farmaco, compresi quindi gli psichedelici, debba dipendere da un meccanismo cellulo-molecolare, nell’ambito di quella che il filosofo australiano Chris Letheby nel suo bel saggio Philosophy of Psychedelics (Oxford University Press 2021) definisce Teoria della Neuroplasticità Molecolare. Ogni altro contributo viene scartato sprezzantemente come “sort of woo-woo” (Science, 2024, 384, 1159), per definizione frutto di “credenze non convenzionali ritenute prive di basi scientifiche, specialmente nel caso di quelle riguardanti la spiritualità, il misticismo o la medicina alternativa.” Questa posizione fortemente riduzionista è contestata dagli autori dell’articolo in questione con l’argomento che non è possibile raggiungere l’effetto terapeutico in assenza della sua aura ovvero ottenere la riduzione dei sintomi rimuovendo il peculiare processo esperienziale che contribuisce a tale effetto. A sostegno della loro posizione recano gli studi, metodologicamente ineccepibili, del gruppo di Roland Griffiths che mostrano come i benefici più duraturi si ottengano quando i soggetti in trattamento con psichedelici sperimentano una esperienza di tipo mistico. Ovviamente qui si tratta di definire in cosa consiste questa esperienza e se essa può essere sottoposta ad una analisi sperimentale che ne definisca anche i suoi contenuti psicobiologici, una possibilità quest’ultima che viene rifiutata a priori da coloro che sostengono quella che Letheby chiama la Teoria della Credenza Metafisica, secondo la quale a provocare gli effetti benefici degli psichedelici sarebbe il sorgere della fede in una “Cosmologia Gioiosa”. È evidente che accettando questa interpretazione ci si infila in un vicolo cieco nel quale non resta che prendere atto dell’efficacia terapeutica degli psichedelici senza porsi ulteriori domande.

Gli autori si tengono accuratamente alla larga da questa interpretazione e preferiscono collocare l’aura nell’ambito del set and setting, il concetto secondo il quale il vissuto del soggetto e il contesto di assunzione fungono da gating (filtro degli stimoli, ndr) indirizzando l’azione di un farmaco verso un certo effetto cosicché una stessa dose di psichedelico può provocare una esperienza mistica ovvero indurre uno stato angoscioso. Ciò tuttavia non fa che posporre la domanda poiché non chiarisce in cosa consista l’aura che caratterizza l’effetto degli psichedelici. Per andare al punto è meglio rivolgersi a quanto ci mettono a disposizione le acquisizioni neuroscientifiche alimentate dall’interesse suscitato dal cosiddetto Rinascimento psichedelico. È importante notare che queste acquisizioni sono state accompagnate da modifiche terminologiche che ne hanno scandito il progressivo focalizzarsi sulle basi psicobiologiche del fenomeno. Così la locuzione “mystical experience” è stata in un primo tempo sostituita dalla più neutra “quantum change experiences”, intesa come l’insieme di “esperienze improvvise, peculiari, benevoli e spesso profondamente significative che si ritiene causino trasformazioni personali che riguardano un ampio ventaglio di emozioni, conoscenze e comportamenti […]” e infine dalla attuale Pivotal mental state proposta dal neuroscienziato inglese Robin Carhart-Harris, secondo la quale gli psichedelici sarebbero in grado di provocare una subitanea decostruzione e conseguente ricostruzione delle rappresentazioni mentali di sé, rilassando quelli che sono chiamati “modelli predittivi interiori” (priors), convincimenti che fungono da filtro agli input provenienti dal mondo esterno e utilizzati per il continuo aggiornamento di tali rappresentazioni (Brouwer, A., & Carhart-Harris, R. L. Pivotal mental states. Journal of Psychopharmacology, 2021, 35: 319-352.). Così profonde trasformazioni psicologiche dipendono dalla capacità degli psichedelici di produrre elevata plasticità corticale e conseguente potenziamento dell’apprendimento associativo, in ciò riproducendo la risposta adattativa a situazioni di stress in cui sono necessarie radicali revisioni dei propri convincimenti. Un caso estremo di tali situazioni è costituito dalla cosiddetta near death experience vissuta da un certo numero di soggetti resuscitati che riferiscono di uno stato di beatitudine ed illuminazione vissuto mentre erano in condizione di morte apparente. È importante ricordare che il Pivotal mental state può essere anche il risultato di situazioni stressanti autoindotte: è il caso dell’accidentato tirocinio della meditazione e dei tradizionali tormenti della carne (solitudine, digiuno, dolore autoinferto, ecc.) compiuto dal mistico capace di innescare quelle esperienze estatiche che l’agiografia ci ha narrato con minuzia di particolari. Se la funzione degli psichedelici è quella di rilassare i “modelli predittivi interiori” aumentando la sensibilità agli input ambientali, è evidente che se tali input consistono nei messaggi veicolati dalla psicoterapia, l’efficacia del trattamento farmacologico non può essere separato da quello psicoterapeutico: entriamo infatti nel campo della sinergia sopra-additiva, ben nota ai farmacologi classici, dove uno più uno non fa due, ma quattro, cinque e oltre.

Pur senza il sostegno di queste acquisizioni neuroscientifiche, gli autori hanno buon gioco a sottolineare il pericolo di una standardizzazione clinica che si propone di catturare l’effetto farmacologico senza l’aura prodotta dal processo esperienziale indotto dalla terapia psichedelica: sarebbe come pretendere che una foto della Monna Lisa evochi la stessa meraviglia suscitata dall’originale, una possibilità che Benjamin aveva dimostrato inattuabile e di cui le agenzie regolatorie del farmaco dovrebbero prendere atto.